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Anche quando le vittime sono i bambini, l’Italia assuefatta agli scandali, satura fino al rigetto, non ha più la capacità di reagire, di indignarsi. Fino al punto da non avere neppure un fremito di sdegno di fronte alle dichiarazioni del cardinale Sodano che riducono a “chiacchiericcio” i casi di abusi sessuali su minori commessi dai sacerdoti. Casi che, finalmente, stanno venendo alla luce anche in casa nostra, e che in ogni modo si è tentato di sminuire, ridurre, minimizzare. Come se la piaga ci avesse in qualche modo risparmiati, quasi che la presenza stessa del Vaticano ci avesse regalato una sorta di maggior tutela rispetto agli Stati Uniti, all’Australia, al Sudamerica, all’Irlanda, alla Polonia, alla Germania, alla Spagna, al Canada, a tutti quei paesi che hanno accolto i sacerdoti come messaggeri di Cristo senza neppure sospettare che tra loro c’erano lupi travestiti da agnelli.

Eppure lo scandalo peggiore non era che ci fossero sacerdoti pedofili, quanto che ci fosse una sistematica copertura da parte delle gerarchie ecclesiastiche e una cieca politica dello struzzo, tesa essenzialmente a proteggere non solo il buon nome della Chiesa ma anche (o soprattutto) i patrimoni delle varie diocesi da eventuali richieste di risarcimento.
Perché, in fondo, il nocciolo della questione era tutto lì: ammettendo di aver saputo e coperto, i vescovi divenivano in qualche modo colpevoli, se non altro di non aver vigilato sui propri sacerdoti, lasciandoli in mezzo ai bambini e trasferendoli semplicemente da una parrocchia all’altra. Quando nel 2007 arrivarono anche da noi le notizie dei risarcimenti alle vittime (la sola diocesi di Los Angeles pagò un risarcimento record, nel luglio di quell’anno, di 660 milioni di dollari a circa 500 vittime) si tentò in ogni modo di ridimensionare agli occhi degli italiani la portata della vicenda.

Nel 2002 Monsignor Betori dichiarò che "i preti pedofili sono un fatto assolutamente marginale che non richiede interventi da parte delle istanze centrali della Chiesa italiana. Si tratta di un fenomeno estremamente limitato".
Si parlò di un problema che toccava solo i sacerdoti dei paesi anglosassoni, poi si tentò di propugnare l’ipotesi dei “casi isolati” (negli Stati Uniti c’erano oltre 4300 “casi isolati” di sacerdoti pedofili), infine si tenta, oggi, di far passare la richiesta di chiarezza e giustizia come un attacco al Papa e alla Chiesa, una “deriva giudaica”, un “chiacchiericcio”, offendendo nuovamente le vittime che hanno il coraggio di parlare.
Quello che invece non si dice è che tutti i vescovi che, negli anni, hanno ricevuto segnalazioni e denunce a carico di sacerdoti, hanno gestito il problema come se le leggi degli stati all’interno dei quali i reati venivano commessi e dove essi si trovavano ad esercitare il ministero non li avessero riguardati. Nessun vescovo ha denunciato il sacerdote alle autorità statuali, nessun monsignore ha accompagnato il prete in procura. In alcuni casi è stata anche tentata una “riabilitazione” del sacerdote, attraverso ritiri spirituali e colloqui con psicoterapeuti, ma fondamentalmente la prassi era quella di non far trapelare scandali e trasferire altrove. Alle vittime? Veniva chiesto di dimenticare e di non parlare. Sempre. Nessun aiuto, di nessun genere: nessun sostegno psicologico, nessun risarcimento, nessuna evangelica carità cristiana.

