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Don Ruggero Conti, ex parroco della Natività di Maria Santissima di Selva Candida ed ex garante di Alemanno per le periferie e la famiglia, già missionario in Uganda, è stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi di detenzione per violenza sessuale continuata e aggravata su 7 ragazzi (qui i video del processo). 

"Possiamo definirla una pena esemplare - dichiara Roberto Mirabile Presidente de La Caramella Buona, l’associazione antipedofilia costituitasi parte civile nel processo - anche se per un pedofilo seriale di questo genere con l'aggravante della veste sacra che fino ad oggi ha indossato non credo possa esistere giuridicamente parlando una pena valida. Sicuramente possiamo ritenerci soddisfatti del lavoro degli inquirenti, degli avvocati tutti dell'accusa e della decisione del Tribunale: i ragazzi hanno sempre detto la verità ed oggi finalmente è ufficiale".

Il pubblico ministero Francesco Scavo aveva chiesto, in una precedente udienza, la condanna dell'imputato a 18 anni di reclusione più il pagamento di una multa pari a 50mila euro per i reati di violenza sessuale, atti sessuali con minori, induzione alla prostituzione minorile, continuati e aggravati. Per il magistrato, il sacerdote si è macchiato di "condotte di una gravità inaudita, insidiose e insistenti".

Don Ruggero fu arrestato il 30 giugno 2008 mentre stava organizzando con l'oratorio il viaggio per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sidney. L'accusa sosteneva che il sacerdote avesse ripetutamente abusato, per oltre dieci anni, dei giovani affidati alle sue cure, approfittando delle situazioni di debolezza o difficoltà familiare in cui versavano le vittime. Ulteriori indagini, effettuate dopo l’arresto, portarono alla luce altri casi di abusi che sarebbero avvenuti negli anni Ottanta, prima dell’ordinazione sacerdotale di don Conti, quando l’aspirante sacerdote insegnava educazione sessuale a Legnano. E, sebbene gli episodi in questione fossero ormai prescritti, alcune vittime dell'epoca sono state comunque sentite in aula come testi dell'accusa.

Alle udienze hanno presenziato decine di fedeli, presenti in aula per sostenere emotivamente il sacerdote. Il vescovo di Porto e Santa Rufina, Gino Reali, ha accolto "con rispetto il pronunciamento dei Magistrati”, esprimendo profondo dolore e "la ferma condanna per i gravi delitti” e ha ribadito la sua “vicinanza e la piena solidarietà della Diocesi alle vittime".

Monsignor Reali, pochi mesi fa aveva testimoniato anche in aula, in un’udienza drammatica nel corso della quale il vescovo aveva confessato che, sebbene almeno dieci persone si fossero rivolte a lui per segnalare «comportamenti anomali» di don Ruggero Conti, non aveva mai preso alcun provvedimento nei confronti del parroco: «Non ho informato il Vaticano e la Congregazione per la dottrina della fede su don Conti - sostenne Reali - perché non ritenevo sufficienti gli elementi raccolti e non ho denunciato i fatti all’autorità giudiziaria italiana perché non conoscevo l’iter da seguire.» Il vescovo si limitò a qualche “lavata di capo”, ma non prese nessuna posizione, neppure per tutelare possibili altre vittime. «Incontrai don Ruggero più volte e gli feci alcune raccomandazioni – sostenne il vescovo nel corso del processo - Gli dissi di dedicarsi di più alla spiritualità, di avere un atteggiamento più prudente, di essere meno espansivo e di non accogliere ragazzi in casa».

Al termine della sua deposizione, gli avvocati Nino Marazzita e Fabrizio Gallo, difensori dei ragazzi molestati, chiesero che gli atti fossero trasmessi alla Procura perché il vescovo risponda di concorso esterno in atti di pedofilia e di favoreggiamento.

“A testa alta abbiamo continuato a credere alle vittime – ha affermato Mirabile, dopo la sentenza - forti di avere sempre riscontri obiettivi; ora andrebbero accertate responsabilità ad alti livelli ecclesiastici''.

Nei confronti del sacerdote, che aveva già la proibizione dell'esercizio pubblico del ministero, "verranno presi - assicura la diocesi in una nota - i provvedimenti previsti dalla disciplina della Chiesa, secondo le indicazioni della competente Congregazione per la Dottrina della Fede". "Consapevole che quanto avvenuto ferisce l'intera comunità ecclesiale", il vescovo "chiama tutti alla preghiera e alla penitenza e chiede ad ognuno, a cominciare dai sacerdoti, un rinnovato impegno di coerente testimonianza cristiana e di generoso servizio in favore di quanti, particolarmente minori e più deboli, sono affidati alle cure della Chiesa".


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Troppo tiepida la reazione della Chiesa istituzionale di fronte allo scandalo che sta scuotendo il Palazzo, troppo blanda la condanna del cardinale Bertone, Segretario di Stato vaticano, nei confronti di quello che è internazionalmente conosciuto come Rubygate.

Sì, perché soprattutto i cattolici una presa di posizione ferma e decisa se la aspettavano. Invece le parole del cardinale sono sembrate troppo generiche, troppo all’acqua di rose: “La Chiesa spinge e invita tutti, soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica in qualunque settore amministrativo, politico e giudiziario, ad avere e ad assumere l'impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di legalità”. Parole che possono riferirsi a chiunque. Senza contare che Vittorio Messori, in un’intervista rilasciata a Il Giornale (!), ha affermato: «La Chiesa non è autorizzata a lanciare anatemi contro un capo di Stato per la sua moralità privata, però ciascuno deve avere un decoro adeguato al ruolo che ricopre, cosciente del danno d'immagine che certe vicende possono provocare al Paese».

E mentre in passato la Chiesa ha sempre tuonato contro chi dava “pubblico scandalo”, manifestandosi tollerante se veniva garantita la riservatezza, adesso sembra muoversi più nell’ottica dell’appoggio a chi può tradurre in politica quei principi inderogabili che la Chiesa impone ai cattolici. E poco importa la disinvoltura con cui si accompagna a minorenni e prostitute, basta che appoggi le istanze della Chiesa e traduca in reati ciò che la Chiesa stigmatizza come peccati. E dunque, basta che non dia pari diritti e dignità alle coppie di fatto, basta che ostacoli l’adozione della pillola Ru-486, basta che mantenga i finanziamenti alle scuole e agli ospedali cattolici, anche sottraendoli a scuole e ospedali pubblici, basta insomma che garantisca impunità e privilegi alla Chiesa, e il cardinal Bertone, alla vigilia della conta in Parlamento del 14 dicembre, si lascia fotografare con Berlusconi, sancendo così la peggiore delle alleanze tra Trono e Altare.

E tuttavia, non si può pretendere che i cattolici vadano oltre i limiti dell’umana tolleranza. La mancanza di risposte delle istituzioni ecclesiastiche di fronte agli scandali sessuali ha portato ad un crescente disamore nei confronti della Chiesa, soprattutto dopo che essa stessa è stata travolta dallo scandalo della pedofilia clericale, a cui non ha saputo dare le risposte che le comunità di base si aspettavano, preferendo prima la politica della negazione, poi della minimizzazione e infine chiedendo perdono ma guardandosi bene dal risarcire le vittime se non costrette dai tribunali.

Così, le comunità cattoliche scendono in piazza, chiedendo anche alle autorità ecclesiastiche di far sentire la propria voce. A Napoli, la sera del 4 febbraio, i catechisti e i laici cattolici riuniti in veglia davanti al Duomo, hanno manifestato il loro “disagio dovuto allo spettacolo indecoroso offerto da rappresentanti politici italiani e da chi ricopre alte cariche istituzionali”.  Il portavoce del comitato 'Etica e speranza', Antonio Nocchetti, ha affermato: “Chiediamo al cardinale di fare la sua parte, che la Chiesa napoletana dica chiaramente cosa è giusto e sbagliato, altrimenti sarà la sconfitta della società civile” perché i fedeli si ritrovano di fronte ad una “mistificazione continua della realtà, resa tanto più necessaria quanto più la verità è imbarazzante”.

