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Non manca di farsi attendere la reazione delle vittime di fronte alle dimissioni dell’intera commissione Adriaenssens. Ad appena 24 ore dall’annunciato forfait, l’associazione delle vittime di abusi sessuali del clero belga ha tenuto una conferenza stampa sugli scalini davanti alla cattedrale St. Gudule a Bruxelles.

Sabato 26 giugno 2010, venti delle 300 vittime avrebbero dovuto essere ascoltate dalla Commissione per gli Abusi Sessuali all’interno di una Relazione Pastorale, di cui era presidente il Professor Peter Adriaenssens. Due giorni prima, giovedì 24 giugno, la commissione ha deciso di smettere definitivamente di operare, dopo la perquisizione e il sequestro dei dossier da parte della polizia.

“La commissione è indignata perché la giustizia non rispetta la privacy delle vittime, ma sappiamo che la Chiesa non l’ha mai rispettata – afferma Lieve Janssens, ex presidentessa dell’associazione Vlaamse Werkgroep Mensenrechten in de Kerk. - La Chiesa si nasconde da anni dietro la prescrizione dei delitti e dimentica tante cose. Scopriamo oggi chi abbiamo protetto con il nostro tacere.

Il 25 gennaio 2000, il gruppo di vittime aveva un appuntamento con il cardinale Godfried Danneels. “Arrivammo mezz’ora prima al palazzo episcopale a Mechelen – racconta la signora Janssens. - L’idea era che ogni vittima doveva raccontare la propria storia al leader della Chiesa belga. L’unica intenzione del gruppo era di essere ascoltato dal cardinale. Speravamo di sentire un riconoscimento dell’esistenza del problema degli abusi sessuali nella chiesa. Non abbiamo raggiunto questa nostra finalità. Non siamo stati ascoltati.”

L’appuntamento era stato preso parecchio tempo prima, ma quando le vittime arrivarono fu loro impedito l’accesso al palazzo cardinalizio. Tentarono perfino di chiudere il portone d’ingresso, sostenendo che venti persone erano troppe e il cardinale non aveva abbastanza sedie.
“Questa condotta inospitabile e addirittura ostile ci causò emozioni forti... venivamo trattati come se fossimo noi i criminali... – continua Janssens. Infine furono ricevuti. - Di quella serata ricordo molto bene e con commozione il coraggio sereno e la forza testimoniale di quelle storie dolorose. Mi ricordo che aspettavo con tanta speranza una parola liberatrice del cardinale. Speravo di sentire: ho visto il vostro dolore e piango con voi per quello che vi è stato fatto, mi prenderò la responsabilità di fare giustizia con il potere che mi è stato dato. Invece non è accaduto nulla del genere, anzi ad un certo punto il cardinale ha detto: “Mi sembra di essere davanti ad un tribunale”. Alla fine della nostra conversazione, per cui ci aveva accordato pochissimo tempo, gli chiesi, come pastore della chiesa e come padre, di trasmettere queste storie alla conferenza episcopale. Gli chiesi anche di ricevere il nostro gruppo di lavoro per parlare di altri dossier. La risposta fu scioccante e mi fa ancora venire i brividi: “Signora”, mi disse, “Lei mi può portare ancora mille dossier, se vuole. Non posso sapere se non nascono da menti e fantasie morbose. Lei non ha nessuna prova. Stasera non ho sentito nessun fatto provato.” Immaginatevi come ci si sente.”

Nuove speranze erano state riposte nella commissione Adriaenssens, soprattutto dopo lo scandalo del vescovo Vangheluwe, quando la commissione promise pubblicamente chiarezza e trasparenza.

Abbiamo mal riposto la nostra fiducia – affermano oggi le vittime. - La commissione si è dimessa e noi vittime ci ritroviamo abbandonate. Del resto, la commissione era sottoposta all’autorità della Chiesa, e una commissione del genere non può funzionare. Noi vittime dobbiamo uscire allo scoperto. Non siamo più vittime, siamo survivors, sopravvissuti. Parlare è duro e difficile e ci abbiamo impiegato metà della nostra vita a trovare la forza per parlare. Quando siamo stati abusati, ce lo hanno fatto capire bene che dovevamo stare zitti, che troppe cose brutte sarebbero accadute se avessimo aperto bocca.

Adesso vogliamo essere riconosciuti, non vogliamo più la segretezza. Vogliamo una commissione d’inchiesta parlamentare, neutra, scientifica e indipendente della Chiesa, dove saremo finalmente ascoltati. Se nessuno risponde alle nostre richieste, continueremo comunque. Adesso abbiamo capito che tocca a noi fare quello che deve essere fatto. Per questo abbiamo organizzato, il prossimo 2 ottobre, a Leuven, una giornata di incontro riservata alle vittime e alle persone che le sostengono.”

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Nel corso della puntata di Annozero di ieri ho avuto modo di capire come la televisione possa agire per mettere una pietra tombale sul clamore sollevato intorno ad un problema così grave come quello degli abusi sessuali sui bambini commessi dai sacerdoti. Come possano essere utilizzati certi strumenti per dare l’idea di aver profondamente trattato un problema, affrontandone invece solo aspetti marginali.

Innanzitutto partendo dalla scelta degli ospiti. Non me ne voglia, ma come Santoro sa bene io ho declinato la possibilità di essere lì, fra il pubblico in tribuna, a fare la bella statuina per un intervento di tre minuti: per prima cosa non ho l’età, come in quella vecchia canzone, come seconda cosa, ben più importante, non ho il desiderio di avallare, con la mia presenza, le chiacchiere inutili da salotto buono. Santoro, ieri, ha iniziato il programma difendendo la dignità del proprio lavoro. Lasci dunque che io difenda la dignità del mio. E, insieme a quella, la dignità delle vittime italiane che con me hanno parlato, che a me si sono rivolte e alle quali io ho dato voce. E anche di quelle che, rinchiuse ancora nel silenzio della vergogna, non ho mai conosciuto.

Troppo intento a non pestare i piedi alla Chiesa, il padrone di casa ha prima di tutto ritenuto opportuno specificare che tutti i presenti di ieri erano cattolici. Insomma, un modo per far capire che, tutto sommato, si stavano lavando i panni sporchi in famiglia. Solo che la lavatrice di Annozero è piuttosto piccola, e bisogna scegliere quali panni lavarci. E hanno optato per pochi fazzoletti, e per giunta alla presenza di lavandai pseudo esperti attenti più all’integrità della macchina che non all’effettiva pulizia del bucato.
In quest’ottica, quindi, sono stati invitati ospiti pronti a sfoderare, col beneplacito del Michele nazionale, le spade in difesa della Chiesa. Il giornalista Socci ha tenuto a disinformare sulle percentuali di pedofili fra i preti rispetto alla presenza di pedofili in altre confessioni religiose e in altri contesti. E Socci dall’alto di quale competenza in materia parla? Quella delle sagrestie e delle genuflessioni? Parlare di percentuali è ridicolo, se si considera che in questi casi gli abusi che non arrivano ad essere denunciati sono talmente tanti che qualsiasi statistica risulta inficiata. Tra l’altro, e lo dico per informazione sia di Santoro che di Socci, solo negli ultimi anni i giornali nazionali hanno dato notizia di almeno 170 sacerdoti pedofili italiani. E sono pochi quelli che vengono alla ribalta delle cronache. Non solo lo so io, che ho fatto le ricerche del caso e ho reso pubblico il database su Micromega di questo mese, ma lo sa benissimo anche la redazione di Annozero, che mi ha contattato proprio per avere queste informazioni. E degli argomenti di cui si è parlato in quelle due ore trascorse al telefono con loro, non se n’è vista traccia in trasmissione. Per non scontentare Socci e chi per lui?

Senza contare che Socci ha ritenuto opportuno parlare della perseguitata Chiesa cattolica, guardandosi bene dal menzionare la Chiesa persecutrice, la responsabilità della chiesa nei genocidi di Rwanda, Canada, Argentina, il ruolo più che ambiguo di Pio XII nei confronti del fascismo e del nazismo, gli appoggi alle peggiori dittature, a partire da quelle di Spagna e Grecia, le crociate moderne contro omosessuali e “relativisti”.
Ho sentito Socci parlare dei bambini africani, malnutriti e malati, di cui solo la chiesa, a detta sua, pare preoccuparsi. Strano che non si sia specificato che, a fronte del miliardo di euro l’anno che la chiesa incamera solo dall’otto per mille, per quei bambini spende solo 85 milioni. La chiesa incassa 1000, spende 20 e fa pure la figura della santa! Perché non informare anche di questo il pubblico?

Santoro si è premurato invece di dare voce alla chiesa istituzionale, con l’invito del vescovo di Palestrina, che ha tenuto a sottolineare l’impegno di Ratzinger nei confronti della pedofilia clericale. Nessuno però ha specificato che, a smentire le parole del pontefice, ci sono fatti incontrovertibili: da un lato, in quei famosi viaggi negli Stati Uniti e in Australia, il papa ha preso posizione contro i sacerdoti pedofili, dall’altro, sempre in quei viaggi, si è accompagnato con vescovi e cardinali famosi per aver protetto e coperto gli stessi preti pedofili. Inoltre, bastava ricordare che Ratzinger non ha mai espulso dalla chiesa i vescovi che hanno abusato dei bambini o che hanno coperto i sacerdoti pedofili, crimine anche peggiore: in alcuni casi si è limitato ad accettarne le dimissioni. Non sarebbe stato opportuno sapere dove finiscono questi vescovi, una volta lasciata la loro carica?  E perché non vengono ridotti allo stato laicale?
In più, ho personalmente trovato urticante quel sorrisetto compiaciuto sulle labbra del prelato, nel vedere come i suoi colleghi sfuggissero ai giornalisti. Quel sorriso è un’espressione universale. E’ il ghigno del potere impunito.