A guardarla col senno di poi, ci si chiede come mai uno scandalo di proporzioni tanto abnormi, che da oltre 10 anni flagella la Chiesa, sia scoppiato negli Stati Uniti prima che altrove.
La realtà dei fatti è che “altrove” (quindi in qualsiasi altro posto che non sia l’Italia) la stampa e la politica funzionano in maniera diversa che in Italia, da sempre considerata il “giardinetto” del Vaticano.
Di fronte al profilarsi della tempesta, nessun politico americano è intervenuto pubblicamente a sostegno della Chiesa ventilando complotti anticlericali e minacce alle radici cristiane. Da noi, invece, dopo l’esplosione della vicenda irlandese, il Primo Ministro Berlusconi si è sentito in dovere di inviare una lettera al Papa, nella quale gli abusi e la sistematica copertura dei sacerdoti pedofili sono diventate “situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana”.
Negli Stati Uniti, al contrario, sempre nel 2002, il governatore dell'Oklahoma Frank Keating, repubblicano e cattolico, presidente del Consiglio Nazionale per il Riesame che si occupava della vicenda dei preti pedofili, rilasciò un'intervista al Los Angeles Times spiegando il motivo delle sue dimissioni dall'incarico dopo appena un anno,  paragonando la segretezza della Chiesa a quella della mafia e le gerarchie ecclesiastiche a Cosa Nostra: "Non obbedire ai mandati di comparizione, sopprimere i nomi dei preti accusati, negare, confondere, non spiegare, è il modello di un'organizzazione malavitosa, non della mia Chiesa". Ovviamente in Italia non tener conto degli ordini di comparizione in tribunale, considerando che si fanno leggi come il legittimo impedimento, negare, confondere e non spiegare, non solo non suscita indignazione ma è considerata prassi e normalità.

Non solo, ma quando gli americani si sono resi conto che molti crimini non avrebbero potuto essere perseguiti, perché risalivano a troppi anni addietro e quindi era intervenuta la prescrizione, la necessità di fare giustizia è stata messa al primo posto e la California, per esempio, ha aperto una “finestra temporale” di un anno, che annullava la prescrizione per tutti i reati denunciati in quel lasso di tempo. Perché esiste un tempo limite per perseguire penalmente un reato come l’abuso sessuale. In Italia è necessario che la denuncia, le indagini, il rinvio a giudizio, il processo nei suoi tre gradi e tutto quanto previsto dalla legislazione italiana, si concludano nel tempo limite di dieci anni. Un periodo irrisorio se si tiene conto del fatto che in moltissimi casi occorrono mesi, se non anni, prima che la vittima di un abuso riesca a raccontare quanto ha subito. E da questo al passare alla denuncia possono passare altri mesi, perchè non è mai facile chiedere che sia fatta giustizia, mettendo a nudo la ferita all’anima che provoca un abuso, raccontando dettagli vergognosi, magari ritrovandosi faccia a faccia con un uomo che si vorrebbe soltanto cancellare dalla propria memoria. Occorrono anni e, talvolta, quando si vuole finalmente denunciare, si scoprono che i tempi sono scaduti, sono passati i fatidici dieci anni e quell’uomo che ha abusato di un corpo, di un’anima, di una vita, può andarsene libero per il mondo, senza mai fare i conti con se stesso e con le proprie colpe.

L’istituzione del cosiddetto “anno finestra” è stata una delle basi fondamentali che ha permesso a molte vittime di uscire allo scoperto e denunciare: la possibilità che l’aggressore di un tempo potesse ancora essere punito. Senza quell’anno finestra probabilmente le diocesi americane non avrebbero mai risarcito le vittime. La magistratura ha così potuto fare il suo corso.
Una magistratura, tra l’altro, non tenuta in ostaggio dal potere politico. A Boston, di fronte alla richiesta degli avvocati delle vittime di rendere pubblici gli archivi segreti della Curia, in cui erano tenuti i documenti che comprovavano che la diocesi era a conoscenza da anni degli abusi perpetrati da sacerdoti come padre Geoghan, richiesta a cui l’avvocato della Curia si oppose strenuamente, il giudice cattolico Constance Sweeney decise che il diritto all’informazione veniva prima del “desiderio di riservatezza” e i dossier segreti, i file nascosti, le verità occultate divennero di dominio pubblico.

In Italia, nessun pubblico ministero ha mai chiesto l’accesso agli archivi segreti diocesani: i vescovi possono tranquillamente continuare a sostenere di non aver mai saputo nulla dei sacerdoti pedofili caduti nelle maglie della giustizia statuale, non sono mai state chieste prove che potessero smentirli. E il peso della politica sulla magistratura è decisamente diverso rispetto ad oltre oceano. Il procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri, Pietro Forno, che nel corso della sua carriera si è trovato a fronteggiare una decina di casi di abuso che coinvolgevano sacerdoti, ha affermato recentemente: “Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente.”
Una constatazione banale, una verità sotto gli occhi di tutti. Eppure è valsa al procuratore un’ispezione inviata dal ministro Alfano, al fine di “verificare se il dottor Forno con tale condotta abbia violato i doveri di correttezza equilibrio e riserbo che devono essere particolarmente osservati nella trattazione di procedimenti delicati come quelli per reati di pedofilia”. Iniziativa che ha riscosso il plauso bipartisan di maggioranza e opposizione, fatta eccezione per Italia dei valori che ha posto l’accento sul fatto che l’ispezione “sembra voglia intimidire i magistrati che difendono i bambini”.

