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Troppo tiepida la reazione della Chiesa istituzionale di fronte allo scandalo che sta scuotendo il Palazzo, troppo blanda la condanna del cardinale Bertone, Segretario di Stato vaticano, nei confronti di quello che è internazionalmente conosciuto come Rubygate.

Sì, perché soprattutto i cattolici una presa di posizione ferma e decisa se la aspettavano. Invece le parole del cardinale sono sembrate troppo generiche, troppo all’acqua di rose: “La Chiesa spinge e invita tutti, soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica in qualunque settore amministrativo, politico e giudiziario, ad avere e ad assumere l'impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di legalità”. Parole che possono riferirsi a chiunque. Senza contare che Vittorio Messori, in un’intervista rilasciata a Il Giornale (!), ha affermato: «La Chiesa non è autorizzata a lanciare anatemi contro un capo di Stato per la sua moralità privata, però ciascuno deve avere un decoro adeguato al ruolo che ricopre, cosciente del danno d'immagine che certe vicende possono provocare al Paese».

E mentre in passato la Chiesa ha sempre tuonato contro chi dava “pubblico scandalo”, manifestandosi tollerante se veniva garantita la riservatezza, adesso sembra muoversi più nell’ottica dell’appoggio a chi può tradurre in politica quei principi inderogabili che la Chiesa impone ai cattolici. E poco importa la disinvoltura con cui si accompagna a minorenni e prostitute, basta che appoggi le istanze della Chiesa e traduca in reati ciò che la Chiesa stigmatizza come peccati. E dunque, basta che non dia pari diritti e dignità alle coppie di fatto, basta che ostacoli l’adozione della pillola Ru-486, basta che mantenga i finanziamenti alle scuole e agli ospedali cattolici, anche sottraendoli a scuole e ospedali pubblici, basta insomma che garantisca impunità e privilegi alla Chiesa, e il cardinal Bertone, alla vigilia della conta in Parlamento del 14 dicembre, si lascia fotografare con Berlusconi, sancendo così la peggiore delle alleanze tra Trono e Altare.

E tuttavia, non si può pretendere che i cattolici vadano oltre i limiti dell’umana tolleranza. La mancanza di risposte delle istituzioni ecclesiastiche di fronte agli scandali sessuali ha portato ad un crescente disamore nei confronti della Chiesa, soprattutto dopo che essa stessa è stata travolta dallo scandalo della pedofilia clericale, a cui non ha saputo dare le risposte che le comunità di base si aspettavano, preferendo prima la politica della negazione, poi della minimizzazione e infine chiedendo perdono ma guardandosi bene dal risarcire le vittime se non costrette dai tribunali.

Così, le comunità cattoliche scendono in piazza, chiedendo anche alle autorità ecclesiastiche di far sentire la propria voce. A Napoli, la sera del 4 febbraio, i catechisti e i laici cattolici riuniti in veglia davanti al Duomo, hanno manifestato il loro “disagio dovuto allo spettacolo indecoroso offerto da rappresentanti politici italiani e da chi ricopre alte cariche istituzionali”.  Il portavoce del comitato 'Etica e speranza', Antonio Nocchetti, ha affermato: “Chiediamo al cardinale di fare la sua parte, che la Chiesa napoletana dica chiaramente cosa è giusto e sbagliato, altrimenti sarà la sconfitta della società civile” perché i fedeli si ritrovano di fronte ad una “mistificazione continua della realtà, resa tanto più necessaria quanto più la verità è imbarazzante”.

Una settimana fa, il comitato aveva inviato una lettera a Crescenzio Sepe, il cardinale di Napoli, chiedendogli “di unire la sua autorevole voce a quella di tanti cattolici che assistono sgomenti allo spettacolo offerto da autorevoli rappresentanti della vita politica italiana”. Si legge nella missiva: “Ci rivolgiamo a lei perché profondamente turbati e confusi dalle vicende che riguardano la vita politica nazionale e siamo sconcertati dal silenzio che sembra circondare queste orribili vicende. Noi auspichiamo che si sollevi dalla nostra città una voce forte a spezzare la lordura che ha invaso l'etica pubblica e speriamo che questa voce affermi che tali vicende e i suoi protagonisti rappresentano un cancro da estirpare e non un ostacolo da aggirare”. Al cardinale, infine, i laici chiedono ''di accompagnarci nella richiesta immediata di dimissioni da ogni incarico politico per chi è coinvolto in torbide vicende come il nostro attuale presidente del consiglio e l'allontanamento dalla politica di quanti sono investiti da inchieste giudiziarie sui rapporti con la malavita organizzata”.

Il cardinale, però, non era presente alla veglia né ha dato seguito alle richieste dei fedeli. C’era invece padre Pierangelo, arrivato da Caserta per “sostenere la parte laica della Chiesa, che ha bisogno di non restare attaccata al potere gerarchico”, come lo stesso sacerdote ha affermato. “Chi non parla è bene che si passi una mano sulla coscienza” ha aggiunto il frate, reso famoso dalle sue battaglie nell’ambito dell’annoso problema dei rifiuti, perché questo silenzio “può allontanare dalla Chiesa il credente medio”.

Non a caso, sullo striscione che capeggiava in piazza, i fedeli avevano chiaramente scritto la ragione della veglia: “Troppa omertà nella Chiesa”.


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Mi è stato chiesto di riportare la norma cui si fa riferimento nel post precedente.
Trascrivo senza aggiungere nulla di mio. Del resto, non ce n'è bisogno.