Senza contare che la scelta di andare negli Stati Uniti a documentare alcuni casi americani fa sembrare che questa problematica riguardi ancora, per la maggior parte, i sacerdoti di oltre oceano. Evidentemente, non è opportuno informare gli italiani del fatto che in Italia, a casa nostra, sono accadute le stesse cose, e anche di peggio. Bastava raccontare l’epopea dell’Istituto Provolo per bambini sordi di  Verona, dove gli abusi si sono perpetrati per decenni, nella stessa indifferenza che la Chiesa istituzionale ha dimostrato nei confronti della vicenda di Murphy.

Inoltre, come sempre, non ho sentito una sola parola che spiegasse cos’è, fisicamente, un abuso sessuale su un bambino, cosa accade al corpo di un bambino, che non è ancora un corpo adulto, né ho sentito chiedere come mai la Chiesa, che si dice tanto caritatevole, sia così concentrata a proteggere i propri beni piuttosto che a sostenere, anche economicamente, le vittime dei sacerdoti, che hanno bisogno di terapie e sostegno. Ho sentito invece parlare di cure e riabilitazione dei preti pedofili. Mi permettano i soloni di Annozero: sono fesserie. I sexual offender non “guariscono”, e pedofili si resta per sempre. Glielo avrebbe saputo dire anche un qualunque studente di psicologia del terzo anno. Al massimo, in rarissimi casi, si può imparare a contenere la pulsione deviata, se si vive in un contesto in cui non ci sia esposizione a certi “stimoli”.

Inoltre, e non vorrei annoiare oltre, ci si è ben guardati dallo spiegare che la genesi della pedofilia clericale è del tutto differente dalla genesi della pedofilia “comune”. Perché la pedofilia clericale nasce nei seminari minori, fomentata dalla cultura sessuofobica, quella che la chiesa istituzionale non intende affatto “rivedere” o mettere in discussione, perché è il mezzo che utilizza per ingenerare il senso di colpa e governare, attraverso di esso, le coscienze dei fedeli e dei suoi stessi sacerdoti. Senza contare che proprio nei seminari si viene abusati da piccoli, imparando così ad abusare da grandi.
 
La politica che sta mettendo in atto la chiesa è quella dell’ “anello debole”. Fino a che non è esploso lo scandalo, l’anello debole erano le vittime, e lo sono ancora.  Quando le gerarchie ecclesiastiche sono state messe di fronte al problema e hanno dovuto dare risposte concrete, hanno sacrificato un altro anello debole, i sacerdoti pedofili. Guardandosi bene dall’ammettere le proprie responsabilità nella genesi di quella stessa pedofilia.

Ecco, ieri sera è stata un’occasione perduta. Per Santoro e per l’informazione. Se questa occasione sia stata perduta scientemente o inconsapevolmente non saprei dirlo. In entrambi i casi, Annozero non ci fa una bella figura. Tutt’altro. Nel primo caso, si è scelto di non scontentare il potere ecclesiastico, con una trasmissione che nulla aveva da invidiare al “salottino pseudo-intellettuale” di Bruno Vespa. Nel secondo caso, non si è saputo informare e raccontare i fatti come l’informazione vera dovrebbe fare, cioè senza fare una cernita tra quelli che si possono dire e quelli che è meglio tacere.

Se questo è l’unico modo possibile di fare informazione, Santoro vada pure ad occuparsi di docu-fiction.
Vada. Magari potrà farlo con una migliore libertà o una maggiore fedeltà ai fatti e alla completezza dell’informazione.
Il vero problema dell’informazione è che i giornalisti, piuttosto che fare il proprio mestiere, sono diventati carrieristi e cercano appoggi dove possono. Essere cani sciolti non paga. Sicché finiscono, inevitabilmente, col trovarsi un padrone, qualsiasi padrone. Così ci si schiera “anti” oppure “pro”, e le opinioni finiscono col contare più dei fatti, spesso relegati ai margini o non raccontati per nulla. Insomma, per dirla alla maniera di Luttazzi, che, come Santoro, anch’io apprezzo molto: cambiano i culi, ma il modo di usare la lingua è uguale.

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Agli uomini non interessa né la verità, né la libertà, né la giustizia.
Sono cose scomode e gli uomini si trovano comodi nella bugia
e nella schiavitù e nell'ingiustizia.
Ci si rotolano come maiali.
(Oriana Fallaci)




Sarà che ho buona memoria.
Sarà che trovo insopportabile il falso vittimismo.
Sarà che sono sempre stata insofferente nei confronti di chi vuole impormi il proprio codice morale sentendosi però esentato dal rispettarlo.
Ma gli articoli comparsi sui vari giornali cattolici, le smentite, le accuse di complottismo, i tentativi di arrampicarsi sugli specchi, rasentano il ridicolo.
Fanno leva sulla credulità di quegli italiani che, pur professandosi cattolici, non hanno assolutamente idea di come sia strutturata gerarchicamente la Chiesa, di quali siano i poteri, come sono distribuiti e chi li esercita.

Sono quegli italiani che permettono che sia un governo assolutista, e il Vaticano è governato da un monarca assoluto che detiene i "tre poteri", a pretendere di insegnarci la democrazia.
Sono quegli italiani che consentono che a spiegarci il matrimonio, i rapporti e i delicati equilibri di una unione d'amore, siano uomini che non solo col matrimonio non hanno mai avuto niente a che fare, ma che ignorano totalmente cosa sia la quotidianità di una famiglia.
Sono quegli italiani che trovano lecito, in uno stato sovrano, che i ministri di un altro stato sovrano mettano continuamente in atto ingerenze intollerabili nella legiferazione in materia di vita e di morte, le sole due cose che appartengono alla coscienza privatissima di ogni uomo e sulle quali a nessuno, a nessuno è dato decidere a priori.
Sono quegli italiani assolutamente inconsapevoli del fatto che la scuola statale, che i loro figli frequentano o frequenteranno, è stata devastata da continui tagli ai fondi, mentre le scuole cattoliche hanno mantenuto inalterate le sovvenzioni statali.
Sono quegli italiani che lasciano che siano i prelati del Vaticano ad imporci i limiti della ricerca medica, della fecondazione assistita, della possibilità di una dignitosa fine della vita.
Sono quegli italiani che non sanno che potrebbero pagare la metà dalle tasse che pagano, se venissero aboliti tutti i privilegi fiscali alla Chiesa.
Sono quegli italiani infarciti di "teoria del perdono" che si lasciano ancora infinocchiare dall'idea che la giustizia debba farla Dio, e gli uomini che dicono di agire in suo nome, che hanno l'inumana pretesa che un uomo cui hanno ammazzato la moglie, un figlio, debba perdonare l'assassino. Io mi vergogno ogni volta che un giornalista decerebrato, di fronte ad un uomo cui hanno ammazzato la moglie, un figlio, pone l'inqualificabile domanda "Lei lo perdona?" e vedo lo smarrimento negli occhi di quell'uomo, lo smarrimento perchè sa che se dirà quel no che gli brucia in gola, quel no che gli urla negli occhi, quel no che gli devasta l'anima, una manica di stupidi imbecilli dal cervello disabitato penserà che sia un gesto ignobile non perdonare i propri nemici.
Io mi vergogno per quegli italiani che mettono la tonaca prima della bandiera, per quegli italiani che mettono le omelie prima della costituzione, per quegli italiani che mettono i vescovi prima della magistratura, per quegli italiani che prima di sentirsi italiani si sentono cattolici.
Mi vergogno per quegli italiani che si scandalizzano perchè un uomo abbraccia un altro uomo in un letto e poi scelgono a rappresentarli affaristi, corrotti e puttanieri. Mi vergogno perchè la loro morale è un elastico e se la accomodano come vogliono mentre quella che vorrebbero imporre agli altri è di piombo.
Mi vergogno per chi si è lasciato convincere che il "relativismo" sia un male, per chi crede che la disubbidienza sia un peccato, per chi s'illude che la sofferenza sia un dono di cui esser grati, per chi vuole ostinatamente, ottusamente, continuare a fingere che questa chiesa sia veramente quella che Cristo avrebbe voluto.

Nulla, nulla mai, può giustificare l'ignobile prassi, in uso nella gerarchia vaticana, di proteggere sacerdoti che hanno abusato di decine, centinaia, migliaia di bambini, trasferendoli di parrocchia in parrocchia, mettendo in pericolo ogni volta nuove creature, e sperando di riuscire a "guarirli" con la preghiera.
Non me ne vogliano i soliti difensori delle cause perse, quelli a cui piace immaginare la Chiesa sempre come perseguitata e oggetto di complotti, la stessa Chiesa che nei secoli ha fatto le crociate, l'inquisizione, i genocidi, la chiesa che non s'è fatta scrupolo di perseguitare Galileo Galilei, Giordano Bruno, gli illuministi, e chiunque nei secoli abbia mai messo in discussione il suo potere assoluto, la sua pretesa di essere proprietaria delle vite altrui, fino al punto da imporre cosa leggere, chi amare, cosa pensare.

Guardiamola da vicino, questa Chiesa, e giudichiamola dalle opere, come vuole il Vangelo. Senza risalire alle crociate, ai roghi, alle persecuzioni. Ci vuole davvero poco, basta prendere i fatti e confrontarli con le parole. E guardiamo da vicino anche i suoi difensori. Tanto per farci un'idea di chi siano e di cosa ci raccontano.

Nel 2007 pubblicai sul web Sex crimes and Vatican, un documentario della BBC sui preti pedofili e sulla loro costante copertura da parte delle gerarchie vaticane. Sono passati tre anni e ne è passata un bel po' di acqua (e di marciume) sotto i ponti. Però ho buona memoria. E un grande archivio. Credo sia il momento di ricordare cosa scrissero all'epoca, tra gli altri, sulle pagine di Avvenire, Andrea Galli prima e Massimo Introvigne poi:

"[...]Insomma, un insieme di norme rigorose, che nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali. E che il testo Crimen Sollicitationis non fosse pensato per tale fine lo dimostrava un paragrafo, il quindicesimo, che obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica. Misura che semmai dà l'idea della serietà del documento e di coloro che lo formularono [...]