Del resto, i media non mancano di fare del proprio meglio per mostrare come effettivamente siamo, quanto a libertà di stampa, quel paese “semilibero” che sostiene la Freedom House, istituto di ricerca e promozione della democrazia liberale nel mondo.
Sempre negli Stati Uniti, quando cominciarono a divenire pubbliche le denunce, i giornali condussero inchieste profonde, spesso drammatiche, per portare alla luce la verità. Il team “Spotlight” del Boston Globe avanzò in tribunale una richiesta di pubblicazione degli atti della Curia che dimostravano la copertura che le gerarchie avevano operato per decenni: i giornalisti diedero voce alle vittime e non ai vescovi. E alla fine vinsero il Pulitzer, la più prestigiosa onorificenza per il giornalismo. Purtroppo il clima non è lo stesso qui, dove ogni cosa risulta appiattita e smorzata nel tentativo di non scontentare poteri forti pur dovendo assolvere all’ingrato compito di dover dare spiacevoli notizie. Così, inevitabilmente, a fare da contraltare alla notizia di decenni di abusi commessi ai danni di decine di bambini sordi, all’Istituto Provolo di Verona, compaiono oltre alle smentite di vescovi e monsignori anche decine di attestati di stima e solidarietà di politici e politicanti. Stima e solidarietà per vescovi e monsignori, sia chiaro. Delle vittime non importa nulla a nessuno.

Anzi, in Italia esiste un triste fenomeno che rende particolarmente difficile, per chi ha subito abusi, ricorrere alla denuncia: la colpevolizzazione della vittima. In moltissime comunità, i genitori dei bambini abusati da un sacerdote che si rivolgono alle autorità giudiziarie, si ritrovano emarginati da quelli che, ci si aspetterebbe, dovrebbero invece sostenerli, i vicini di casa, gli amici, gli insegnanti, i membri della propria comunità. Si è sempre pronti a giurare che le accuse sono infondate, che l’uomo in questione è di moralità specchiata, che il bambino ha interpretato male un gesto d’affetto. E’ sempre la vittima a mentire, non ci si pone mai il dubbio che un pedofilo sappia tenere nascoste certe morbose inclinazioni proprio per la paura di una condanna sociale, non si pensa mai che un pedofilo, per avere libero accesso alla fiducia di un bambino deve passare attraverso la conquista della fiducia dei genitori e quindi si mostra di moralità specchiata. Poi quando il passepartout è l’abito talare, la conquista della fiducia è ancora più facile. Si preferisce mettere a rischio i propri figli piuttosto che mettere in discussione le proprie convinzioni.

E forse proprio per questa capacità di metabolizzare qualsiasi orrore, per questa cecità così ottusa, per questo desiderio continuo di non mettersi mai in discussione e accettare pedissequamente ogni nefandezza, l’Italia è diventato un paese della cuccagna in cui tutto può accadere senza che si sollevi indignazione. E così finisce che sacerdoti che devono sfuggire all’attenzione mediatica o giudiziaria per aver abusato di decine di bambini trovino rifugio qui, in Italia, nascosti nei conventi o mandati a celebrare messa in qualche sperduto paesino, lontano dagli occhi di possibili curiosi. E’ il caso di padre Henn, rifugiato a Roma, a pochi passi dal Vaticano, “sistemato” nella sede dell’Ordine dei Salvatoriani. Indagato per una serie di abusi commessi nella diocesi di Phoenix, contro di lui pendono 13 capi di accusa. Eppure, a Roma, andava e veniva a proprio piacimento, una figura anonima tra le migliaia che popolano ogni giorno piazza san Pietro. Una sistemazione decisamente diversa dal carcere, quella presso i Salvatoriani: un quieto giardino di begonie con una fontana, un albergo e un centro di informazioni per turisti; al primo piano gli uffici, una cappella, una grande cucina e uno spazioso locale in cui il papa, qualche anno fa, fu ospite a pranzo durante una visita. Padre Henn lavorava qui, e dal patio sul tetto ammirava la basilica di san Pietro e i monumenti di Roma.

