.
Annunci online

abbonamento
commenti



commenti


Non manca di farsi attendere la reazione delle vittime di fronte alle dimissioni dell’intera commissione Adriaenssens. Ad appena 24 ore dall’annunciato forfait, l’associazione delle vittime di abusi sessuali del clero belga ha tenuto una conferenza stampa sugli scalini davanti alla cattedrale St. Gudule a Bruxelles.

Sabato 26 giugno 2010, venti delle 300 vittime avrebbero dovuto essere ascoltate dalla Commissione per gli Abusi Sessuali all’interno di una Relazione Pastorale, di cui era presidente il Professor Peter Adriaenssens. Due giorni prima, giovedì 24 giugno, la commissione ha deciso di smettere definitivamente di operare, dopo la perquisizione e il sequestro dei dossier da parte della polizia.

“La commissione è indignata perché la giustizia non rispetta la privacy delle vittime, ma sappiamo che la Chiesa non l’ha mai rispettata – afferma Lieve Janssens, ex presidentessa dell’associazione Vlaamse Werkgroep Mensenrechten in de Kerk. - La Chiesa si nasconde da anni dietro la prescrizione dei delitti e dimentica tante cose. Scopriamo oggi chi abbiamo protetto con il nostro tacere.

Il 25 gennaio 2000, il gruppo di vittime aveva un appuntamento con il cardinale Godfried Danneels. “Arrivammo mezz’ora prima al palazzo episcopale a Mechelen – racconta la signora Janssens. - L’idea era che ogni vittima doveva raccontare la propria storia al leader della Chiesa belga. L’unica intenzione del gruppo era di essere ascoltato dal cardinale. Speravamo di sentire un riconoscimento dell’esistenza del problema degli abusi sessuali nella chiesa. Non abbiamo raggiunto questa nostra finalità. Non siamo stati ascoltati.”

L’appuntamento era stato preso parecchio tempo prima, ma quando le vittime arrivarono fu loro impedito l’accesso al palazzo cardinalizio. Tentarono perfino di chiudere il portone d’ingresso, sostenendo che venti persone erano troppe e il cardinale non aveva abbastanza sedie.
“Questa condotta inospitabile e addirittura ostile ci causò emozioni forti... venivamo trattati come se fossimo noi i criminali... – continua Janssens. Infine furono ricevuti. - Di quella serata ricordo molto bene e con commozione il coraggio sereno e la forza testimoniale di quelle storie dolorose. Mi ricordo che aspettavo con tanta speranza una parola liberatrice del cardinale. Speravo di sentire: ho visto il vostro dolore e piango con voi per quello che vi è stato fatto, mi prenderò la responsabilità di fare giustizia con il potere che mi è stato dato. Invece non è accaduto nulla del genere, anzi ad un certo punto il cardinale ha detto: “Mi sembra di essere davanti ad un tribunale”. Alla fine della nostra conversazione, per cui ci aveva accordato pochissimo tempo, gli chiesi, come pastore della chiesa e come padre, di trasmettere queste storie alla conferenza episcopale. Gli chiesi anche di ricevere il nostro gruppo di lavoro per parlare di altri dossier. La risposta fu scioccante e mi fa ancora venire i brividi: “Signora”, mi disse, “Lei mi può portare ancora mille dossier, se vuole. Non posso sapere se non nascono da menti e fantasie morbose. Lei non ha nessuna prova. Stasera non ho sentito nessun fatto provato.” Immaginatevi come ci si sente.”

Nuove speranze erano state riposte nella commissione Adriaenssens, soprattutto dopo lo scandalo del vescovo Vangheluwe, quando la commissione promise pubblicamente chiarezza e trasparenza.

Abbiamo mal riposto la nostra fiducia – affermano oggi le vittime. - La commissione si è dimessa e noi vittime ci ritroviamo abbandonate. Del resto, la commissione era sottoposta all’autorità della Chiesa, e una commissione del genere non può funzionare. Noi vittime dobbiamo uscire allo scoperto. Non siamo più vittime, siamo survivors, sopravvissuti. Parlare è duro e difficile e ci abbiamo impiegato metà della nostra vita a trovare la forza per parlare. Quando siamo stati abusati, ce lo hanno fatto capire bene che dovevamo stare zitti, che troppe cose brutte sarebbero accadute se avessimo aperto bocca.

Adesso vogliamo essere riconosciuti, non vogliamo più la segretezza. Vogliamo una commissione d’inchiesta parlamentare, neutra, scientifica e indipendente della Chiesa, dove saremo finalmente ascoltati. Se nessuno risponde alle nostre richieste, continueremo comunque. Adesso abbiamo capito che tocca a noi fare quello che deve essere fatto. Per questo abbiamo organizzato, il prossimo 2 ottobre, a Leuven, una giornata di incontro riservata alle vittime e alle persone che le sostengono.”

commenti


Un paese cattolicissimo, il Belgio, e un lungo incubo di cui pare non riesca a liberarsi, la pedofilia. Così le denunce di abusi commessi da ecclesiastici su minori inevitabilmente richiamano alla mente un periodo non troppo lontano, ancora ben vivo nella mente dei belgi, un periodo terrificante con un nome e un volto, quello del pedofilo criminale Marc Dutroux, ribattezzato il “mostro di Marcinelle”. Nell’affare Dutroux c’era di tutto, dalla pedofilia agli snuff-film che mostravano bambini violentati fino ad essere uccisi, dagli omicidi al presunto coinvolgimento di personaggi dell’alta società belga.