“Senza contare che Joseph Ratzinger, più tardi diventato sì prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe firmato - ma siamo nel maggio 2001 - una Lettera ai Vescovi e altri Ordinari e Gerarchi della Chiesa Cattolica, pubblicata anche negli Acta Apostolicae Sedis, dove si prevede espressamente che "il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni", sia di competenza diretta della Congregazione stessa. Segno, per chi abbia un minimo di buon senso giuridico, della volontà romana non certo di occultare, ma di dare piuttosto il massimo rilievo a certi reati, riservandone il giudizio non a realtà "locali", potenzialmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede." (Infame calunnia via internet, Andrea Galli, Avvenire, 19 maggio 2007)

Certo Andrea Galli dimentica di dire che, se è vero che l'art. 15 del Crimen obbliga "a denunciare il tutto", l'art. 16 esplicita "a chi" deve essere fatta la denuncia: all'ordinario del posto o alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Delle autorità civili non se ne parla neppure. Non solo. Resta inspiegabile come possa un cattolico, a cui è stato imposto il vincolo della segretezza, pena la scomunica, denunciare alle autorità civili l'abuso subito senza infrangere quel vincolo e incorrere nella scomunica.
Inoltre, Andrea Galli sbaglia di grosso nel tradurre il testo del De delictis gravioribus, perché nel documento non si parla affatto di un "delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni" ma di “delictum contra sextum Decalogi praeceptum cum minore infra aetatem duodeviginti annorum a clerico commissum”, cioè di un delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico CON un minore di diciotto anni”. Com’è prassi, la vittima del prete pedofilo è considerata dalla Chiesa un complice del suo abusatore. Tanto per aggiungere un po’ di fango e di vergogna agli abomini che ha già dovuto subire.

Massimo Introvigne, invece, pose a presupposto del mio rendere noto il video una presunta "rabbia laicista". Ma io non ero arrabbiata per niente! Disgustata, semmai, sconvolta, nauseata. E, per farsi un'idea del tipo di "smentite" cui è aduso Introvigne, basta leggere quanto pubblicato su Avvenire:

"Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:

(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:

(b) dal momento che il "cattivo" del documentario dev'essere l'attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa "buono" è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 ha l'unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;

(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora («crimini più gravi»), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti." (Preti pedofili, le falsità del video Bbc, Massimo Introvigne, Avvenire, 30 maggio 2007)  

Ecco cosa c'è scritto nel documento che Introvigne vuole spacciare per "pubblico e palese": "Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento." Certo, deve trattarsi di una formula arcana per intendere: sbandierate ai quattro venti il contenuto di questo documento.
La lettera De delictis gravioribus, come Introvigne non dice, poneva sui procedimenti a carico dei preti pedofili il segreto pontificio, come se non bastassero le imposizioni di segretezza del Crimen. Il segreto pontificio viene fatto giurare con la seguente formula:
"[...]prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto."

Silenzio perpetuo: non si può parlare neppure per un bene maggiore, per cause urgentissime o gravissime. Dunque chi afferma il falso, il documentario della BBC o Introvigne? Non credo ci possano essere molti dubbi, anche perchè, se la Chiesa avesse voluto consentire la denuncia alle autorità civili, lo avrebbe scritto, visto che scrive tutto, sempre, anche i dettagli, e questo non lo è di certo, e prevede i più svariati casi, anche quelli più improbabili.
I fautori delle "interpretazioni" hanno stancato chi li legge. Possibile che si creda ancora che una vergognosa menzogna possa essere spacciata per verità solo perchè viene dal pulpito?

La nuova ondata di pseudointellettuali cattolici che accusano di complottismo e falsità il New York Times sono grosso modo gli stessi che si stracciarono le vesti anche tre anni fa. E come se vivessero nel Paese delle Meraviglie, o peggio, come se vedessero in noi delle sprovvedute Alice, gridano ai quattro venti che i documenti pubblicati dalla testata americana non provano nulla. Vediamo.

Le denunce piovono su Murphy nel 1974, una ventina di testimonianze giurate vengono consegnate al vescovo Cousins, che in un incontro con le vittime e padre Murphy ammette di essere a conoscenza del problema. Il sacerdote viene trasferito e nei suoi confronti non viene preso alcun provvedimento.
Il vescovo Weakland, che succede a Cousins, continua a ricevere denunce a carico di Murphy e scrive al cardinale Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, chiedendo lumi su quali procedure seguire. Risponde il cardinale Bertone: seguite il Crimen!
Si istruisce un processo canonico contro Murphy, che scrive, anche lui, al cardinale Ratzinger, chiedendo che il processo venga fermato. Il cardinale Bertone scrive al vescovo Weakland, chiedendogli di essere cauto nell'applicazione del canone. In un incontro avvenuto poco dopo a Roma, tra il cardinale Bertone e il vescovo Weakland, la Congregazione decide che la "pena" per Murphy è una ammonizione a pentirsi e il divieto di celebrare messa nella diocesi di Milwaukee. E tutto finisce lì.

Credo sia naturale che sorgano domande: il cardinale Bertone ha sempre tenuto nascosto al proprio superiore quanto stava accadendo nel Wisconsin? il cardinale Bertone leggeva di nascosto la posta del cardinale Ratzinger o non lo informava del contenuto delle lettere a lui indirizzate? Mi pare improbabile, soprattutto per chi conosce i meccanismi della gerarchia cattolica. Nessuno si assumerebbe la responsabilità di una tale decisione senza consultare il proprio superiore, soprattutto se ci sono già stati, per quel caso, due risarcimenti, uno da centomila dollari, l'altro da duecentomila.
Resta il fatto, comunque, che la Congregazione di Ratzinger nulla ha fatto.

Stessa faccenda in Germania, quando l'attuale pontefice era vescovo di Monaco. Un sacerdote pedofilo prima allontanato viene poi reintegrato senza che il vescovo Ratzinger ne sapesse nulla. Possibile? Improbabile, come nel caso precedente.

Possibile che il povero futuro papa fosse circondato, in Germania come a Roma, da personaggi che gli hanno tenuto nascosto cosa avveniva in casa sua, sotto i suoi occhi? Oppure, più semplicemente, è quello che la Chiesa pretende di farci credere? Perché anche la decenza impone dei limiti.
E non glielo avevano mai detto, a Benedetto XVI, che i tre cardinali con i quali si accompagnò nel suo viaggio negli Stati Uniti erano noti urbi et orbi per aver coperto preti pedofili? Né gli avevano fatto sapere che il cardinale Law, arciprete nella Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, ha lottato con le unghie e con i denti prima per coprire i sacerdoti come padre John Geogan, che abusò di almeno 130 bambini, e poi per non risarcire le vittime? Perché la tanto sbandierata pulizia non comincia a farla da qui?

Se questi particolari episodi, poi, si inseriscono nel contesto più ampio dell'operato del Vaticano, risulta ancora più inverosimile la favola che vogliono per forza raccontarci.

Richiamo due casi eclatanti, ma sono dei puri esempi, se ne possono citare centinaia. Nel caso di don Lelio Cantini, quanti anni ha impiegato la Congregazione di Ratzinger per arrivare ad almeno una parvenza di condanna? Più di venti. E se le vittime non si fossero rivolte ai giornali don Cantini sarebbe ancora, indisturbato, nella sua parrocchia. La condanna, poi, è un esempio di severità: recitare le litanie alla Madonna.

E nel caso del fondatore dei Legionari di Cristo? Le prime denunce sono del 1952, possibile che siano occorsi più di cinquant'anni per comminargli la pesantissima "pena" di una vita ritirata?

E poi, per dirle tutte, quanti sacerdoti pedofili condannati all'estero e ricercati dalle polizie dei paesi d'origine hanno trovato rifugio a Roma coperti dalla complicità del Vaticano? Padre Henn, per esempio. Ma perchè limitarci solo ai preti condannati per pedofilia? Sono stati nascosti in Italia anche preti genocidiari: padre Seromba, per dirne uno, o padre Emmanuel Uwayezu. I tribunali internazionali hanno dovuto trattare con il Vaticano per avere l'estradizione di criminali che non erano nascosti in Vaticano ma in Italia!
E che fine hanno fatto i sacerdoti pedofili italiani condannati dai tribunali italiani? Quali provvedimenti ha preso la Chiesa nei loro confronti? Sono sempre lì, magari solo spostati di parrocchia, come nel caso del sacerdote campano condannato dai tribunali civili per atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e attualmente consigliere dell’Istituto interdiocesano per il sostentamento del clero e membro del collegio presbiterale, nominato direttamente dall’arcivescovo. Sedici anni fa, al momento del reato contestato, insegnava religione in una scuola media di Pontecagnano Faiano e ha continuato a farlo anche dopo la denuncia inoltrata dai genitori delle vittime. Prima al preside dell’istituto e poi alla Procura di Salerno.
Condannato nel 1996 in primo grado, nel 1999 in appello e nel 2000 in Cassazione, per fortuna non fa più l’insegnate, ma siede tra i banchi dell’Istituto per il sostentamento del clero e del consiglio presbiterale.

E’ inaccettabile, è vergognoso, è immorale che si consenta ancora di parlare di attacchi senza fondamento, è scandaloso che non ci sia un’inchiesta seria su quello che accade nei seminari, nei collegi cattolici, nelle sagrestie. E’ oltraggioso che questi uomini senza morale si ergano a giudici della morale altrui.
Ed è mortificante constatare che c’è chi umilia la propria intelligenza credendo alle loro scuse.