Una settimana fa, il comitato aveva inviato una lettera a Crescenzio Sepe, il cardinale di Napoli, chiedendogli “di unire la sua autorevole voce a quella di tanti cattolici che assistono sgomenti allo spettacolo offerto da autorevoli rappresentanti della vita politica italiana”. Si legge nella missiva: “Ci rivolgiamo a lei perché profondamente turbati e confusi dalle vicende che riguardano la vita politica nazionale e siamo sconcertati dal silenzio che sembra circondare queste orribili vicende. Noi auspichiamo che si sollevi dalla nostra città una voce forte a spezzare la lordura che ha invaso l'etica pubblica e speriamo che questa voce affermi che tali vicende e i suoi protagonisti rappresentano un cancro da estirpare e non un ostacolo da aggirare”. Al cardinale, infine, i laici chiedono ''di accompagnarci nella richiesta immediata di dimissioni da ogni incarico politico per chi è coinvolto in torbide vicende come il nostro attuale presidente del consiglio e l'allontanamento dalla politica di quanti sono investiti da inchieste giudiziarie sui rapporti con la malavita organizzata”.

Il cardinale, però, non era presente alla veglia né ha dato seguito alle richieste dei fedeli. C’era invece padre Pierangelo, arrivato da Caserta per “sostenere la parte laica della Chiesa, che ha bisogno di non restare attaccata al potere gerarchico”, come lo stesso sacerdote ha affermato. “Chi non parla è bene che si passi una mano sulla coscienza” ha aggiunto il frate, reso famoso dalle sue battaglie nell’ambito dell’annoso problema dei rifiuti, perché questo silenzio “può allontanare dalla Chiesa il credente medio”.

Non a caso, sullo striscione che capeggiava in piazza, i fedeli avevano chiaramente scritto la ragione della veglia: “Troppa omertà nella Chiesa”.


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Ora che tutto è finito, si possono tirare le somme. Il papa è arrivato ed è ripartito, tocca ora a Palermo lo smantellamento delle strutture e la verifica dei danni, soprattutto al prato del Foro Italico. I 20.000 euro spesi per le griglie di protezione del manto erboso sono stati evidentemente insufficienti, visto che si è potuta coprire solo una piccola porzione di prato. Il Foro Italico stamattina appariva spelacchiato e invaso dai rifiuti. Il manto non coperto dalle griglie ne è uscito anche peggio. Mauro Sarno, docente di Tappeti erbosi alla facoltà di Agronomia dell'Università di Palermo, propone un nuovo tipo di semina per risolvere definitivamente i problemi: "Ci vorrebbe il Cynodon dactylon, lo stesso tipo di erba dello stadio Barbera, più resistente e adatta al calpestio".

L’intera gestione dell’evento ha lasciato molto a desiderare. A partire dalla pretesa di dare in pasto alle telecamere, che riprendevano la visita, l’immagine di una città cattolica e compatta intorno a Benedetto XVI, senza alcuna voce dissonante che ricordasse le troppe pecche della chiesa istituzionale. Gli striscioni omofobi sono stati lasciati appesi, disseminati lungo il tragitto della papamobile, mentre le forze dell’ordine sono intervenute per rimuovere non solo gli striscioni ma anche i più piccoli dei cartelli che esprimessero una qualche critica all’operato della Chiesa cattolica.

Programmata con molto anticipo, la visita del papa è stata invece organizzata fattivamente con grande ritardo. Basti pensare che la mattina del 3 ottobre a piazza Politeama, dove il papa avrebbe incontrato i giovani alle 17.00, fervevano ancora i lavori. Un “muletto”, il carrello elevatore, spostava materiali pesanti fra un folla di gente, bambini, ciclisti. La piazza non era stata chiusa e le forze dell’ordine presenti non sono intervenute per mettere in sicurezza i cittadini. L’impianto audio era ancora da montare, sorvegliato a vista.

Senza parlare della sicurezza dei lavoratori stessi, non forniti di divise adatte, spesso sprovvisti di caschi e guanti. Tant’è che giovedì scorso un operaio è stato ferito alla testa da una transenna durante un’operazione di scarico del materiale. Per la visita del pontefice sono stati necessari ventidue chilometri di transenne, trasportate da un punto all’altro della città, nel congestionato traffico palermitano, su camion scoperti, sui quali il materiale sembrava in precario equilibrio. Del resto, l’operazione di montaggio della transennatura è dovuta avvenire di giorno, per risparmiare sui costi di manodopera: se le avessero montate di notte, come sarebbe stato opportuno per evitare di intasare oltremodo il traffico, le ditte appaltatrici avrebbero dovuto pagare gli straordinari agli operai.   

Scontenti anche i commercianti, che non hanno realizzato gli introiti previsti. La maggior parte dei fedeli è rimasta a Palermo per poche ore, e i turisti hanno comprato ben poco. Il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, che brilla per le proprie assenze sia in Consiglio Comunale che in Giunta tanto da guadagnarsi il titolo di sindaco-fantasma, era presente ieri all’Angelus e oggi ha rivolto encomi e ringraziamenti a quanti, dalle forze dell’ordine ai dipendenti comunali, "hanno reso possibile, con il loro impegno, una accoglienza indimenticabile al Papa". 

"Palermo – ha affermato Cammarata - ha presentato a Benedetto XVI, e a quanti hanno seguito la sua visita pastorale sia direttamente che attraverso le immagini televisive, il volto migliore, e io credo più autentico, di Palermo.”


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Anche quando le vittime sono i bambini, l’Italia assuefatta agli scandali, satura fino al rigetto, non ha più la capacità di reagire, di indignarsi. Fino al punto da non avere neppure un fremito di sdegno di fronte alle dichiarazioni del cardinale Sodano che riducono a “chiacchiericcio” i casi di abusi sessuali su minori commessi dai sacerdoti. Casi che, finalmente, stanno venendo alla luce anche in casa nostra, e che in ogni modo si è tentato di sminuire, ridurre, minimizzare. Come se la piaga ci avesse in qualche modo risparmiati, quasi che la presenza stessa del Vaticano ci avesse regalato una sorta di maggior tutela rispetto agli Stati Uniti, all’Australia, al Sudamerica, all’Irlanda, alla Polonia, alla Germania, alla Spagna, al Canada, a tutti quei paesi che hanno accolto i sacerdoti come messaggeri di Cristo senza neppure sospettare che tra loro c’erano lupi travestiti da agnelli.

Eppure lo scandalo peggiore non era che ci fossero sacerdoti pedofili, quanto che ci fosse una sistematica copertura da parte delle gerarchie ecclesiastiche e una cieca politica dello struzzo, tesa essenzialmente a proteggere non solo il buon nome della Chiesa ma anche (o soprattutto) i patrimoni delle varie diocesi da eventuali richieste di risarcimento.
Perché, in fondo, il nocciolo della questione era tutto lì: ammettendo di aver saputo e coperto, i vescovi divenivano in qualche modo colpevoli, se non altro di non aver vigilato sui propri sacerdoti, lasciandoli in mezzo ai bambini e trasferendoli semplicemente da una parrocchia all’altra. Quando nel 2007 arrivarono anche da noi le notizie dei risarcimenti alle vittime (la sola diocesi di Los Angeles pagò un risarcimento record, nel luglio di quell’anno, di 660 milioni di dollari a circa 500 vittime) si tentò in ogni modo di ridimensionare agli occhi degli italiani la portata della vicenda.