Quando il procuratore Rick Romley scrisse al cardinale Sodano perché si adoperasse per l’estradizione di padre Henn vide recapitare indietro la propria lettera perché rifiutata dal destinatario. E quando si rivolse alle autorità italiane, padre Henn fu messo agli arresti domiciliari, ma si profilò subito burrasca. Perché il sacerdote, negli Stati Uniti, rischiava 259 anni di carcere, sommando tutti i 13 capi di imputazione. Il suo avvocato fece inoltre sapere che, visto il reato di cui era imputato, in un carcere americano padre Henn non si sarebbe sentito al sicuro.
Ci vollero un anno di beghe legali fino in Cassazione per ottenere il provvedimento di estradizione, ma quando le forze dell'ordine si recarono nella Casa del Divino Salvatore per notificargli il provvedimento, Henn non c'era. Era scappato, svanito nel nulla, e da allora ricercato in tutto il mondo.

Ma non è certo il solo. Sempre in Italia, stavolta presso l’ordine dei Saveriani, prima a Roma e poi a Vicenza, aveva trovato rifugio anche padre James Tully, condannato tre volte. Quando l’attenzione dei media si concentrò sul sacerdote ospitato a Roma, i suoi superiori lo trasferirono a Vicenza, col divieto di ricevere confessioni e di prestare servizio fuori dall’Istituto. Fu necessaria una campagna di informazione e sensibilizzazione promossa da una delle sua vittime, Bill Nash, perché il sacerdote fosse rimandato negli Stati Uniti e, un anno fa, ridotto allo stato laicale. Bill venne perfino in Italia e, mettendo le gerarchie di fronte alla pubblica condanna della pedofilia fatta da Benedetto XVI, chiese alla Chiesa di essere fedele alle parole del papa.
Accolto a Roma anche don Barry Bossa, trasferito frettolosamente dagli Stati Uniti non appena i suoi precedenti penali saltarono fuori in seguito a nuove accuse. E anche don Richard Mataconis, accusato di aver compiuto abusi sessuali nel seminario di New York dove insegnava. Lavora come guida inglese nelle catacombe di S. Callisto, una fermata imperdibile per i Cattolici in visita a Roma. Si mescola tra adulti e bambini nei suoi tour, portandoli attraverso l’antico sito di sepoltura di papi e martiri cattolici.
Per non parlare di padre Bernard Prince, sacerdote canadese colpevole di abusi su tredici bambini. Prince fu richiamato a Roma dove ricoprì l'incarico di segretario generale della Pontificia opera missionaria della Propagazione della fede, organismo della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. E ancora, nel 1994 venne elevato al rango di prelato d'onore di Sua Santità. Fu solo l’anno scorso che Benedetto XVI lo ridusse allo stato laicale.

Ma, tanto per non farci mancare nulla, in Italia, il paese che tutto accetta e tutto inghiotte, perfino le medicine più amare, la Chiesa “ricovera” anche i preti genocidiari. Entrambi in Toscana, entrambi scoperti da African Rights. Il primo, padre Seromba, massacrò duemila persone in Rwanda, seppellendole vive nella propria chiesa e facendola spianare dai bulldozer. Di fronte alla richiesta di estradizione, l’Italia nicchiò. Carla Del Ponte, del Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda si vide chiudere le porte in faccia e Berlusconi, già allora a capo del governo, si rifiutò di riceverla. La trattativa venne condotta dal Vaticano, per consegnare un genocidiario rifugiato su suolo italiano!, e il Vaticano lottò con le unghie e con i denti per estorcere condizioni e privilegi per il suo prete.
Stessa sorte con Emmanuel Uwayezu, che ha 47 anni e da 4 anni è vice parroco della chiesa di Ponzano, a Empoli. E' accusato da African Rights di essere coinvolto nel massacro, il 7 maggio 1994, "di più di 80 giovani alunni fra i 12 e i 20 anni" che studiavano nel complesso scolastico Misericordia di Maria, di cui era direttore, a Kibeho, nel sud del Ruanda. Dal 20 ottobre scorso è agli arresti domiciliari, il Rwanda ha intenzione di chiedere l’estradizione, ma il cardinale Giuseppe Betori, ha espresso la propria fiducia nella giustizia e nel sacerdote: ''Siamo fiduciosi nella giustizia, abbiamo ascoltato le sue ragioni, lui si e' sempre dichiarato innocente, e la sua versione ci sembra plausibile''. Come se decidere dell’innocenza o colpevolezza di un sacerdote accusato di genocidio spettasse alla Chiesa, non al Tribunale Internazionale. E come se bastasse sentire solo una campana, quella dell’accusato, per riuscire a farsi un’opinione.