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Fa specie sentire il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, parlare di tentativi accaniti di "coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi" e dello scandalo della pedofilia. Non me ne voglia, padre Lombardi, ma non c'è bisogno di tentativi, i fatti parlano da soli, basta metterli in fila. A cominciare dal principio, sgomberando il campo dalle chiacchiere.

Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi non c'è bisogno di inventarselo, lo dice un papa, per la precisione Leone X, e lo dice in un atto ben conosciuto, la Taxa Camerae, un documento vergognoso che, ad onta del Vangelo che condanna la simonia come peccato imperdonabile, promette il perdono in cambio di denaro.
I primi due dei 35 articoli di cui si compone la Taxa Camarae riguardano proprio gli ecclesiastici e i loro "peccati", in particolare il secondo articolo:
"Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi."
Correva l'anno 1517. Poco meno di cinquecento anni fa. E la Chiesa già sapeva. Solo che fa più comodo, adesso, contare sulla memoria fallace o sulla non conoscenza di chi ascolta le chiacchiere dei vari portavoce.

Ho cominciato da troppo lontano? Veniamo ai giorni nostri, allora.

Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis. Questo documento, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c'è scritto, in stampatello e ben evidente: "Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda", che vuol dire "Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento"

Il Crimen, in pratica, stabiliva una serie di norme da seguire nei casi di pedofilia clericale. Il processo canonico al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Il Crimen va analizzato e "studiato" con cura, poichè è il vademecum che hanno seguito sempre i vescovi nei casi di pedofilia clericale. E fin dal principio risulta chiaro che la stessa esistenza del documento deve essere mantenuta segreta. Perchè?

Analizzando il testo nel dettaglio se ne comprende perfettamente il motivo. Intanto viene definito cosa intendere come peccato di provocazione: "Il crimine di provocazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione." Insomma, praticamente sempre.

Un'altra prerogativa del Crimen è quella di accomunare l'abusatore all'abusato: entrambi peccatori per aver "fornicato", anche se l'abusato è stato circuito, plagiato, e, in molti casi, violentato. Nel testo, infatti, (art.73, pag.23 del documento in latino) parlando di "crimine pessimo", intendendo l'abuso di un bambino o gli atti sessuali con un animale (perchè la Chiesa continua a paragonare, accomunare ed equiparare i bambini agli animali, come ai tempi della Taxa Camerae, a meno che il bambino non sia ancora nato e lì allora la sua vita diventa sacra e inviolabile), si legge che tale peccato è commesso dal sacerdote "cum impuberibus", cioè "con" il bambino, non "contro". Perchè, prima di tutto, viene la condanna del sesso, anche quando è fatto contro la propria volontà; poi tutto il resto.

Nei 74 articoli di cui è composto il Crimen, si impartiscono direttive precise. Quella più pressante riguarda sicuramente la segretezza, di cui tutto il documento è imbevuto. Ma cosa prescrive il Crimen? Fondamentalmente questo: coprire, celare, trasferire. L'articolo 4 dice infatti che non c’è nulla che impedisca ai vescovi "se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che l’Ordinario del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine." Quindi, se si sa che il sacerdote è un pedofilo ma non è stato aperto un processo canonico a suo carico, non c'è nulla che impedisca al vescovo di trasferirlo.

E se invece c'è una denuncia al vescovo? Prima di tutto, la segretezza. Viene fatto giurare a tutti (esistono formule apposite, riportate nel Crimen) di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che "indagano" sulla denuncia, deve mantenere il segreto l'accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata, ipso facto e latae sententiae. Sì, certo, anche la vittima ed eventuali testimoni: "Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all'accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni." (Crimen sollicitationis, art. 13, pag. 8 del testo in latino)
"Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell'esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento" recita la formula A del Crimen. Tuttavia, all'articolo 11 viene specificato che tale silenzio deve essere perpetuo: "Nel trattare queste cause la cosa che deve essere maggiormente curata e rispettata è che esse devono avere corso segretissimo e che siano sotto il vincolo del silenzio perpetuo una volta che si siano chiuse e mandate in esecuzione. Tutti coloro che entrino a far parte a vario titolo del tribunale giudicante o che vengano a conoscenza dei fatti per la propria posizione devono osservare il rispetto più assoluto del segreto - che dev’essere considerato come segreto del Santo Uffizio - su tutti i fatti e le persone, pena la scomunica ‘lata sententiae’ ‘ipso facto’ e senza nessuna menzione sulla motivazione della scomunica che spetta al Supremo Pontefice, e sono obbligati a mantenere l’inviolabilità del segreto senza eccezione nemmeno per la Sacrae Poenitentiariae."

Tutto questo si è tradotto per decenni in una prassi vergognosa che includeva il trasferimento dei preti pedofili di parrocchia in parrocchia e la richiesta alle vittime di mantenere il segreto, magari tacitandole con piccole somme, sapendo che in molti casi le vittime venivano da ambienti già disagiati e mai avrebbero affrontato la vergogna e le spese di una denuncia alle autorità civili.
Una volta concluso il processo diocesano, se c'erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all'allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede. In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Anche qui, il Crimen detta prescrizioni precise. Innanzitutto, a decidere se la denuncia è fondata o meno è l'ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: "Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficenti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l'accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi, secondo le norme del Canone 2307 [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull'accusato."
Chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l'ordinario diocesano.

Il Crimen prescrive anche cosa fare nel caso in cui il sacerdote sia stato ammonito ma il vescovo riceve nuove denunce contro di lui: "Se, dopo la prima ammonizione, arrivano contro lo stesso soggetto altre accuse riguardanti crimini di provocazione precedenti l’ammonizione, l’Ordinario dovrebbe vedere, secondo la propria coscienza e giudizio, se la prima ammonizione può essere considerata sufficiente o se procedere a una nuova ammonizione oppure ad eventuali misure successive."

Con queste premesse, è ovvio che siano in pochissimi i sacerdoti condannati dai tribunali diocesani: i vescovi si limitavano ad ammonire e trasferire, molto spesso solo a trasferire. E la tutela dei bambini? Mai presa in considerazione.

A fare un bilancio della situazione a posteriori, il Crimen non è servito in alcun modo ad arginare il problema della pedofilia clericale, è stato invece utile alla Chiesa a "lavare i panni sporchi in famiglia". Solo che, con l'andare del tempo, i panni sporchi sono aumentati in maniera sproporzionata. La politica dello struzzo non paga mai, e in questo caso si è dimostrata letale. Negli anni, infatti, gli abusi non sono diminuiti, anzi, il problema si è incancrenito e le vittime sono diventate migliaia.

Non è neppure lontanamente credibile la professione di ignoranza fatta da vescovi e prelati chiamati a rispondere nei tribunali penali, e non diocesani, del loro operato. E sono sempre i fatti a smentirli. Primo fra tutti l'esistenza di una congregazione religiosa dedicata esclusivamente alla cura dei sacerdoti: i Servi del Paraclito. Poco nota, se non agli "addetti ai lavori", la congregazione dei Servi del Paraclito viene fondata nel 1942 dal sacerdote statunitense Gerald Fitzgerald, a Jemez Springs (Nuovo Messico), con lo scopo di dedicarsi all'assistenza ai sacerdoti in particolare condizioni giuridiche e morali.
Inizialmente, arrivavano a Jemez Springs soprattutto sacerdoti con problemi di alcolismo, ma dal 1965 i Servi del Paraclito cominciarono a trattare anche i sacerdoti pedofili. Con scarsissimi, se non nulli, risultati. Lo stesso fondatore, che dal principio si era opposto alla possibilità di accogliere preti con tali problematiche, fin dagli anni cinquanta inviò numerose lettere a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti coinvolti in casi di pedofilia. In una di queste lettere, indirizzata anche al cofondatore della congregazione, scriveva:

"Reverendissimo e Carissimo Arcivescovo,
Carissimo cofondatore

Spero che Sua Eccellenza sia d'accordo e approvi quello che io considero una decisione vitale, da parte nostra: per prevenire uno scandalo che potrebbe danneggiare il buon nome di Via Coeli, non offriremo ospitalità ad uomini che abbiano sedotto o tentato di sedurre, bambini o bambine. Eccellenza, questi uomini sono diavoli e l'ira di Dio ricade su di essi e, se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma per chiedere la loro forzata riduzione allo stato laicale. E' blasfemo lasciare che celebrino il Santo Sacrificio. Se i singoli vescovi fanno pressione su di lei, Eccellenza, può dire loro che l'esperienza ci ha insegnato che questi uomini sono troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e per il vicinato, sicchè siamo giustificati nel nostro rifiuto di accoglierli qui. Sua Eccellenza può inoltre dire, se lo desidera, che non intende interferire con la regola che l'esperienza ha dettato.
Proprio per queste serpi ho sempre auspicato il ritiro su un'isola, ma anche un'isola è troppo per queste vipere di cui il Gentile Maestro ha detto che sarebbe stato meglio se non fossero mai nati; il che è un modo indiretto di maledirli, non crede?
Quando vedrò il santo padre, dirò a Sua Santità che devono essere ridotti ipso facto allo stato laicale, immediatamente."

Inutile dire come andò a finire: la politica dello struzzo prevalse e la congregazione accolse i preti pedofili per quello che, caritatevolmente, può essere definito un tentativo di cura. Un caso fra tutti può essere esemplificativo: padre James Porter arrivò a Jemez Springs nel 1967, dopo essere stato destituito da tre incarichi, ogni volta per problemi di pedofilia. Eppure, padre John B. Feit, superiore dei Servi del Paraclito, scrisse per lui accorate lettere di raccomandazione che gli fecero ottenere, alla fine del "trattamento" una diocesi nel Minnesota, dove, appena arrivato, ricominciò gli abusi.
In realtà, Jemez Springs divenne nota come "il carcere dei preti" e funzionò come un "parcheggio" per i sacerdoti su cui pendevano denunce di abusi. Nel 1994, la congregazione dovette chiudere l'esperimento di riabilitazione dei preti pedofili: 17 preti furono coinvolti nel '91, in 140 cause per abusi sessuali e la Curia pagò 50 milioni di dollari in accordi stragiudiziali.