Nel 2002 Monsignor Betori dichiarò che "i preti pedofili sono un fatto assolutamente marginale che non richiede interventi da parte delle istanze centrali della Chiesa italiana. Si tratta di un fenomeno estremamente limitato".
Si parlò di un problema che toccava solo i sacerdoti dei paesi anglosassoni, poi si tentò di propugnare l’ipotesi dei “casi isolati” (negli Stati Uniti c’erano oltre 4300 “casi isolati” di sacerdoti pedofili), infine si tenta, oggi, di far passare la richiesta di chiarezza e giustizia come un attacco al Papa e alla Chiesa, una “deriva giudaica”, un “chiacchiericcio”, offendendo nuovamente le vittime che hanno il coraggio di parlare.
Quello che invece non si dice è che tutti i vescovi che, negli anni, hanno ricevuto segnalazioni e denunce a carico di sacerdoti, hanno gestito il problema come se le leggi degli stati all’interno dei quali i reati venivano commessi e dove essi si trovavano ad esercitare il ministero non li avessero riguardati. Nessun vescovo ha denunciato il sacerdote alle autorità statuali, nessun monsignore ha accompagnato il prete in procura. In alcuni casi è stata anche tentata una “riabilitazione” del sacerdote, attraverso ritiri spirituali e colloqui con psicoterapeuti, ma fondamentalmente la prassi era quella di non far trapelare scandali e trasferire altrove. Alle vittime? Veniva chiesto di dimenticare e di non parlare. Sempre. Nessun aiuto, di nessun genere: nessun sostegno psicologico, nessun risarcimento, nessuna evangelica carità cristiana.

A guardarla col senno di poi, ci si chiede come mai uno scandalo di proporzioni tanto abnormi, che da oltre 10 anni flagella la Chiesa, sia scoppiato negli Stati Uniti prima che altrove.
La realtà dei fatti è che “altrove” (quindi in qualsiasi altro posto che non sia l’Italia) la stampa e la politica funzionano in maniera diversa che in Italia, da sempre considerata il “giardinetto” del Vaticano.
Di fronte al profilarsi della tempesta, nessun politico americano è intervenuto pubblicamente a sostegno della Chiesa ventilando complotti anticlericali e minacce alle radici cristiane. Da noi, invece, dopo l’esplosione della vicenda irlandese, il Primo Ministro Berlusconi si è sentito in dovere di inviare una lettera al Papa, nella quale gli abusi e la sistematica copertura dei sacerdoti pedofili sono diventate “situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana”.
Negli Stati Uniti, al contrario, sempre nel 2002, il governatore dell'Oklahoma Frank Keating, repubblicano e cattolico, presidente del Consiglio Nazionale per il Riesame che si occupava della vicenda dei preti pedofili, rilasciò un'intervista al Los Angeles Times spiegando il motivo delle sue dimissioni dall'incarico dopo appena un anno,  paragonando la segretezza della Chiesa a quella della mafia e le gerarchie ecclesiastiche a Cosa Nostra: "Non obbedire ai mandati di comparizione, sopprimere i nomi dei preti accusati, negare, confondere, non spiegare, è il modello di un'organizzazione malavitosa, non della mia Chiesa". Ovviamente in Italia non tener conto degli ordini di comparizione in tribunale, considerando che si fanno leggi come il legittimo impedimento, negare, confondere e non spiegare, non solo non suscita indignazione ma è considerata prassi e normalità.

Non solo, ma quando gli americani si sono resi conto che molti crimini non avrebbero potuto essere perseguiti, perché risalivano a troppi anni addietro e quindi era intervenuta la prescrizione, la necessità di fare giustizia è stata messa al primo posto e la California, per esempio, ha aperto una “finestra temporale” di un anno, che annullava la prescrizione per tutti i reati denunciati in quel lasso di tempo. Perché esiste un tempo limite per perseguire penalmente un reato come l’abuso sessuale. In Italia è necessario che la denuncia, le indagini, il rinvio a giudizio, il processo nei suoi tre gradi e tutto quanto previsto dalla legislazione italiana, si concludano nel tempo limite di dieci anni. Un periodo irrisorio se si tiene conto del fatto che in moltissimi casi occorrono mesi, se non anni, prima che la vittima di un abuso riesca a raccontare quanto ha subito. E da questo al passare alla denuncia possono passare altri mesi, perchè non è mai facile chiedere che sia fatta giustizia, mettendo a nudo la ferita all’anima che provoca un abuso, raccontando dettagli vergognosi, magari ritrovandosi faccia a faccia con un uomo che si vorrebbe soltanto cancellare dalla propria memoria. Occorrono anni e, talvolta, quando si vuole finalmente denunciare, si scoprono che i tempi sono scaduti, sono passati i fatidici dieci anni e quell’uomo che ha abusato di un corpo, di un’anima, di una vita, può andarsene libero per il mondo, senza mai fare i conti con se stesso e con le proprie colpe.

L’istituzione del cosiddetto “anno finestra” è stata una delle basi fondamentali che ha permesso a molte vittime di uscire allo scoperto e denunciare: la possibilità che l’aggressore di un tempo potesse ancora essere punito. Senza quell’anno finestra probabilmente le diocesi americane non avrebbero mai risarcito le vittime. La magistratura ha così potuto fare il suo corso.
Una magistratura, tra l’altro, non tenuta in ostaggio dal potere politico. A Boston, di fronte alla richiesta degli avvocati delle vittime di rendere pubblici gli archivi segreti della Curia, in cui erano tenuti i documenti che comprovavano che la diocesi era a conoscenza da anni degli abusi perpetrati da sacerdoti come padre Geoghan, richiesta a cui l’avvocato della Curia si oppose strenuamente, il giudice cattolico Constance Sweeney decise che il diritto all’informazione veniva prima del “desiderio di riservatezza” e i dossier segreti, i file nascosti, le verità occultate divennero di dominio pubblico.

In Italia, nessun pubblico ministero ha mai chiesto l’accesso agli archivi segreti diocesani: i vescovi possono tranquillamente continuare a sostenere di non aver mai saputo nulla dei sacerdoti pedofili caduti nelle maglie della giustizia statuale, non sono mai state chieste prove che potessero smentirli. E il peso della politica sulla magistratura è decisamente diverso rispetto ad oltre oceano. Il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri, Pietro Forno, che nel corso della sua carriera si è trovato a fronteggiare una decina di casi di abuso che coinvolgevano sacerdoti, ha affermato recentemente: “Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente.”
Una constatazione banale, una verità sotto gli occhi di tutti. Eppure è valsa al procuratore un’ispezione inviata dal ministro Alfano, al fine di “verificare se il dottor Forno con tale condotta abbia violato i doveri di correttezza equilibrio e riserbo che devono essere particolarmente osservati nella trattazione di procedimenti delicati come quelli per reati di pedofilia”. Iniziativa che ha riscosso il plauso bipartisan di maggioranza e opposizione, fatta eccezione per Italia dei valori che ha posto l’accento sul fatto che l’ispezione “sembra voglia intimidire i magistrati che difendono i bambini”.

Del resto, i media non mancano di fare del proprio meglio per mostrare come effettivamente siamo, quanto a libertà di stampa, quel paese “semilibero” che sostiene la Freedom House, istituto di ricerca e promozione della democrazia liberale nel mondo.
Sempre negli Stati Uniti, quando cominciarono a divenire pubbliche le denunce, i giornali condussero inchieste profonde, spesso drammatiche, per portare alla luce la verità. Il team “Spotlight” del Boston Globe avanzò in tribunale una richiesta di pubblicazione degli atti della Curia che dimostravano la copertura che le gerarchie avevano operato per decenni: i giornalisti diedero voce alle vittime e non ai vescovi. E alla fine vinsero il Pulitzer, la più prestigiosa onorificenza per il giornalismo. Purtroppo il clima non è lo stesso qui, dove ogni cosa risulta appiattita e smorzata nel tentativo di non scontentare poteri forti pur dovendo assolvere all’ingrato compito di dover dare spiacevoli notizie. Così, inevitabilmente, a fare da contraltare alla notizia di decenni di abusi commessi ai danni di decine di bambini sordi, all’Istituto Provolo di Verona, compaiono oltre alle smentite di vescovi e monsignori anche decine di attestati di stima e solidarietà di politici e politicanti. Stima e solidarietà per vescovi e monsignori, sia chiaro. Delle vittime non importa nulla a nessuno.