Art. 12. (Modifiche alle disposizioni di attuazione di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale)

[...]
2. All'articolo 129 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comm 1, dopo le parole: «dell'imputazione» sono inserite le seguenti:
«con espressa menzione degli articoli di legge che si assumono violati, nonché della data e del luogo del fatto»;
b) il comma 2 è sostituito dal seguente:
«2. Quando l'azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso del culto cattolico, l'informazione è inviata all'autorità ecclesiastica di cui ai commmo 2-ter e 2-quarer.»;
c) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:
«2-bis. Il pubblico ministero invia l'informazione anche quando taluno dei soggetti indicati nei commmi 1 e 2 è stato attestato o fermato, ovvero quando è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare; nei casi in cui risulta indagato un ecclesiastico o un religioso del culto cattolico invia, altresì, l'informazione quando è stata applicata nei suoi confronti ogni altra misura cautelare personale, nonché quando procede all'invio della comunicazione di cui all'articolo 369 del codice.
2-ter. Quando risulta indagato o imputato un Vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un Ordinario di luogo equiparato a un Vescovo diocesano, abate di una abbazia territoriale o sacerdote che, durante la vacanza della sede, svolge l'ufficio di amministratore della diocesi, il pubblico ministero invia l'informazione al Cardinale Segretario di Stato.
2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente ad un Istituto di vita consacrata o ad una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l'informazione all'Ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente»; [...]


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Ce lo aspettavamo, è vero. Il decreto sulle intercettazioni ce lo aspettavamo. Del resto, ce lo avevano promesso (o minacciato).
Un disegno di legge peculiare: saranno intercettabili solo i reati che hanno il massimo della pena edittale dai dieci anni in su, ma con una deroga per i reati contro la pubblica amministrazione, oltre a reati di pedofilia e molestie telefoniche.
Inoltre è prevista una modifica dell'articolo 684 del codice penale, che riguarda la pubblicazione arbitraria degli atti di un processo penale: finora era privista la detenzione fino a 30 giorni e una sanzione fino a circa 250 euro (le vecchie cinquecentomila lire). Il nuovo disegno di legge prevede, invece, l'arresto da uno a tre anni (avevamo proprio bisogno di rimpinguare un po' le carceri!) per chi pubblica il testo di intercettazioni o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata la pubblicazione. Per gli editori, invece, è prevista una sanzione economica, proporzionale alla tiratura, che potrebbe raggiungere anche i 400.000 euro.

Sembrerebbe, in un primo momento, una restrizione del potere degli editori. Ma, riflettendoci un po', non lo è affatto. Il "rischio della sanzione" porterebbe inevitabilmente ad una forte ingerenza degli editori nella vita e nella fattura dei giornali, con conseguente compromissione dell’autonomia della professione di giornalista. E i giornalisti, quei pochissimi che fanno ancora il loro mestiere, si ritroverebbero a fare gli impiegati di redazione.

Quello che però colpisce particolarmente, in questo disegno di legge, è quanto viene scritto in merito all'emergere, durante le intercettazioni, di reati commessi dal clero. Spesso il clero, nel corso della storia, non è mai stato troppo lontano dal peccato e neppure dal reato. E dunque, perchè non pensare anche al caso in cui, intercettando qua e là, venga fuori il nome di un sacerdote o addirittura di un monsignore? Così, in questo disegno di legge, è previsto che qualora nel corso delle intercettazioni emerga un reato a carico di un sacerdote debba subito essere avvertito il vescovo. Qualora invece emerga un reato a carico di un vescovo, dev'essere avvertito il Vaticano.

Perchè questa specifica così particolare, all'interno del disegno di legge? Si pensava, forse, ai reati di pedofilia e alle relative, frequenti, indagini penali? Perchè se è così la faccenda è ben grave. In primo luogo per la peculiarità di trattamento riservato alla Chiesa: se nel corso delle intercettazzioni emerge il nome di un monaco buddista, dev'essere avvertito il suo Maestro? Vale anche per i Protestanti, per i Testimoni di Geova, per gli Avventisti? Perchè, in caso contrario, si darebbe luogo a discriminazioni.

Perchè un sacerdote, cittadino italiano, dev'essere trattato diversamente da un maestro elementare, da un bancario, da un idraulico, sempre cittadini italiani? Mi si obietterà che è necessario avvertire le gerarchie superiori perchè si possa dar luogo anche ad un processo canonico. Sarei d'accordo, ma con due "se".

Sarei d'accordo se fosse previsto anche il contrario, cioè se fosse imposto alle gerarchie ecclesiastiche di avvertire le Procure in caso sia loro denunciato un reato commesso da un sacerdote. Se, per esempio, un vescovo riceve la denuncia di una direttrice scolastica a carico di un prete pedofilo, tanto per non allontanarci troppo dalla realtà.

Sarei d'accordo se i processi canonici si facessero realmente e avessero, tra l'altro, l'esito di spogliare della tonaca i colpevoli. Invece i processi canonici spesso non si fanno, come nel caso di don Cantini e di padre Maciel, per citare due nomi "illustri"; e quando si fanno, hanno esiti per lo meno discutibili.

E' ancora sacerdote, per esempio, don Mauro Stefanoni; è ancora sacerdote don Bruno Puleo; è ancora sacerdote don Pierangelo Bertagna; sono ancora sacerdoti centinaia di preti pedofili negli Stati Uniti, in Messico, in Irlanda, in Africa. Sono ancora sacerdoti, con lo stipendio pagato coi soldi dell'otto per mille. Sono ancora sacerdoti, spesso a contatto con i bambini.

A che serve dunque, inserire questo caso particolare all'interno di un disegno di legge? Ad avvertire indirettamente l'ecclesiastico di turno che si sta indagando sul suo conto? Dove finisce il diritto e comincia il privilegio? Perchè questo caso particolare mi pare configuri più un privilegio che un diritto.

Forse questo era uno degli argomenti di discussione dell'ultimo incontro tra Berlusconi e Ratzinger?

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