Identica politica fu seguita dalla Chiesa ogni qualvolta fu messa di fronte alla problematica della pedofilia clericale. Nel maggio 1985 a tutti i vescovi statunitensi fu consegnato un documento noto come "Il manuale", redatto da due preti e un avvocato: padre Michael Peterson, psichiatra della clinica di S. Luke, il domenicano canonista padre Thomas Doyle e l’avvocato Ray Mouton. Il manuale analizza il problema della pedofilia clericale e le conseguenze, economiche e morali, per la chiesa cattolica. Fornisce direttive per affrontare il problema, ma viene totalmente ignorato. Il risultato anche in questo caso è evidente: milioni di dollari in risarcimenti, diocesi in fallimento o prossime alla bancarotta, un drastico calo di fedeli e soprattutto delle loro generose donazioni.

Lo scandalo, venuto a galla negli Stati Uniti, è solo l'inizio. Altrettanti scandali travolgono l'Australia, il Sudamerica, il Messico, il Canada, l'Alaska, la Polonia, l'Irlanda, la Spagna, l'Inghilterra, la Germania, l'Olanda e moltissimi paesi africani. Una vergogna dietro l'altra, si svelano i retroscena di sacerdoti che hanno molestato, abusato, violentato decine di bambini, alcuni piccolissimi.

Così, nel 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 25 novembre 1981 fino alla sua nomina al soglio pontificio, promulgò un epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam. In essa richiamava il Crimen sollicitationis e avocava un diretto controllo, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui "crimini più gravi", compresi gli abusi sui minori.
Per quella lettera, il cardinale Ratzinger fu citato in giudizio dall'avvocato Daniel Shea davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas), dove fu accusato di "ostruzione alla giustizia". Secondo l'accusa, infatti, il documento della Congregazione avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu emanato dalla corte un ordine di comparizione per il cardinale Joseph Ratzinger. Il 19 aprile 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato chiedendo l'immunità diplomatica per il loro assistito. L'Amministrazione Bush acconsentì e Joseph Ratzinger fu esonerato dal processo.

Tuttavia, anche non tenendo conto di questo "incidente di percorso", sorgono naturali molti interrogativi sull'operato di Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E, altrettanto naturali, sorgono molti dubbi sulla sua "presa di posizione" drastica e rigorosa nei confronti della pedofilia clericale.
Che fosse ben informato di quanto fosse grave e profonda la piaga degli abusi fra il clero lo afferma lo stesso Ratzinger, nella memorabile nona stazione della Via Crucis del 2005, quando sostituì Giovanni Paolo II ormai morente: "Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!"

E tuttavia, pur consapevole della "sporcizia", il Prefetto non si armò mai di ramazza per far pulizia. Anzi, in molti casi "celebri" la Congregazione fu assurdamente lenta e le vittime dovettero ricorrere ai giornali per avere almeno una parvenza di giustizia.
Il caso più tristemente famoso è senza dubbio quello che riguarda il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Il Vaticano era a conoscenza di molte ombre sull'operato del sacerdote, fin dal 1956, quando il cardinale Valeri lo trovò nella clinica romana Salvator Mundi molto malridotto per l'abuso di morfina. Tuttavia, i procedimenti a carico del fondatore dei Legionari di Cristo non ebbero mai alcun esito, neppure quando, nel 1978 l´ex presidente dei Legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, accusò Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand´era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta, sebbene Ratzinger fosse già dal 1981 a capo dell'ex Santo Uffizio. A febbraio del 1997 con una denuncia pubblica, otto importanti ex Legionari accusano Maciel di aver abusato di loro negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall´avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma sempre senza alcun risultato.
Finchè, nel 2006, appena cinquant'anni dopo le prime denunce, finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede prende una risoluzione esemplare: invita padre Maciel a ritirarsi ad una vita di preghiera e meditazione. Oggi, a distanza di pochi anni, continuano a spuntare scandali che riguardano Maciel e i Legionari, come la presenza (accertata) di una figlia in Spagna, frutto di una violenza ad una minorenne, diversi presunti figli in Messico, dei quali, tra l'altro, non si sarebbe fatto scrupolo di abusare. Insomma, il Vaticano ha aperto un'inchiesta. Molto rassicurante.

Stessa sorte subita, più o meno, da procedimenti a carico di sacerdoti italiani. Celebre il caso di don Cantini in Toscana, per esempio. Stranamente, la Congregazione guidata da Ratzinger ha sempre impiegato decenni ad indagare sui sacerdoti pedofili, soprattutto quando si trattava di sacerdoti influenti, salvo poi scoprire che, a causa del tempo trascorso, il delitto era caduto in prescrizione. Ad onor del vero, c'è da dire che in alcuni casi sono anche state comminate condanne da far tremare i polsi: litanie alla Madonna, rosari, perfino divieto di celebrare messa in pubblico. Se non è "tolleranza zero" questa...

Poi viene fuori che il fratello del papa distribuiva scapaccioni ai membri del coro da lui diretto e che sapeva che il rettore dell'Internat, il convitto in cui i coristi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione. E tuttavia non aveva mai fatto nè detto nulla perchè, essendo il convitto un'istituzione indipendente, non aveva il potere di denunciarlo. Certo, perchè serve "essere autorizzati" per denunciare violenze e abusi. Non basta l'amore per il prossimo, quello per cui Cristo s'è fatto mettere in croce. Non basta il senso di giustizia, non basta il desiderio di tutelare i bambini. Salvo poi scusarsi, vent'anni, trent'anni dopo, e solo dopo che si è sollevato lo scandalo. Questo desiderio di scusarsi come mai non è mai stato avvertito prima che l'ex direttore del coro finisse nell'occhio del ciclone e sulle pagine dei giornali?

Senza parlare delle prese di posizione nettissime di papa Ratzinger. Un esempio? Il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, nel corso del quale, tra i festeggiamenti del suo compleanno con Bush alla Casa Bianca e la visita a Ground Zero, il Papa ha sostenuto l'inconciliabilità tra il sacerdozio e la pedofilia. Praticamente la scoperta dell'acqua calda.
Senza contare che in quella visita non era stato neppure previsto un incontro con le vittime. Ratzinger fu spinto dall'opinione pubblica e dai media americani ad un incontro estemporaneo con quello che i giornali italiani hanno caritatevolmente definito "un gruppo di vittime": cinque persone ricevute in piedi, meno di mezz'ora in tutto, nella cappella privata della nunziatura apostolica di Washington. Contemporaneamente, però, ospiti del papa durante quel viaggio sono stati tre vescovi celebri per aver coperto i preti pedofili: il cardinale Egan e il cardinale Mahony, che sono stati gli anfitrioni di Ratzinger durante i giorni trascorsi a New York, e il cardinale Francis George, che ha accolto il papa a Washington.
Dunque, fuori dalle chiacchiere e dai proclami, i fatti, nudi e crudi, parlano da soli.
E' questa la "tolleranza zero" di cui il Vaticano fa tanto parlare?

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Mi sono chiesta spesso perchè certe notizie, certi fatti, incontrino tanta resistenza nell'opinione pubblica. Me lo chiedevo raccogliendo le testimonianze delle vittime, quelle riportate in Viaggio nel Silenzio. Me lo chiedo quando ascolto i familiari e gli amici dell'abusatore che negano l'evidenza dei fatti opponendovi la propria conoscenza della persona in questione: se fosse vero ce ne saremmo accorti, è una bravissima persona, sempre pronto ad aiutare gli altri.
Difese inutili, si capisce, perchè il pedofilo non è mai, o quasi mai, quel mostro che immaginiamo, non è mai, o quasi mai, come ce lo raffiguriamo nella nostra fantasia. E' un uomo comune. Un buon vicino di casa, un bravo maestro, un padre affettuoso, un marito esemplare, un sacerdote caritatevole. E sa perfettamente come tener nascosto il suo "vizio", il suo "peccato", il mostro dentro di lui. Sa benissimo di doverlo nascondere, di non dover lasciare trapelare neppure uno sguardo ambiguo, neppure una parola vagamente allusiva. E' lucido, consapevole. Sa che certi comportamenti sono socialmente inaccettabili, oltre che giuridicamente condannabili. Per questo li nasconde.

E sa che, per il suo "vizio", per il suo "peccato", è necessario conquistare la fiducia dei genitori, dei familiari di quella che ha già scelto come vittima. E' necessario essere irreprensibile, uno specchio di moralità. O almeno farlo credere a chi gli sta intorno. Certo, il suo "vizio", il suo "peccato", non è un argomento da conversazione salottiera, da cena in famiglia.  
Gran parte di quella fatica ad accettare la realtà delle accuse, gran parte della difficoltà, viene proprio dalla fiducia che il pedofilo sa coltivare, dalla stima che sa guadagnarsi. Siamo sempre restii ad accettare l'idea di aver commesso un errore di valutazione, di aver esposto, per quell'errore di valutazione, i nostri figli all'abuso, alla violenza. E quando l'abusatore è un sacerdote si fa fatica ancor più.