Anzi, in Italia esiste un triste fenomeno che rende particolarmente difficile, per chi ha subito abusi, ricorrere alla denuncia: la colpevolizzazione della vittima. In moltissime comunità, i genitori dei bambini abusati da un sacerdote che si rivolgono alle autorità giudiziarie, si ritrovano emarginati da quelli che, ci si aspetterebbe, dovrebbero invece sostenerli, i vicini di casa, gli amici, gli insegnanti, i membri della propria comunità. Si è sempre pronti a giurare che le accuse sono infondate, che l’uomo in questione è di moralità specchiata, che il bambino ha interpretato male un gesto d’affetto. E’ sempre la vittima a mentire, non ci si pone mai il dubbio che un pedofilo sappia tenere nascoste certe morbose inclinazioni proprio per la paura di una condanna sociale, non si pensa mai che un pedofilo, per avere libero accesso alla fiducia di un bambino deve passare attraverso la conquista della fiducia dei genitori e quindi si mostra di moralità specchiata. Poi quando il passepartout è l’abito talare, la conquista della fiducia è ancora più facile. Si preferisce mettere a rischio i propri figli piuttosto che mettere in discussione le proprie convinzioni.

E forse proprio per questa capacità di metabolizzare qualsiasi orrore, per questa cecità così ottusa, per questo desiderio continuo di non mettersi mai in discussione e accettare pedissequamente ogni nefandezza, l’Italia è diventato un paese della cuccagna in cui tutto può accadere senza che si sollevi indignazione. E così finisce che sacerdoti che devono sfuggire all’attenzione mediatica o giudiziaria per aver abusato di decine di bambini trovino rifugio qui, in Italia, nascosti nei conventi o mandati a celebrare messa in qualche sperduto paesino, lontano dagli occhi di possibili curiosi. E’ il caso di padre Henn, rifugiato a Roma, a pochi passi dal Vaticano, “sistemato” nella sede dell’Ordine dei Salvatoriani. Indagato per una serie di abusi commessi nella diocesi di Phoenix, contro di lui pendono 13 capi di accusa. Eppure, a Roma, andava e veniva a proprio piacimento, una figura anonima tra le migliaia che popolano ogni giorno piazza san Pietro. Una sistemazione decisamente diversa dal carcere, quella presso i Salvatoriani: un quieto giardino di begonie con una fontana, un albergo e un centro di informazioni per turisti; al primo piano gli uffici, una cappella, una grande cucina e uno spazioso locale in cui il papa, qualche anno fa, fu ospite a pranzo durante una visita. Padre Henn lavorava qui, e dal patio sul tetto ammirava la basilica di san Pietro e i monumenti di Roma.

Quando il procuratore Rick Romley scrisse al cardinale Sodano perché si adoperasse per l’estradizione di padre Henn vide recapitare indietro la propria lettera perché rifiutata dal destinatario. E quando si rivolse alle autorità italiane, padre Henn fu messo agli arresti domiciliari, ma si profilò subito burrasca. Perché il sacerdote, negli Stati Uniti, rischiava 259 anni di carcere, sommando tutti i 13 capi di imputazione. Il suo avvocato fece inoltre sapere che, visto il reato di cui era imputato, in un carcere americano padre Henn non si sarebbe sentito al sicuro.
Ci vollero un anno di beghe legali fino in Cassazione per ottenere il provvedimento di estradizione, ma quando le forze dell'ordine si recarono nella Casa del Divino Salvatore per notificargli il provvedimento, Henn non c'era. Era scappato, svanito nel nulla, e da allora ricercato in tutto il mondo.

Ma non è certo il solo. Sempre in Italia, stavolta presso l’ordine dei Saveriani, prima a Roma e poi a Vicenza, aveva trovato rifugio anche padre James Tully, condannato tre volte. Quando l’attenzione dei media si concentrò sul sacerdote ospitato a Roma, i suoi superiori lo trasferirono a Vicenza, col divieto di ricevere confessioni e di prestare servizio fuori dall’Istituto. Fu necessaria una campagna di informazione e sensibilizzazione promossa da una delle sua vittime, Bill Nash, perché il sacerdote fosse rimandato negli Stati Uniti e, un anno fa, ridotto allo stato laicale. Bill venne perfino in Italia e, mettendo le gerarchie di fronte alla pubblica condanna della pedofilia fatta da Benedetto XVI, chiese alla Chiesa di essere fedele alle parole del papa.
Accolto a Roma anche don Barry Bossa, trasferito frettolosamente dagli Stati Uniti non appena i suoi precedenti penali saltarono fuori in seguito a nuove accuse. E anche don Richard Mataconis, accusato di aver compiuto abusi sessuali nel seminario di New York dove insegnava. Lavora come guida inglese nelle catacombe di S. Callisto, una fermata imperdibile per i Cattolici in visita a Roma. Si mescola tra adulti e bambini nei suoi tour, portandoli attraverso l’antico sito di sepoltura di papi e martiri cattolici.
Per non parlare di padre Bernard Prince, sacerdote canadese colpevole di abusi su tredici bambini. Prince fu richiamato a Roma dove ricoprì l'incarico di segretario generale della Pontificia opera missionaria della Propagazione della fede, organismo della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. E ancora, nel 1994 venne elevato al rango di prelato d'onore di Sua Santità. Fu solo l’anno scorso che Benedetto XVI lo ridusse allo stato laicale.

Ma, tanto per non farci mancare nulla, in Italia, il paese che tutto accetta e tutto inghiotte, perfino le medicine più amare, la Chiesa “ricovera” anche i preti genocidiari. Entrambi in Toscana, entrambi scoperti da African Rights. Il primo, padre Seromba, massacrò duemila persone in Rwanda, seppellendole vive nella propria chiesa e facendola spianare dai bulldozer. Di fronte alla richiesta di estradizione, l’Italia nicchiò. Carla Del Ponte, del Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda si vide chiudere le porte in faccia e Berlusconi, già allora a capo del governo, si rifiutò di riceverla. La trattativa venne condotta dal Vaticano, per consegnare un genocidiario rifugiato su suolo italiano!, e il Vaticano lottò con le unghie e con i denti per estorcere condizioni e privilegi per il suo prete.
Stessa sorte con Emmanuel Uwayezu, che ha 47 anni e da 4 anni è vice parroco della chiesa di Ponzano, a Empoli. E' accusato da African Rights di essere coinvolto nel massacro, il 7 maggio 1994, "di più di 80 giovani alunni fra i 12 e i 20 anni" che studiavano nel complesso scolastico Misericordia di Maria, di cui era direttore, a Kibeho, nel sud del Ruanda. Dal 20 ottobre scorso è agli arresti domiciliari, il Rwanda ha intenzione di chiedere l’estradizione, ma il cardinale Giuseppe Betori, ha espresso la propria fiducia nella giustizia e nel sacerdote: ''Siamo fiduciosi nella giustizia, abbiamo ascoltato le sue ragioni, lui si e' sempre dichiarato innocente, e la sua versione ci sembra plausibile''. Come se decidere dell’innocenza o colpevolezza di un sacerdote accusato di genocidio spettasse alla Chiesa, non al Tribunale Internazionale. E come se bastasse sentire solo una campana, quella dell’accusato, per riuscire a farsi un’opinione.