Del resto anche nei casi di accuse di pedofilia la Chiesa si limitava ad ascoltare il sacerdote e a fidarsi della sua parola. E, tanto per non smentirsi, nel caso dell’Istituto Provolo, la Congregazione per la dottrina della fede ha reso noto attraverso la diocesi di Verona di aver intrapreso una indagine sulle accuse formulate dai 67 ex studenti sordi che hanno denunciato gli abusi, ma non ha mai ascoltato le vittime.
Tutt’altro modo di affrontare il problema rispetto anche alla cattolicissima Irlanda. Il governo del paese, scosso dalle rivelazioni di due serie di documentari, Cara figliola e Stati di paura,  che raccontavano gli abusi subiti dai bambini nelle Scuole Industriali rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani, istituì due commissioni governative, la commissione Murphy e la commissione Ryan, una per far luce su quanto era accaduto nelle scuole industriali irlandesi, l’altra per verificare gli abusi commessi dai sacerdoti nella diocesi di Dublino. Un compito gravoso, che non incontrò nessuna collaborazione, né da parte degli ordini religiosi, né da parte della Nunziatura apostolica, né tanto meno dal Vaticano. Come era accaduto negli Stati Uniti per il Consiglio Nazionale per il Riesame, le commissioni si scontrarono contro un muro di ostruzionismo. Per tutelarsi da possibili richieste di risarcimenti, la Congregazione dei Fratelli Cristiani nel 2004 chiamò in giudizio la Commissione Ryan affinché nessuno dei nomi dei suoi membri coinvolti nel rapporto, vivo o morto, fosse svelato.

Di fronte alla cultura della segretezza, la Commissione Murphy dovette emettere un ordine formale con il quale veniva richiesto che l'arcidiocesi di Dublino e altre organizzazioni, compresa la polizia stessa, fornissero tutti i documenti in loro possesso riguardanti i 46 sacerdoti coinvolti nell'inchiesta.
Nel settembre del 2006, la Commissione inviò inoltre una richiesta formale alla Congregazione per la Dottrina della Fede "chiedendo informazioni sulla promulgazione del Crimen Sollicitationis". Chiedeva inoltre informazioni su tutti i rapporti, riguardanti gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti, “inviati alla Congregazione dall'arcidiocesi di Dublino". La Congregazione non rispose mai alla richiesta, adducendo come pretesto il fatto che la stessa non fosse stata inoltrata attraverso gli appropriati canali diplomatici.
La Commissione inviò allora, nel febbraio 2007, una formale richiesta al Nunzio Apostolico irlandese, chiedendo di produrre tutti i documenti in suo possesso riguardanti l'indagine in corso. Non vi fu mai risposta. Non avendo il potere di emanare alcun ordine nei confronti della Congregazione per la Dottrina della Fede nè del Nunzio Apostolico, la Commissione proseguì il proprio lavoro senza alcuna collaborazione da parte del Vaticano. Tuttavia ritenne opportuno, alla conclusione dei lavori, inviare al Nunzio una copia del rapporto Murphy. Ancora una volta, non ricevette risposta.

"La sola preoccupazione dell'arcidiocesi di Dublino - si legge nel rapporto - era quella di mantenere la segretezza, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e i suoi beni. Tutto il resto, incluso il benessere dei bambini e la giustizia per le vittime, erano subordinati a queste priorità. L'arcidiocesi non si attenne alle procedure del diritto canonico e fece tutto il possibile per evitare l'intervento delle leggi dello Stato". Tant’è che fin dal 1986, le autorità ecclesiastiche decisero di ricorrere ad una polizza assicurativa per proteggere i beni della Chiesa da possibili richieste di risarcimento da parte delle vittime di abusi.
Tuttavia la pressione dell’opinione pubblica, sconvolta dalla rivelazione delle migliaia di abusi, ha costretto i Fratelli Cristiani, la congregazione religiosa che gestiva la maggior parte delle scuole industriali assieme alle Suore della Misericordia, ad offrire un risarcimento di 34 milioni di euro alle vittime. Altre cinque congregazioni hanno offerto ulteriori 43 milioni di euro. Dal canto suo, il governo irlandese aveva già preso provvedimento per risarcire le vittime: un Consiglio di Giustizia fu istituito già dal 2002: al 2008 aveva giudicato 11.337 casi, con risarcimenti individuali tra i 65.000 e i 300.000 euro.