Perchè nel nostro immaginario un sacerdote è automaticamente al di sopra di certe vergogne, di certe scelleratezze, di certi orrori. Pensiamo che rappresenti Cristo, e dimentichiamo che sotto la tonaca c'è un uomo. Un uomo qualunque, e, come uomo, soggetto non solo a bisogni e desideri umani ma anche a possibili aberrazioni. Non viene scossa solo la fiducia nella nostra capacità di giudizio, ma anche la fiducia nella Chiesa, la fiducia in Dio. E per alcuni è insopportabile. Perchè per alcuni l'idea di Dio è direttamente legata a quella tonaca, a quel sacerdote, a quell'uomo che si è conosciuto come gentile, caritatevole, comprensivo. A tal punto che, in alcuni casi, si finisce col negare perfino quello che i propri figli raccontano, si finisce col cercare spiegazioni che non stanno in piedi, giustificazioni per l'ingiustificabile. Ho conosciuto persone che, pur di non accettare la verità dei fatti, hanno portato i propri bambini di tre, quattro e cinque anni da un'esorcista, preferendo credere che fossero indemoniati, piuttosto che veder vacillare la propria fiducia nel sacerdote che li aveva abusati.

E se è così difficile per una madre, per un padre, accettare l'idea di un sacerdote che ha abusato dei loro figli, a maggior ragione è difficile per gli altri, per chi certi fatti li legge solo sul giornale, per chi si crede al sicuro, per chi si crede più intelligente, più furbo, più fortunato degli altri, perchè a lui, ai suoi figli, certe cose non accadranno mai. Ecco, in questo credersi più intelligente, più furbo, più fortunato, c'è il primo seme della negazione. Proprio lì, nel credere di essere al sicuro, nel credere impossibile che capiti proprio a noi.

E poi c'è la negazione da parte delle gerarchie della Chiesa, come se avessero scoperto il fenomeno soltanto dopo lo scandalo scoppiato negli Stati Uniti. Allora come si spiegano certi documenti? La Taxa Camarae è un elenco tariffario divulgato nel 1517 da papa Leone X allo scopo di vendere indulgenze, perdonando le colpe a tutti coloro in grado di pagare le alte somme richieste dal pontefice. Non c'era alcun delitto, nemmeno il più orrendo, che non potesse ricevere il perdono in cambio di denaro. E i primi due dei 35 articoli di cui si compone la Taxa Camarae riguardano proprio gli ecclesiastici:
"1. Un ecclesiastico che incorresse in peccato carnale, sia con suore, sia con cugine, nipoti o figliocce, sia, infine, con un’altra qualsiasi donna, sarà assolto, mediante il pagamento di 67 libbre, 12 soldi.
2. Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi."
Come dire: abusare di un bambino costa meno che far l'amore con una donna.
E, in anni molto più recenti, il documento "Crimen sollicitationis", del 1962, prescrive ai vescovi come comportarsi in determinati casi, anche quelli di abusi commessi dai sacerdoti ai danni di un minore.

Dunque perchè fingere di essere all'oscuro del fenomeno? Perchè continuare a parlare di "casi isolati", come se l'eventualità che un fatto del genere capiti proprio ai nostri figli sia un'ipotesi implausibile? Tutelare il buon nome dell'istituzione, garantirsi la presenza dei fedeli e delle loro offerte, vale l'abuso subito anche da un solo bambino? La pratica di trasferire ad altra parrocchia il sacerdote accusato di pedofilia, in uso nonostante le parole di Benedetto XVI di esplicita condanna della pedofilia, espone altri bambini al rischio di abuso. E' normale accettare che la Chiesa, in caso di denuncia di un sacerdote pedofilo, si assuma l'incarico di "accertare" la veridicità della denuncia? Non dovrebbero essere la polizia o i carabinieri a fare le indagini? Se il pedofilo fosse un impiegato di banca, accetteremmo che le indagini le compisse il direttore della banca stessa? Non credo. Penseremmo che le indagini sarebbero inficiate dal fatto che il direttore possa proteggere il suo impiegato. Perchè non è così con la Chiesa?

In certe circostanze, il comportamento di alcune persone assomiglia a quello dei tifosi di una squadra di calcio che vedono la propria compagine processata perchè il presidente della squadra ha truccato le partite o ha rubato dalla cassa. Dovrebbero pigliarsela col presidente truffaldino, e invece si scagliano contro i giudici che hanno retrocesso la squadra. E si finisce così col demonizzare non chi certi abusi li ha commessi ma chi li ha rivelati.

Mi sorprendono sempre quelli che mi dicono che, scrivendo di certi orrori, lascio trapelare il raccapriccio. Non riesco neppure a capire come sia possibile che, quello stesso raccapriccio non lo sentano essi stessi. L'asettica ricostruzione dei fatti, quando i fatti sono così atroci, così agghiaccianti, mi pare inverosimile. Il non voler sapere, il fingere che certe cose non esistano, il minimizzarle per rassicurarsi, devono trovare rispondenza in un asfittico e freddo riportare i fatti.

E questa freddezza che mi si chiede travalica la mia natura e, con essa, la natura di chi, di fronte a certi orrori, ancora, per fortuna, insorge e si rivolta.

commenti


La decadenza dei tempi, il declino della morale, la necessità di ripristinare l'etica, la lotta per il diritto alla vita.
Parole.
Parole e basta.

Chiacchiere per distrarre. Per fornire nuovi spunti agli intellettuali, ai teorici, agli opinionisti, mai paghi di almanaccare sull'astratto senza andare a fare mai una verifica sul campo, senza dare uno sguardo ai fatti per appurare se corrispondano alle parole.
Fumo negli occhi.
La condanna della pedofilia clericale? Discorsi del Papa, durante qualche viaggio. Fatti? Nessuno. Cambiamenti reali? Neanche a parlarne. Qualche modifica nella prassi? Macché.
A dimostrazione, vale la vicenda dell'istituto Provolo di Verona, al centro di uno scandalo di proporzioni abnormi. Uno scandalo che ormai non fa più sensazione, al quale ci siamo abituati, come ci siamo abituati a vedere i bambini morti ammazzati in guerra al telegiornale.
Il trucco è proprio questo: "saturare" le notizie, darne tante senza approfondirne nessuna, finchè il "ricevente" (lettore, telespettatore) non è talmente stanco da non volere neppure sentire parlare dell'argomento. Come per una brutta indigestione: troppi dolci, fino a disgustarsene.

L'istituto Provolo è stato, fino alla metà degli anni Ottanta, un istituto per ragazzi sordi. Una specie di collegio dove si studiava, si mangiava, si faceva vita comunitaria, si dormiva in grandi camerate. Entravano a sei, sette, dieci, dodici anni. E avrebbero dovuto ricevere cure, educazione e sostegno. Invece ricevevano violenze e abusi. Le testimonianze sono raccapriccianti. Rapporti sodomitici nei bagni, nelle camere dei preti, in confessionale, sotto l'altare. Le vittime che hanno denunciato gli abusi sono 67, un numero impressionante. Violentati da sacerdoti e fatelli laici, da soli o in gruppo, costretti con punizioni fisiche e con percosse. Accusato anche un alto prelato, molto famoso a Verona, da un ex allievo, Bruno: seconda la testimonianza resa dalla vittima, due sacerdoti accompagnavano Bruno nel palazzo dell'ecclesiastico dove l'alto prelato abusava di lui. Ma non era il solo accusato: Bruno ha fatto nomi e cognomi di altri 15 sacerdoti e confratelli. E Bruno non è il solo.
Bambini provenienti da famiglie povere, colpiti da sordità, che spesso fra le mura dell'istituto sono stati costretti a rimanerci fino ai 18 anni. Bambini ai quali la vita aveva già tolto molto.

Ma ormai, per la legge italiana, i reati sono caduti in prescrizione. E gli unici che possono prendere provvedimenti sono i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria, che hanno sempre gestito l'istituto, e la Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha avocato a sè i procedimenti di questo genere fin dal 2001, con la lettera "De delictis gravioribus" firmata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. Così, le vittime si sono rivolte ai superiori della Compagnia di Maria, al vescovo di Verona, ai vertici del Provolo: non chiedono nè risarcimenti economici nè condanne penali. Chiedono solo che i sacerdoti e i confratelli che avrebbero usato loro violenza, e sono almeno 25, siano allontanati.
E' ovvio che non stiamo parlando di "casi isolati", come finora hanno tentato di farci credere i vari monsignor Rino Fisichella e le alte gerarchie vaticane. Perchè 25 casi isolati, tutti all'istituto Provolo, pare vadano oltre i più fantasiosi calcoli probabilistici.

Le vittime, riunite in associazione, hanno avuto almeno tre incontri col vescovo veronese, e diversi incontri coi vertici del Provolo. Raccontano un incontro con don Danilo Corradi, superiore generale dell'Istituto, durante il quale, di fronte a 50 ex allievi, don Danilo ha "chiesto 12 volte scusa, per gli abusi commessi dagli altri religiosi. I testimoni ricostruiscono una riunione dai toni drammatici: don Corradi che stringe il capo fra le mani, suda, chiede perdono, s'inginocchia." Un incontro che don Danilo nega, sostenendo di aver solo "sentito qualcosa" e di essere arrivato all'istituto solo nel 2003.

Dal vescovo, invece, ci andarono in 52. Giorgio Dalla Bernardina, presidente della Associazione sordi Antonio Provolo, scrive al vescovo nel dicembre 2008: "Nonostante i nostri incontri in Curia durante i quali abbiamo fatto presente anche e soprattutto gli atti di pedofilia e gli abusi sessuali subiti dai sordomuti durante la permanenza all'istituto, a oggi non ci è stata data alcuna risposta". Pochi mesi prima, a settembre, avevano inviato una raccomandata al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti. Senza risposta, "nonostante le sue rassicurazioni e promesse di intervento".