Del resto anche nei casi di accuse di pedofilia la Chiesa si limitava ad ascoltare il sacerdote e a fidarsi della sua parola. E, tanto per non smentirsi, nel caso dell’Istituto Provolo, la Congregazione per la dottrina della fede ha reso noto attraverso la diocesi di Verona di aver intrapreso una indagine sulle accuse formulate dai 67 ex studenti sordi che hanno denunciato gli abusi, ma non ha mai ascoltato le vittime.
Tutt’altro modo di affrontare il problema rispetto anche alla cattolicissima Irlanda. Il governo del paese, scosso dalle rivelazioni di due serie di documentari, Cara figliola e Stati di paura,  che raccontavano gli abusi subiti dai bambini nelle Scuole Industriali rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani, istituì due commissioni governative, la commissione Murphy e la commissione Ryan, una per far luce su quanto era accaduto nelle scuole industriali irlandesi, l’altra per verificare gli abusi commessi dai sacerdoti nella diocesi di Dublino. Un compito gravoso, che non incontrò nessuna collaborazione, né da parte degli ordini religiosi, né da parte della Nunziatura apostolica, né tanto meno dal Vaticano. Come era accaduto negli Stati Uniti per il Consiglio Nazionale per il Riesame, le commissioni si scontrarono contro un muro di ostruzionismo. Per tutelarsi da possibili richieste di risarcimenti, la Congregazione dei Fratelli Cristiani nel 2004 chiamò in giudizio la Commissione Ryan affinché nessuno dei nomi dei suoi membri coinvolti nel rapporto, vivo o morto, fosse svelato.

Di fronte alla cultura della segretezza, la Commissione Murphy dovette emettere un ordine formale con il quale veniva richiesto che l'arcidiocesi di Dublino e altre organizzazioni, compresa la polizia stessa, fornissero tutti i documenti in loro possesso riguardanti i 46 sacerdoti coinvolti nell'inchiesta.
Nel settembre del 2006, la Commissione inviò inoltre una richiesta formale alla Congregazione per la Dottrina della Fede "chiedendo informazioni sulla promulgazione del Crimen Sollicitationis". Chiedeva inoltre informazioni su tutti i rapporti, riguardanti gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti, “inviati alla Congregazione dall'arcidiocesi di Dublino". La Congregazione non rispose mai alla richiesta, adducendo come pretesto il fatto che la stessa non fosse stata inoltrata attraverso gli appropriati canali diplomatici.
La Commissione inviò allora, nel febbraio 2007, una formale richiesta al Nunzio Apostolico irlandese, chiedendo di produrre tutti i documenti in suo possesso riguardanti l'indagine in corso. Non vi fu mai risposta. Non avendo il potere di emanare alcun ordine nei confronti della Congregazione per la Dottrina della Fede nè del Nunzio Apostolico, la Commissione proseguì il proprio lavoro senza alcuna collaborazione da parte del Vaticano. Tuttavia ritenne opportuno, alla conclusione dei lavori, inviare al Nunzio una copia del rapporto Murphy. Ancora una volta, non ricevette risposta.

"La sola preoccupazione dell'arcidiocesi di Dublino - si legge nel rapporto - era quella di mantenere la segretezza, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e i suoi beni. Tutto il resto, incluso il benessere dei bambini e la giustizia per le vittime, erano subordinati a queste priorità. L'arcidiocesi non si attenne alle procedure del diritto canonico e fece tutto il possibile per evitare l'intervento delle leggi dello Stato". Tant’è che fin dal 1986, le autorità ecclesiastiche decisero di ricorrere ad una polizza assicurativa per proteggere i beni della Chiesa da possibili richieste di risarcimento da parte delle vittime di abusi.
Tuttavia la pressione dell’opinione pubblica, sconvolta dalla rivelazione delle migliaia di abusi, ha costretto i Fratelli Cristiani, la congregazione religiosa che gestiva la maggior parte delle scuole industriali assieme alle Suore della Misericordia, ad offrire un risarcimento di 34 milioni di euro alle vittime. Altre cinque congregazioni hanno offerto ulteriori 43 milioni di euro. Dal canto suo, il governo irlandese aveva già preso provvedimento per risarcire le vittime: un Consiglio di Giustizia fu istituito già dal 2002: al 2008 aveva giudicato 11.337 casi, con risarcimenti individuali tra i 65.000 e i 300.000 euro.

La nuova ondata di pseudointellettuali cattolici che accusano di complottismo e falsità il New York Times e i giornali americani che continuano a rivelare scomode verità, supportate da documenti, sull’operato del Vaticano e dell’attuale pontefice, sono grosso modo gli stessi che si stracciarono le vesti anche tre anni fa, quando in Italia arrivò lo scandaloso Sex Crimes and Vatican. E come se vivessero nel Paese delle Meraviglie, o peggio, come se vedessero in noi delle sprovvedute Alice, gridano ai quattro venti che i documenti pubblicati dalle testate americane non provano nulla.
Una serie di documenti, in diversi casi di sacerdoti accusati, prova se non altro che il pontefice era informato di quello che accadeva. E sebbene siano piovute assunzioni di responsabilità da suoi vari sottoposti, il vicario a Monaco, il vescovo in Winsconsin e via dicendo, è mai possibile che il futuro papa fosse circondato, in Germania come a Roma, da personaggi che gli hanno tenuto nascosto cosa avveniva in casa sua, sotto i suoi occhi? Oppure, più semplicemente, è quello che la Chiesa pretende di farci credere? Perché anche la decenza impone dei limiti.

E non glielo avevano mai detto, a Benedetto XVI, che i tre cardinali con i quali si accompagnò nel suo viaggio negli Stati Uniti erano noti urbi et orbi per aver coperto preti pedofili? Né gli avevano fatto sapere che il cardinale Law, arciprete nella Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, ha lottato con le unghie e con i denti prima per coprire i sacerdoti come padre John Geogan, che abusò di almeno 130 bambini, e poi per non risarcire le vittime? Perché la tanto sbandierata pulizia non comincia a farla da qui?
Se questi particolari episodi, poi, si inseriscono nel contesto più ampio dell'operato del Vaticano, risulta ancora più inverosimile la favola che vogliono per forza raccontarci.

Richiamo due casi eclatanti, ma sono dei puri esempi, se ne possono citare centinaia. Nel caso di don Lelio Cantini, quanti anni ha impiegato la Congregazione di Ratzinger per arrivare ad almeno una parvenza di condanna? Più di venti. E se le vittime non si fossero rivolte ai giornali don Cantini sarebbe ancora, indisturbato, nella sua parrocchia. La condanna, poi, è un esempio di severità: recitare le litanie alla Madonna.
E nel caso del fondatore dei Legionari di Cristo? Le prime denunce sono del 1952, possibile che siano occorsi più di cinquant'anni per comminargli la pesantissima "pena" di una vita ritirata?
E che fine hanno fatto i sacerdoti pedofili italiani condannati dai tribunali italiani? Quali provvedimenti ha preso la Chiesa nei loro confronti? Sono sempre lì, magari solo spostati di parrocchia, come nel caso del sacerdote campano condannato dai tribunali statuali per atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e attualmente consigliere dell’Istituto interdiocesano per il sostentamento del clero e membro del collegio presbiterale, nominato direttamente dall’arcivescovo. Sedici anni fa, al momento del reato contestato, insegnava religione in una scuola media di Pontecagnano Faiano e ha continuato a farlo anche dopo la denuncia inoltrata dai genitori delle vittime. Prima al preside dell’istituto e poi alla Procura di Salerno.
Condannato nel 1996 in primo grado, nel 1999 in appello e nel 2000 in Cassazione, per fortuna non fa più l’insegnate, ma siede tra i banchi dell’Istituto per il sostentamento del clero e del consiglio presbiterale.