La nuova ondata di pseudointellettuali cattolici che accusano di complottismo e falsità il New York Times e i giornali americani che continuano a rivelare scomode verità, supportate da documenti, sull’operato del Vaticano e dell’attuale pontefice, sono grosso modo gli stessi che si stracciarono le vesti anche tre anni fa, quando in Italia arrivò lo scandaloso Sex Crimes and Vatican. E come se vivessero nel Paese delle Meraviglie, o peggio, come se vedessero in noi delle sprovvedute Alice, gridano ai quattro venti che i documenti pubblicati dalle testate americane non provano nulla.
Una serie di documenti, in diversi casi di sacerdoti accusati, prova se non altro che il pontefice era informato di quello che accadeva. E sebbene siano piovute assunzioni di responsabilità da suoi vari sottoposti, il vicario a Monaco, il vescovo in Winsconsin e via dicendo, è mai possibile che il futuro papa fosse circondato, in Germania come a Roma, da personaggi che gli hanno tenuto nascosto cosa avveniva in casa sua, sotto i suoi occhi? Oppure, più semplicemente, è quello che la Chiesa pretende di farci credere? Perché anche la decenza impone dei limiti.

E non glielo avevano mai detto, a Benedetto XVI, che i tre cardinali con i quali si accompagnò nel suo viaggio negli Stati Uniti erano noti urbi et orbi per aver coperto preti pedofili? Né gli avevano fatto sapere che il cardinale Law, arciprete nella Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, ha lottato con le unghie e con i denti prima per coprire i sacerdoti come padre John Geogan, che abusò di almeno 130 bambini, e poi per non risarcire le vittime? Perché la tanto sbandierata pulizia non comincia a farla da qui?
Se questi particolari episodi, poi, si inseriscono nel contesto più ampio dell'operato del Vaticano, risulta ancora più inverosimile la favola che vogliono per forza raccontarci.

Richiamo due casi eclatanti, ma sono dei puri esempi, se ne possono citare centinaia. Nel caso di don Lelio Cantini, quanti anni ha impiegato la Congregazione di Ratzinger per arrivare ad almeno una parvenza di condanna? Più di venti. E se le vittime non si fossero rivolte ai giornali don Cantini sarebbe ancora, indisturbato, nella sua parrocchia. La condanna, poi, è un esempio di severità: recitare le litanie alla Madonna.
E nel caso del fondatore dei Legionari di Cristo? Le prime denunce sono del 1952, possibile che siano occorsi più di cinquant'anni per comminargli la pesantissima "pena" di una vita ritirata?
E che fine hanno fatto i sacerdoti pedofili italiani condannati dai tribunali italiani? Quali provvedimenti ha preso la Chiesa nei loro confronti? Sono sempre lì, magari solo spostati di parrocchia, come nel caso del sacerdote campano condannato dai tribunali statuali per atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e attualmente consigliere dell’Istituto interdiocesano per il sostentamento del clero e membro del collegio presbiterale, nominato direttamente dall’arcivescovo. Sedici anni fa, al momento del reato contestato, insegnava religione in una scuola media di Pontecagnano Faiano e ha continuato a farlo anche dopo la denuncia inoltrata dai genitori delle vittime. Prima al preside dell’istituto e poi alla Procura di Salerno.
Condannato nel 1996 in primo grado, nel 1999 in appello e nel 2000 in Cassazione, per fortuna non fa più l’insegnate, ma siede tra i banchi dell’Istituto per il sostentamento del clero e del consiglio presbiterale.

E’ inaccettabile, è vergognoso, è immorale che si consenta ancora di parlare di attacchi senza fondamento, è scandaloso che non ci sia un’inchiesta seria su quello che accade nei seminari, nei collegi cattolici, nelle sagrestie. E’ oltraggioso che le vittime debbano combattere contro un muro di omertà, contro il discredito, contro la denigrazione di chi vuole ridurre a “chiacchiericcio” le infamie subite.

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