Anche l’ira del Vaticano non smuove i belgi: la giustizia viene prima della tonaca, soprattutto quando le vittime sono i bambini. L’opinione pubblica e quella dei media è concorde e non è neppure intaccata dalla possibilità, ventilata dalla Chiesa cattolica belga, di avviare un’azione legale contro le perquisizioni compiute giovedì dalla polizia. Cattolici sì, ma privilegi agli ecclesiastici no. Il Belgio vuole chiarezza e giustizia, e deve essere la magistratura a farsene carico, non la Chiesa.

Lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti ha investito anche il Belgio dopo la Germania, l’Austria, l’Olanda, l’Irlanda. La pubblica confessione del vescovo Roger Vangheluwe, che ha rivelato di aver abusato per anni di un ragazzo, il proprio nipote, sia prima che dopo la sua nomina a vescovo, è stata seguita da una serie di ulteriori rivelazioni culminate nelle perquisizioni di giovedì. Sì, perché dopo le inevitabili dimissioni del vescovo Vangheluwe (che sarebbe comunque andato in pensione nel 2011) sono emersi altri casi, altre denunce, e preoccupanti rivelazioni sulle responsabilità dei vertici della Chiesa belga. Un sacerdote fiammingo in pensione, padre
Rik Deville, ex curato di Buizingen, ha rivelato di essere a conoscenza degli abusi commessi dal vescovo attraverso le confidenze di un conoscente della vittima. Padre Deville sostiene di aver riferito, oltre 15 anni fa, quanto aveva saputo al cardinale Godfried Danneels, alla guida della Chiesa del Belgio dal 1979 al 2009. “Anche con la migliore volontà del mondo, – ha affermato di contro l’ex primate del Belgio – non riesco proprio a ricordare una simile discussione.”

Secondo padre Deville, le accuse contro il vescovo Vangheluwe non sarebbero le uniche che egli stesso avrebbe riportato al cardinale, ricevendo in cambio un certo ostruzionismo: “Qualche volta il cardinale si arrabbiava – afferma Deville – e mi diceva di non occuparmene, perché non era quello il mio compito.” Secondo Deville, tra il 1992 e il 1998 circa 300 denunce di abusi sessuali commessi da preti sono state inviate all’arcivescovado, ma di queste solo una quindicina hanno avuto un seguito, quasi mai giudiziario. Il cardinale Danneels ha lasciato la guida della chiesa belga alla fine del 2009, sostituito dall’attuale primate André Leonard. Non si spiega quindi come mai sia stato proprio Danneels, e non Leonard, ad organizzare un incontro chiarificatore col vescovo Vangheluwe e la vittima, ad aprile, e poi un secondo incontro in seguito. Secondo le norme del Vaticano, infatti, è l’ordinario diocesano del luogo a doversi occupare di questi procedimenti, o comunque il superiore in carica, trattandosi di un vescovo.

Non stupisce dunque che, per fare chiarezza, la polizia si sia presentata, munita di mandato, anche alla porta dell’abitazione privata del cardinale Danneels, perquisendo la casa e sequestrando il computer. Stesso iter seguito, del resto, nell’arcivescovado di Malines-Bruxelles, fulcro della chiesa cattolica belga. E a poco è valso che la perquisizione disposta dagli inquirenti sia avvenuta mentre i vescovi belgi erano riuniti per la Conferenza episcopale e per la nomina del nuovo vescovo di Burges. La polizia ha permesso soltanto al Nunzio Apostolico, presente al momento della perquisizione, di lasciare l’edificio utilizzando i privilegi del suo status di diplomatico. Gli altri vescovi presenti sono stati trattenuti per diverse ore, incluso il nuovo primate del Belgio, Andrè Leonard, a sua volta accusato dalla stampa fiamminga di aver protetto un prete pedofilo negli anni Novanta, quando era vescovo di Namur. La presunta vittima, Joel Devillet, in un’intervista al quotidiano belga ha affermato di essere stato ripetutamente abusato, per anni, dal parroco del suo villaggio. Nel 1996 si sarebbe confidato con l’allora vescovo Leonard: “Lui ha però lasciato fare. E’ stato varato un accordo finanziario, in base al quale il sacerdote avrebbe pagato un terzo della mia terapia, il vescovo un altro terzo mentre il resto sarebbe stato a mio carico ma nonostante avesse ammesso i fatti, questo sacerdote è rimasto al suo posto per altri cinque anni e ha continuato a fare vittime: Leonard ha fatto di tutto perché si evitasse un processo.”

La magistratura belga ha così aperto una indagine, e il giudice istruttore De Troy ha ordinato le perquisizioni e il sequestro dei computer e dei documenti inerenti i casi di abusi. Rispetto alle necessità giudiziarie, anche il desiderio di riservatezza, cui si è appellata la Chiesa, passa in secondo piano. Insomma, i religiosi non sono al di sopra della legge.

sfoglia giugno        settembre
PROSSIMI APPUNTAMENTI