E’ inaccettabile, è vergognoso, è immorale che si consenta ancora di parlare di attacchi senza fondamento, è scandaloso che non ci sia un’inchiesta seria su quello che accade nei seminari, nei collegi cattolici, nelle sagrestie. E’ oltraggioso che le vittime debbano combattere contro un muro di omertà, contro il discredito, contro la denigrazione di chi vuole ridurre a “chiacchiericcio” le infamie subite.

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Non manca di farsi attendere la reazione delle vittime di fronte alle dimissioni dell’intera commissione Adriaenssens. Ad appena 24 ore dall’annunciato forfait, l’associazione delle vittime di abusi sessuali del clero belga ha tenuto una conferenza stampa sugli scalini davanti alla cattedrale St. Gudule a Bruxelles.

Sabato 26 giugno 2010, venti delle 300 vittime avrebbero dovuto essere ascoltate dalla Commissione per gli Abusi Sessuali all’interno di una Relazione Pastorale, di cui era presidente il Professor Peter Adriaenssens. Due giorni prima, giovedì 24 giugno, la commissione ha deciso di smettere definitivamente di operare, dopo la perquisizione e il sequestro dei dossier da parte della polizia.

“La commissione è indignata perché la giustizia non rispetta la privacy delle vittime, ma sappiamo che la Chiesa non l’ha mai rispettata – afferma Lieve Janssens, ex presidentessa dell’associazione Vlaamse Werkgroep Mensenrechten in de Kerk. - La Chiesa si nasconde da anni dietro la prescrizione dei delitti e dimentica tante cose. Scopriamo oggi chi abbiamo protetto con il nostro tacere.

Il 25 gennaio 2000, il gruppo di vittime aveva un appuntamento con il cardinale Godfried Danneels. “Arrivammo mezz’ora prima al palazzo episcopale a Mechelen – racconta la signora Janssens. - L’idea era che ogni vittima doveva raccontare la propria storia al leader della Chiesa belga. L’unica intenzione del gruppo era di essere ascoltato dal cardinale. Speravamo di sentire un riconoscimento dell’esistenza del problema degli abusi sessuali nella chiesa. Non abbiamo raggiunto questa nostra finalità. Non siamo stati ascoltati.”

L’appuntamento era stato preso parecchio tempo prima, ma quando le vittime arrivarono fu loro impedito l’accesso al palazzo cardinalizio. Tentarono perfino di chiudere il portone d’ingresso, sostenendo che venti persone erano troppe e il cardinale non aveva abbastanza sedie.
“Questa condotta inospitabile e addirittura ostile ci causò emozioni forti... venivamo trattati come se fossimo noi i criminali... – continua Janssens. Infine furono ricevuti. - Di quella serata ricordo molto bene e con commozione il coraggio sereno e la forza testimoniale di quelle storie dolorose. Mi ricordo che aspettavo con tanta speranza una parola liberatrice del cardinale. Speravo di sentire: ho visto il vostro dolore e piango con voi per quello che vi è stato fatto, mi prenderò la responsabilità di fare giustizia con il potere che mi è stato dato. Invece non è accaduto nulla del genere, anzi ad un certo punto il cardinale ha detto: “Mi sembra di essere davanti ad un tribunale”. Alla fine della nostra conversazione, per cui ci aveva accordato pochissimo tempo, gli chiesi, come pastore della chiesa e come padre, di trasmettere queste storie alla conferenza episcopale. Gli chiesi anche di ricevere il nostro gruppo di lavoro per parlare di altri dossier. La risposta fu scioccante e mi fa ancora venire i brividi: “Signora”, mi disse, “Lei mi può portare ancora mille dossier, se vuole. Non posso sapere se non nascono da menti e fantasie morbose. Lei non ha nessuna prova. Stasera non ho sentito nessun fatto provato.” Immaginatevi come ci si sente.”

Nuove speranze erano state riposte nella commissione Adriaenssens, soprattutto dopo lo scandalo del vescovo Vangheluwe, quando la commissione promise pubblicamente chiarezza e trasparenza.

Abbiamo mal riposto la nostra fiducia – affermano oggi le vittime. - La commissione si è dimessa e noi vittime ci ritroviamo abbandonate. Del resto, la commissione era sottoposta all’autorità della Chiesa, e una commissione del genere non può funzionare. Noi vittime dobbiamo uscire allo scoperto. Non siamo più vittime, siamo survivors, sopravvissuti. Parlare è duro e difficile e ci abbiamo impiegato metà della nostra vita a trovare la forza per parlare. Quando siamo stati abusati, ce lo hanno fatto capire bene che dovevamo stare zitti, che troppe cose brutte sarebbero accadute se avessimo aperto bocca.

Adesso vogliamo essere riconosciuti, non vogliamo più la segretezza. Vogliamo una commissione d’inchiesta parlamentare, neutra, scientifica e indipendente della Chiesa, dove saremo finalmente ascoltati. Se nessuno risponde alle nostre richieste, continueremo comunque. Adesso abbiamo capito che tocca a noi fare quello che deve essere fatto. Per questo abbiamo organizzato, il prossimo 2 ottobre, a Leuven, una giornata di incontro riservata alle vittime e alle persone che le sostengono.”

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Un paese cattolicissimo, il Belgio, e un lungo incubo di cui pare non riesca a liberarsi, la pedofilia. Così le denunce di abusi commessi da ecclesiastici su minori inevitabilmente richiamano alla mente un periodo non troppo lontano, ancora ben vivo nella mente dei belgi, un periodo terrificante con un nome e un volto, quello del pedofilo criminale Marc Dutroux, ribattezzato il “mostro di Marcinelle”. Nell’affare Dutroux c’era di tutto, dalla pedofilia agli snuff-film che mostravano bambini violentati fino ad essere uccisi, dagli omicidi al presunto coinvolgimento di personaggi dell’alta società belga.

Anche l’ira del Vaticano non smuove i belgi: la giustizia viene prima della tonaca, soprattutto quando le vittime sono i bambini. L’opinione pubblica e quella dei media è concorde e non è neppure intaccata dalla possibilità, ventilata dalla Chiesa cattolica belga, di avviare un’azione legale contro le perquisizioni compiute giovedì dalla polizia. Cattolici sì, ma privilegi agli ecclesiastici no. Il Belgio vuole chiarezza e giustizia, e deve essere la magistratura a farsene carico, non la Chiesa.

Lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti ha investito anche il Belgio dopo la Germania, l’Austria, l’Olanda, l’Irlanda. La pubblica confessione del vescovo Roger Vangheluwe, che ha rivelato di aver abusato per anni di un ragazzo, il proprio nipote, sia prima che dopo la sua nomina a vescovo, è stata seguita da una serie di ulteriori rivelazioni culminate nelle perquisizioni di giovedì. Sì, perché dopo le inevitabili dimissioni del vescovo Vangheluwe (che sarebbe comunque andato in pensione nel 2011) sono emersi altri casi, altre denunce, e preoccupanti rivelazioni sulle responsabilità dei vertici della Chiesa belga. Un sacerdote fiammingo in pensione, padre
Rik Deville, ex curato di Buizingen, ha rivelato di essere a conoscenza degli abusi commessi dal vescovo attraverso le confidenze di un conoscente della vittima. Padre Deville sostiene di aver riferito, oltre 15 anni fa, quanto aveva saputo al cardinale Godfried Danneels, alla guida della Chiesa del Belgio dal 1979 al 2009. “Anche con la migliore volontà del mondo, – ha affermato di contro l’ex primate del Belgio – non riesco proprio a ricordare una simile discussione.”