Ma monsignor Zenti, evidentemente non soddisfatto da quello che le vittime avrebbero già subito, aggiunge l'infamia di un'accusa pretestuosa: "Per quanto attiene l'accusa di eventuale pedofilia, rivolta a preti e fratelli laici, che risalirebbe ad alcune decine di anni fa, la diocesi di Verona è del tutto all'oscuro" ha affermato rispondendo alle domande del giornalista dell'Espresso. "A me fecero cenno del problema alcuni di una Associazione legata al Provolo, ma come ricatto rispetto a due richieste di carattere economico, nell'eventualità che non fossero esaudite. Tuttavia a me non rivolsero alcuna accusa circostanziata riferita a persone concrete, ma unicamente accuse di carattere generico. Non ho altro da aggiungere se non l'impegno a seguire in tutto e per tutto le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico e nelle successive prese di posizione della Santa Sede. Nella speranza che presto sia raggiunto l'obiettivo di conoscere la verità dei fatti".

Il meccanismo è ben conosciuto, fin dai tempi di Voltaire: "Calunniate, calunniate, qualcosa resterà". I bambini del Provolo non solo avrebbero dovuto subire percosse, violenze e abusi, ma da adulti, quando hanno osato rendere pubblico quanto sarebbe loro accaduto, vengono accusati di essere dei ricattatori. Tanto per gettare altro fumo negli occhi e seminare qualche dubbio sulla veridicità di quanto hanno testimoniato. Tanto qualcuno che ci casca si trova sempre.

E mentre dai pulpiti vaticani piovono condanne sull'interruzione di gravidanza, sull'uso degli anticoncezionali e del profilattico, sulla ricerca sulle staminali, sul diritto a morire con dignità rifiutando l'accanimento terapeutico, la vicenda del Provolo passa in sordina, dimenticata già qualche ora dopo averla letta. Una voce, quella delle vittime, soffocata dalle voci di chi grida più forte e solleva polemiche che non riguardano la legislazione di uno Stato ma la coscienza dell'individuo. Solo che al Vaticano non interessa parlare alle coscienze, da molto tempo il dialogo non è più con i cattolici, sebbene alcuni lo credano. Non basta, alle alte gerarchie, imporsi in termini di fede e di coscienza. Perchè quello che vediamo ogni giorno non è una Chiesa che parla ai suoi seguaci, ma una Chiesa che intende dimostrare a tutti la propria supremazia, la propria influenza, il proprio potere. Una Chiesa che di "ecclesiale" non ha più nulla e che, pur difendendolo a parole, sta nei fatti cancellando il Concilio Vaticano II. Una Chiesa che ha la pretesa di prevaricare l'individuo, imponendogli con le leggi dello Stato quello che molti cattolici non si lasciano più imporre dalla "legge morale" della Chiesa.

Parole, dunque.
Prediche che vengono da pulpiti screditati dai fatti. Da pulpiti che pretendono l'impunità per le proprie colpe e al contempo pretendono di additare, vagliare, giudicare e condannare le idee e i comportamenti altrui. E lo fanno in nome di una parola divina strumentalizzata a propria convenienza, storpiata, resa monca del suo vero messaggio d'amore.
In nome di una "ecclesia" in cui lo stesso Cristo non si sarebbe mai riconosciuto.

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Si dice che "De mortuis nihil nisi bonum", dei morti non si può dire altro che bene. Ma in alcuni casi, per quanto ci si sforzi, non si può essere politically correct.
E' il caso di monsignor Pio Laghi, cardinale, Nunzio Apostolico, 85 anni, buona parte dei quali trascorsi in missioni diplomatiche. Mi perdoneranno quanti sono d'accordo con Diogene Laerzio, ma la mia commemorazione del cardinale Laghi si discosterà un poco dal "de mortuis".

Pio Laghi non era solo "un uomo di grande valore e di preclari virtù", come lo ha ricordato su "Il Tempo" il presidente della regione Molise, Michele Iorio. Diversamente lo ricordano le Madres de Plaza de Mayo, le donne argentine madri, mogli e sorelle dei 30.000 desaparecidos durante la dittatura militare che terrorizzò l'Argentina dal 1974 al 1980.
In quel periodo, monsignor Laghi era già Nunzio Apostolico in Argentina. E giocava a tennis con Emilio Massera, all'epoca a capo della Marina militare argentina, di cui era intimo amico.

Il 19 maggio 1997 le Madri, con il patrocinio legale di Sergio Schoklender, presentarono denuncia alle autorità italiane contro Pio Laghi, che, come è scritto nella stessa denuncia, «collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta ad occultare tanto verso l'interno quanto verso l'esterno del Paese l'orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani».
E inoltre  denunciarono Laghi per «aver messo a tacere le denunce internazionali sulla sparizione di più di trenta sacerdoti e sulla morte di vescovi cattolici. Pio Laghi provvide, con i membri dell'episcopato argentino, alla nomina di cappellani militari, della polizia e delle carceri che garantissero il silenzio sulle esecuzioni, le torture e gli stupri cui assistevano. Questi cappellani avevano l'obbligo non solo di confortare spiritualmente gli autori dei genocidi e i torturatori, ma anche, tramite la confessione, di collaborare con l'esercito estorcendo informazioni ai detenuti».

Tre mesi dopo il golpe militare, il Nunzio Apostolico, in un'omelia, sostenne:  "I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d'Aquino, il quale insegna che in casi del genere l'amore per la Patria si equipara all'amore per Dio."

La "chiesa alta" era vicina alla dittatura militare, di contro, la "chiesa bassa", quella fatta di preti e suore vicini alle fasce più misere della popolazione, pianse anch'essa le proprie perdite. A Plaza de Mayo, fra le migliaia di madri disperate per la sorte dei loro figli desaparecidos, solo la Chiesa, madre di decine e decine di sacerdoti e suore desaparecidos, brillava per la sua assenza. Ma a dare forza alla denuncia delle Madri non c'erano solo le pubbliche esternazioni di Laghi, ma una sequenza di testimonianze pesantissime, tra le quali anche quelle di molti ecclesiastici, sacerdoti e suore.

È debitamente accreditata la presenza di Pio Laghi nei campi di concentramento e di sterminio dell'Argentina, mentre accompagnava gruppi di militari in ispezione e interrogava i reclusi.
María Ignacia Cercos de Delgado, moglie del giornalista Julián Delgado, scomparso nel giugno 1978, affermò: «Il Nunzio apostolico Pio Laghi era a conoscenza di tutto quello che accadeva nella Scuola di Meccanica della Marina, poteva verificare i nomi dei sequestrati lì trattenuti e il comandante in capo della Marina, Armando Lambruschini, lo consultò sull'opportunità di lasciare in vita un gruppo di 40 detenuti desaparecidos che aveva ricevuto, quando aveva assunto l'incarico, dal precedente Comandante della Marina, Emilio Eduardo Massera».

Il Nunzio Apostolico collaborava alle decisioni riguardanti i detenuti scomparsi. In alcuni casi personalmente e in altri attraverso il Vicariato castrense. Durante il processo agli ex Comandanti, monsignor Grasselli ammise di avere il compito di redigere uno schedario con i nomi delle persone scomparse e di tenersi in contatto con il governo militare per mantenere aggiornate  le informazioni in suo possesso.
Nel Fascicolo 1560 della Commissione Nazionale per la Scomparsa di Persone è depositato il fatto che monsignor Grasselli informò i familiari di uno degli scomparsi accorsi a cercare informazioni, che gli scomparsi si trovavano in luoghi di "riabilitazione" e che, a quelli che egli chiamava «irrecuperabili, è possibile che qualche persona pietosa faccia un'iniezione, e l'irrecuperabile si addormenti per sempre».

Pesantissima, la denuncia del giornalista Horacio Verbitsky: all'arrivo in Argentina della Commissione Interamericana per i Diritti Umani dell'OEA, i membri della Marina si ritrovarono una quantità di detenuti scomparsi ancora vivi da nascondere. A questo scopo, ricorsero ai buoni uffici di Pio Laghi. Monsignor Grasselli cedette al gruppo operativo dell'ESMA, con autorizzazione del Nunzio apostolico, un'isola nella località del Delta del Tigre chiamata «Il Silenzio», perché fosse utilizzata come Centro Transitorio di Concentramento di Detenuti. In quest'isola si riunivano regolarmente per il barbecue di fine settimana il cardinale primate di Buenos Aires Juan Carlos Aramburu e il Nunzio apostolico Pio Laghi.
Quando vennero alla luce le scomparse, le torture e le atrocità commesse in questo campo di concentramento, monsignor Grasselli architettò una finta vendita dell'isola ai componenti del contingente militare della Marina, usando come identità dell'acquirente i documenti di uno dei detenuti desaparecidos registrati nel suo archivio,  Marcelo Camilo Hernández, tentando di nascondere l'operato della nunziatura.

Molte Madri si recarono da Pio Laghi, durante quegli anni terribili, a chiedere il suo intervento per la liberazione dei propri figli. Tra le tante, nel 1979, si reco dal Nunzio anche Hebe de Bonafini, presidente dell'Associazione Madres de Plaza de Mayo. Lo stesso Nunzio apostolico ne ordinò l'arresto, la donna fu portata via da diverse pattuglie di polizia mentre era ancora in attesa di essere ricevuta da Laghi. Fu trattenuta ed interrogata per cinque ore e fu rilasciata solo grazie all'intervento di centinaia di altre Madri che mobilitarono tutte le risorse disponibili.
Quando nel 1997 firmò la denuncia contro Laghi, Hebe de Bonafini disse ai giornalisti: «L'ex nunzio è stato visto nei centri di detenzione clandestini, è stato consultato sul destino dei detenuti desaparecidos e sulla forma di esecuzione pietosa e cristiana degli stessi. Ha partecipato alla decisione sul trattamento da riservare alle donne incinte, a cui fu data la possibilità di scegliere tra tortura e stupro. Ha ordinato l'arresto della presidente delle Madri alla porta della nunziatura, a cui è seguito un interrogatorio di cinque ore da parte del personale dell'Intelligence militare. Noi Madri abbiamo sofferto il disprezzo della Chiesa, dai cui vertici giunse la decisione, che dipendeva forse anche da Laghi, di non somministrarci la comunione "perché, eravamo piene di odio".» La denuncia contro Laghi «è dovere morale non solo delle Madri, ma di tutti i cattolici. Anche uomini della Chiesa appoggiano la nostra iniziativa perché, la considerano la maniera più sana di eliminare dalla Chiesa le persone non oneste»

La denuncia, consegnata alla stampa, non fu riportata nè dall'Osservatore Romano nè da Avvenire, che si limitarono a definirla "un atto contro la giustizia, l'onestà e la verità storica" e a pubblicare con ampia risonanza la smentita di Pio Laghi: l'ex nunzio apostolico considerava diffamatorie e prive di fondamento le affermazioni delle Madri, che definì sprezzantemente «questo gruppo di donne argentine».
In ossequio al proverbio che recita "cane non mangia cane", la Conferenza Episcopale Argentina pubblicò poche righe di comunicato per esprimere la propria solidarietà al cardinale.