Secondo padre Deville, le accuse contro il vescovo Vangheluwe non sarebbero le uniche che egli stesso avrebbe riportato al cardinale, ricevendo in cambio un certo ostruzionismo: “Qualche volta il cardinale si arrabbiava – afferma Deville – e mi diceva di non occuparmene, perché non era quello il mio compito.” Secondo Deville, tra il 1992 e il 1998 circa 300 denunce di abusi sessuali commessi da preti sono state inviate all’arcivescovado, ma di queste solo una quindicina hanno avuto un seguito, quasi mai giudiziario. Il cardinale Danneels ha lasciato la guida della chiesa belga alla fine del 2009, sostituito dall’attuale primate André Leonard. Non si spiega quindi come mai sia stato proprio Danneels, e non Leonard, ad organizzare un incontro chiarificatore col vescovo Vangheluwe e la vittima, ad aprile, e poi un secondo incontro in seguito. Secondo le norme del Vaticano, infatti, è l’ordinario diocesano del luogo a doversi occupare di questi procedimenti, o comunque il superiore in carica, trattandosi di un vescovo.

Non stupisce dunque che, per fare chiarezza, la polizia si sia presentata, munita di mandato, anche alla porta dell’abitazione privata del cardinale Danneels, perquisendo la casa e sequestrando il computer. Stesso iter seguito, del resto, nell’arcivescovado di Malines-Bruxelles, fulcro della chiesa cattolica belga. E a poco è valso che la perquisizione disposta dagli inquirenti sia avvenuta mentre i vescovi belgi erano riuniti per la Conferenza episcopale e per la nomina del nuovo vescovo di Burges. La polizia ha permesso soltanto al Nunzio Apostolico, presente al momento della perquisizione, di lasciare l’edificio utilizzando i privilegi del suo status di diplomatico. Gli altri vescovi presenti sono stati trattenuti per diverse ore, incluso il nuovo primate del Belgio, Andrè Leonard, a sua volta accusato dalla stampa fiamminga di aver protetto un prete pedofilo negli anni Novanta, quando era vescovo di Namur. La presunta vittima, Joel Devillet, in un’intervista al quotidiano belga ha affermato di essere stato ripetutamente abusato, per anni, dal parroco del suo villaggio. Nel 1996 si sarebbe confidato con l’allora vescovo Leonard: “Lui ha però lasciato fare. E’ stato varato un accordo finanziario, in base al quale il sacerdote avrebbe pagato un terzo della mia terapia, il vescovo un altro terzo mentre il resto sarebbe stato a mio carico ma nonostante avesse ammesso i fatti, questo sacerdote è rimasto al suo posto per altri cinque anni e ha continuato a fare vittime: Leonard ha fatto di tutto perché si evitasse un processo.”

La magistratura belga ha così aperto una indagine, e il giudice istruttore De Troy ha ordinato le perquisizioni e il sequestro dei computer e dei documenti inerenti i casi di abusi. Rispetto alle necessità giudiziarie, anche il desiderio di riservatezza, cui si è appellata la Chiesa, passa in secondo piano. Insomma, i religiosi non sono al di sopra della legge.

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Se la perquisizione fosse avvenuta in una moschea o in un tempio buddista, nessuno si sarebbe stracciato le vesti o avrebbe ventilato persecuzioni. Invece le perquisizioni sono avvenute nella sede dell’arcivescovado di Mechelen e nella cripta della cattedrale Saint Rombout a Mechelen, così prima i vescovi e poi Benedetto XVI si sono sentiti in dovere di intervenire, definendo “deplorevoli e sorprendenti” l’operato della polizia e della magistratura. In un messaggio al presidente dei vescovi belgi, monsignor André-Joseph Léonard, Benedetto XVI auspica che sia fatta giustizia anche sui casi di pedofilia clericale in Belgio, ma ribadisce che la giustizia debba fare il suo corso “nel rispetto della reciproca specificità e autonomia” della Chiesa.

I poliziotti, secondo diversi quotidiani belgi, sono scesi fino alla cripta alla ricerca di un nascondiglio segreto in cui sarebbero stati occultati dossier su casi di pedofilia clericale. Secondo la portavoce della procura di Bruxelles, Estelle Arpigny, nel corso della perquisizione è stata anche aperta una tomba, fatto che ha immediatamente suscitato reazioni di sdegno dal Vaticano. La Santa Sede ha espresso le proprie rimostranze sia attraverso una nota ufficiale, sia verbalmente, in un incontro avvenuto questa mattina tra l’ambasciatore belga in Vaticano, Charles Ghislain, e monsignor Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati.

Durante la perquisizione sono stati sequestrati anche i documenti della commissione Adriaensses, istituita già dieci anni fa dalla Chiesa belga, con il compito di esaminare le denunce di abusi e le testimonianze delle vittime, riservandosi di decidere quali dossier trasmettere all’autorità giudiziaria, ma soprattutto riservandosi di decidere quali casi costituivano reati da perseguire, quali da prescrivere, quali casi archiviare e dimenticare ammantandoli di cristiano perdono. Alle vittime che denunciavano alla commissione gli abusi subiti veniva garantito un trattamento confidenziale.

Il numero di denunce arrivate al vaglio della commissione Adriaensses aveva subito una impennata dopo le dimissioni del vescovo di Bruges, monsignor Roger Vangheluwe, che alla fine di aprile ha lasciato la guida della diocesi dopo aver ammesso di aver abusato di un ragazzo: “Quando ero ancora un semplice sacerdote e per un certo tempo all’inizio del mio episcopato – ha ammesso il vescovo – ho abusato sessualmente di un giovane dell’ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata. Nel corso degli ultimi decenni, ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono. Ma questo non lo ha pacificato. E neppure io lo sono”.

L’indignazione del Vaticano e del primate della Chiesa belga, André Leonard, già nell’occhio del ciclone per l’accusa di aver coperto un sacerdote pedofilo, non ha avuto eco nella classe politica belga. Il premier uscente, il democratico cristiano Yves Leterme, ha fatto presente che “chi ha commesso abusi deve essere perseguito e condannato secondo la legge belga” e che in Belgio “esistono poteri separati tra Stato e Chiesa”. Dello stesso avviso anche il ministro della giustizia uscente, il cristiano democratico fiammingo Stefaan De Clarck, che ha precisato che la magistratura belga è indipendente e quindi spetta a quest’ultima prendere certe decisioni.

Due settimane fa, proprio Stefaan De Clerck aveva emesso una circolare con la quale si tentava di organizzare una collaborazione fra le procure e la commissione Adriaenssens. La magistratura ha evidentemente ravvisato il pericolo di una legittimazione di un privilegio delle gerarchie ecclesiastiche rispetto ai comuni cittadini, chiarendo così che in Belgio la legge è davvero uguale per tutti.

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Nel corso della puntata di Annozero di ieri ho avuto modo di capire come la televisione possa agire per mettere una pietra tombale sul clamore sollevato intorno ad un problema così grave come quello degli abusi sessuali sui bambini commessi dai sacerdoti. Come possano essere utilizzati certi strumenti per dare l’idea di aver profondamente trattato un problema, affrontandone invece solo aspetti marginali.

Innanzitutto partendo dalla scelta degli ospiti. Non me ne voglia, ma come Santoro sa bene io ho declinato la possibilità di essere lì, fra il pubblico in tribuna, a fare la bella statuina per un intervento di tre minuti: per prima cosa non ho l’età, come in quella vecchia canzone, come seconda cosa, ben più importante, non ho il desiderio di avallare, con la mia presenza, le chiacchiere inutili da salotto buono. Santoro, ieri, ha iniziato il programma difendendo la dignità del proprio lavoro. Lasci dunque che io difenda la dignità del mio. E, insieme a quella, la dignità delle vittime italiane che con me hanno parlato, che a me si sono rivolte e alle quali io ho dato voce. E anche di quelle che, rinchiuse ancora nel silenzio della vergogna, non ho mai conosciuto.