In quanto alla denuncia, Pio Laghi come cittadino italiano avrebbe potuto essere processato penalmente in Italia per delitti commessi all'estero, con un complesso procedimento: la denuncia doveva essere inoltrata alla Procura della Repubblica attraverso il Ministero di Grazia e Giustizia, l'unico titolato a deciderne la leggittimità. Tuttavia, in quanto cardinale, Pio Laghi godeva dall'immunità, in virtù del Concordato tra Italia e Santa Sede. Immunità che può essere sospesa o ritirata soltanto dal Papa, Giovanni Paolo II, che di fatto non la sospese e non la ritirò. 
Pertanto la denuncia non ebbe luogo a procedere.

Eppure, il suo operato in Argentina gli valse la "promozione" a Nunzio apostolico negli Stati Uniti. Lavorava con lui un certo padre Tom Doyle, esperto canonista, che fu tra i primi ad interessarsi al problema dei sacerdoti pedofili, insieme a padre Michael Peterson, psichiatra, e all'avvocato Ray Mouton. Incominciroano a collaborare tra loro nel gennaio del 1985. Peterson era direttore della casa di cura S. Luca a Silver Spring (MD); Doyle faceva l’avvocato canonista nella nunziatura e Mouton difendeva in tribunale padre Gilbert Gauthe. La collaborazione continuò per cinque mesi e produsse un “Manuale”, che prendeva in considerazione gli aspetti civili, canonici e psicologici degli abusi sessuali commessi da membri del clero.
Le loro conclusioni sembrarono troppo drastiche ad alcuni prelati, ma oggi sono considerate profetiche. La Chiesa Cattolica, affermavano, dovrà affrontare “conseguenze finanziarie molto gravi” e “un grave danno d’immagine”. Fecero notare che erano già stati sborsati più di 100 milioni di dollari  per le cause di un prete di una sola diocesi. Il pagamento di altre sette cause superava i 5 milioni di dollari e “il pagamento medio previsto per ogni caso si aggira sui 500 mila dollari”. “Le perdite prevedibili per il prossimo decennio” sarebbero state stimate in un miliardo di dollari. Avvertirono che televisioni e giornali  erano al corrente della vicenda e l’Associazione Forense e gli avvocati di parte civile stavano “studiando le informazioni riguardanti questa  parte giuridica del tutto nuova”.
“Le probabilità della denuncia alla Chiesa Cattolica sono molto forti”, sostenevano, e si raccomandava che al clero denunciato non fosse permesso di esercitare “nessuna funzione presbiterale”.

Nei mesi successivi Doyle continuò a suonare l’allarme. E ne pagò il prezzo. Nel 1986 fu rimosso dalla nunziatura, perse la cattedra, fu ostracizzato dai vescovi.
Mentre Doyle perdeva il favore della gerarchia, non così il suo vecchio capo, monsignor Laghi, che rappresentò il Vaticano negli Stati Uniti dal 1980 al 1990, il periodo in cui gli abusi del clero furono numerosissimi e ampiamente ignorati dalla gerarchia. Dopo le sue peregrinazioni diplomatiche, tornò a Roma e Papa Giovanni Paolo II lo nominò cardinale nel giugno 1991.

Ai nipoti del cardinale Laghi è stato inviato un telegramma di cordoglio da parte di Benedetto XVI: ''La triste notizia della scomparsa del vostro caro zio cardinale Pio Laghi ha suscitato viva commozione nel mio animo nel grato ricordo del suo lungo e generoso servizio alla Santa Sede in particolare come rappresentante pontificio in diversi paesi e come prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica''. Il Pontefice rassicurava i familiari: avrebbe pregato Dio affinchè "voglia donargli il premio concesso ai fedeli servitori del Vangelo".

Ecco, se questi sono i fedeli servitori del Vangelo...

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L'istituto è il Bearzi, quello di via don Bosco, a Udine. La vittima (presunta, come dicono i giornalisti) è un ragazzo che oggi ha 27 anni ma che all'epoca ne aveva 14. Viveva nella casa-famiglia del Bearzi perchè non riusciva ad andare d'accordo con la madre e il suo compagno. E lì, nella casa-famiglia, ha imparato presto che le brutture della vita ti possono trovare ovunque, anche fra i preti.
Lui, il prete, non ha nè un volto nè un nome. Si sa soltanto che è un salesiano e che i carabinieri hanno perquisito i suoi alloggi e hanno controllato il suo computer, alla presenza anche del direttore della struttura, don Dino Marcon, alla ricerca, probabilmente, di prove. Del resto, il racconto della vittima ha trovato riscontro e conferme nel racconto di altri studenti presenti all’istituto nello stesso periodo.Si indaga su quanto avvenuto tra il '95 e il '99 fra le mura dell'istituto.

«Quando ero al Bearzi, dopo che avevamo fatto, mi diceva: “Prendi quello che vuoi” . Di solito, prendevo diecimila lire, cose così. Il sabato e la domenica io non tornavo a casa. E, nel weekend, la sera, lui arrivava. Una volta, c’era la sagra al Bearzi, ero in uno stand e ho preso qualche soldo in anticipo. Tanto sapevo la sera cosa mi aspettava. Una volta uscito dal Bearzi, a 18 anni , ho continuato ad avere questi rapporti con lui perché mi stava comodo per i soldi. Io mi vendevo e lui mi comprava. Quando mi mancava il denaro per pagare l’affitto, passavo da lui. È proseguita fino a quest’anno. L’ultima volta, è venuto a prendermi in stazione: c’è un testimone. Abbiamo fatto. Poi, però diceva di non trovare più una busta con dei soldi. Ma io non l’ho presa».

Non è la prima storia, questa, di un ragazzino che "accetta la compagnia degli uomini" per i soldi, per qualche regalo, perchè è alla ricerca di un padre, senza saperlo. E' così che si corrompe un'anima giovane.
Nella testimonianza rilasciata ai carabinieri si parla anche di un dvd con un filmato, di un posto ben riconoscibile, di bambini coinvolti. L'ennesimo incubo avvolto nella tonaca o, come diranno appena passata la bufera mediatica, l'ennesimo caso isolato?



Questo video è stato girato a Udine e messo on line sul web il 28 meggio 2007,
circa due settimane dopo la pubblicazione del video "Sex crimes and Vatican".
A distanza di un anno, non è cambiato nulla.

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E' giunto il momento di mettere alla prova le dichiarazioni di Ratzinger. E, a metterle alla prova, basta l'ultimo fatto di cronaca, quello che riguarda don Pierpaolo Mologni, ex parroco di Lombardore, un paesino di 1.500 abitanti a una ventina di chilometri da Torino, trasferito da un paio di mesi ad un'altra parrocchia, quella di Ozegna.

A carico del sacerdote sono partite due denunce per abusi sessuali, da due famiglie della parrocchia di Lombardore. Gli inquirenti hanno perquisito i suoi alloggi di Ozegna e hanno rinvenuto migliaia di foto compromettenti, alcune risalenti al 1979.

A padre Mologni piacevano i ragazzini. Con alcuni si limitava a semplici carezze, con altri andava oltre. Il metodo era sempre lo stesso: conquistare la fiducia del ragazzo, per garantirsi il suo silenzio, e poi passare agli abusi. Era un percorso lungo, che richiedeva tempo. Cominciava con le carezze, e se le vittime non si ritraevano, passava a richieste più pesanti. Convinceva i ragazzini a fare la doccia a casa sua, e mentre erano sotto la doccia li fotografava. Oppure li convinceva ad indossare un succinto costume da Tarzan, confezionato da lui stesso, e li fotografava in pose inequivocabili. Alcuni li faceva distendere sul letto o sul tappeto e li masturbava. Talvolta si masturbava anche lui. Il tutto testimoniato dalle migliaia di foto rinvenute, oltre che dalle deposizioni di diversi ragazzi. Decine di testimonianze. Troppe, in un paesino di 1.500 anime.

I carabinieri hanno consegnato a padre Mologni un avviso di garanzia. Poco tempo dopo, il sacerdote è stato colpito da setticemia e, da qualche giorno, è in coma profondo. E in ospedale è stato raggiunto da un provvedimento della Procura di Torino, che disponeva gli arresti domiciliari. In via precauzionale, la stessa Procura ha disposto il sequestro della sua cartella clinica.

Questi i fatti, così come si sono svolti. Sorgono però gli interrogativi: le foto testimoniano di abusi avvenuti fin dal 1979, possibile che nessuno si sia mai accorto di nulla? in paese giravano, da parecchio tempo, strane "voci" sul conto del sacerdote, possibile che la Curia non fosse informata? possibile che nel corso degli anni nessuna vittima si sia rivolta al Vescovo? e allora perchè l'improvviso trasferimento da Lombardore a Ozegna due mesi fa?

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