Troppo intento a non pestare i piedi alla Chiesa, il padrone di casa ha prima di tutto ritenuto opportuno specificare che tutti i presenti di ieri erano cattolici. Insomma, un modo per far capire che, tutto sommato, si stavano lavando i panni sporchi in famiglia. Solo che la lavatrice di Annozero è piuttosto piccola, e bisogna scegliere quali panni lavarci. E hanno optato per pochi fazzoletti, e per giunta alla presenza di lavandai pseudo esperti attenti più all’integrità della macchina che non all’effettiva pulizia del bucato.
In quest’ottica, quindi, sono stati invitati ospiti pronti a sfoderare, col beneplacito del Michele nazionale, le spade in difesa della Chiesa. Il giornalista Socci ha tenuto a disinformare sulle percentuali di pedofili fra i preti rispetto alla presenza di pedofili in altre confessioni religiose e in altri contesti. E Socci dall’alto di quale competenza in materia parla? Quella delle sagrestie e delle genuflessioni? Parlare di percentuali è ridicolo, se si considera che in questi casi gli abusi che non arrivano ad essere denunciati sono talmente tanti che qualsiasi statistica risulta inficiata. Tra l’altro, e lo dico per informazione sia di Santoro che di Socci, solo negli ultimi anni i giornali nazionali hanno dato notizia di almeno 170 sacerdoti pedofili italiani. E sono pochi quelli che vengono alla ribalta delle cronache. Non solo lo so io, che ho fatto le ricerche del caso e ho reso pubblico il database su Micromega di questo mese, ma lo sa benissimo anche la redazione di Annozero, che mi ha contattato proprio per avere queste informazioni. E degli argomenti di cui si è parlato in quelle due ore trascorse al telefono con loro, non se n’è vista traccia in trasmissione. Per non scontentare Socci e chi per lui?

Senza contare che Socci ha ritenuto opportuno parlare della perseguitata Chiesa cattolica, guardandosi bene dal menzionare la Chiesa persecutrice, la responsabilità della chiesa nei genocidi di Rwanda, Canada, Argentina, il ruolo più che ambiguo di Pio XII nei confronti del fascismo e del nazismo, gli appoggi alle peggiori dittature, a partire da quelle di Spagna e Grecia, le crociate moderne contro omosessuali e “relativisti”.
Ho sentito Socci parlare dei bambini africani, malnutriti e malati, di cui solo la chiesa, a detta sua, pare preoccuparsi. Strano che non si sia specificato che, a fronte del miliardo di euro l’anno che la chiesa incamera solo dall’otto per mille, per quei bambini spende solo 85 milioni. La chiesa incassa 1000, spende 20 e fa pure la figura della santa! Perché non informare anche di questo il pubblico?

Santoro si è premurato invece di dare voce alla chiesa istituzionale, con l’invito del vescovo di Palestrina, che ha tenuto a sottolineare l’impegno di Ratzinger nei confronti della pedofilia clericale. Nessuno però ha specificato che, a smentire le parole del pontefice, ci sono fatti incontrovertibili: da un lato, in quei famosi viaggi negli Stati Uniti e in Australia, il papa ha preso posizione contro i sacerdoti pedofili, dall’altro, sempre in quei viaggi, si è accompagnato con vescovi e cardinali famosi per aver protetto e coperto gli stessi preti pedofili. Inoltre, bastava ricordare che Ratzinger non ha mai espulso dalla chiesa i vescovi che hanno abusato dei bambini o che hanno coperto i sacerdoti pedofili, crimine anche peggiore: in alcuni casi si è limitato ad accettarne le dimissioni. Non sarebbe stato opportuno sapere dove finiscono questi vescovi, una volta lasciata la loro carica?  E perché non vengono ridotti allo stato laicale?
In più, ho personalmente trovato urticante quel sorrisetto compiaciuto sulle labbra del prelato, nel vedere come i suoi colleghi sfuggissero ai giornalisti. Quel sorriso è un’espressione universale. E’ il ghigno del potere impunito.

Senza contare che la scelta di andare negli Stati Uniti a documentare alcuni casi americani fa sembrare che questa problematica riguardi ancora, per la maggior parte, i sacerdoti di oltre oceano. Evidentemente, non è opportuno informare gli italiani del fatto che in Italia, a casa nostra, sono accadute le stesse cose, e anche di peggio. Bastava raccontare l’epopea dell’Istituto Provolo per bambini sordi di  Verona, dove gli abusi si sono perpetrati per decenni, nella stessa indifferenza che la Chiesa istituzionale ha dimostrato nei confronti della vicenda di Murphy.

Inoltre, come sempre, non ho sentito una sola parola che spiegasse cos’è, fisicamente, un abuso sessuale su un bambino, cosa accade al corpo di un bambino, che non è ancora un corpo adulto, né ho sentito chiedere come mai la Chiesa, che si dice tanto caritatevole, sia così concentrata a proteggere i propri beni piuttosto che a sostenere, anche economicamente, le vittime dei sacerdoti, che hanno bisogno di terapie e sostegno. Ho sentito invece parlare di cure e riabilitazione dei preti pedofili. Mi permettano i soloni di Annozero: sono fesserie. I sexual offender non “guariscono”, e pedofili si resta per sempre. Glielo avrebbe saputo dire anche un qualunque studente di psicologia del terzo anno. Al massimo, in rarissimi casi, si può imparare a contenere la pulsione deviata, se si vive in un contesto in cui non ci sia esposizione a certi “stimoli”.

Inoltre, e non vorrei annoiare oltre, ci si è ben guardati dallo spiegare che la genesi della pedofilia clericale è del tutto differente dalla genesi della pedofilia “comune”. Perché la pedofilia clericale nasce nei seminari minori, fomentata dalla cultura sessuofobica, quella che la chiesa istituzionale non intende affatto “rivedere” o mettere in discussione, perché è il mezzo che utilizza per ingenerare il senso di colpa e governare, attraverso di esso, le coscienze dei fedeli e dei suoi stessi sacerdoti. Senza contare che proprio nei seminari si viene abusati da piccoli, imparando così ad abusare da grandi.
 
La politica che sta mettendo in atto la chiesa è quella dell’ “anello debole”. Fino a che non è esploso lo scandalo, l’anello debole erano le vittime, e lo sono ancora.  Quando le gerarchie ecclesiastiche sono state messe di fronte al problema e hanno dovuto dare risposte concrete, hanno sacrificato un altro anello debole, i sacerdoti pedofili. Guardandosi bene dall’ammettere le proprie responsabilità nella genesi di quella stessa pedofilia.

Ecco, ieri sera è stata un’occasione perduta. Per Santoro e per l’informazione. Se questa occasione sia stata perduta scientemente o inconsapevolmente non saprei dirlo. In entrambi i casi, Annozero non ci fa una bella figura. Tutt’altro. Nel primo caso, si è scelto di non scontentare il potere ecclesiastico, con una trasmissione che nulla aveva da invidiare al “salottino pseudo-intellettuale” di Bruno Vespa. Nel secondo caso, non si è saputo informare e raccontare i fatti come l’informazione vera dovrebbe fare, cioè senza fare una cernita tra quelli che si possono dire e quelli che è meglio tacere.

Se questo è l’unico modo possibile di fare informazione, Santoro vada pure ad occuparsi di docu-fiction.
Vada. Magari potrà farlo con una migliore libertà o una maggiore fedeltà ai fatti e alla completezza dell’informazione.
Il vero problema dell’informazione è che i giornalisti, piuttosto che fare il proprio mestiere, sono diventati carrieristi e cercano appoggi dove possono. Essere cani sciolti non paga. Sicché finiscono, inevitabilmente, col trovarsi un padrone, qualsiasi padrone. Così ci si schiera “anti” oppure “pro”, e le opinioni finiscono col contare più dei fatti, spesso relegati ai margini o non raccontati per nulla. Insomma, per dirla alla maniera di Luttazzi, che, come Santoro, anch’io apprezzo molto: cambiano i culi, ma il modo di usare la lingua è uguale.

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