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Agli uomini non interessa né la verità, né la libertà, né la giustizia.
Sono cose scomode e gli uomini si trovano comodi nella bugia
e nella schiavitù e nell'ingiustizia.
Ci si rotolano come maiali.
(Oriana Fallaci)




Sarà che ho buona memoria.
Sarà che trovo insopportabile il falso vittimismo.
Sarà che sono sempre stata insofferente nei confronti di chi vuole impormi il proprio codice morale sentendosi però esentato dal rispettarlo.
Ma gli articoli comparsi sui vari giornali cattolici, le smentite, le accuse di complottismo, i tentativi di arrampicarsi sugli specchi, rasentano il ridicolo.
Fanno leva sulla credulità di quegli italiani che, pur professandosi cattolici, non hanno assolutamente idea di come sia strutturata gerarchicamente la Chiesa, di quali siano i poteri, come sono distribuiti e chi li esercita.

Sono quegli italiani che permettono che sia un governo assolutista, e il Vaticano è governato da un monarca assoluto che detiene i "tre poteri", a pretendere di insegnarci la democrazia.
Sono quegli italiani che consentono che a spiegarci il matrimonio, i rapporti e i delicati equilibri di una unione d'amore, siano uomini che non solo col matrimonio non hanno mai avuto niente a che fare, ma che ignorano totalmente cosa sia la quotidianità di una famiglia.
Sono quegli italiani che trovano lecito, in uno stato sovrano, che i ministri di un altro stato sovrano mettano continuamente in atto ingerenze intollerabili nella legiferazione in materia di vita e di morte, le sole due cose che appartengono alla coscienza privatissima di ogni uomo e sulle quali a nessuno, a nessuno è dato decidere a priori.
Sono quegli italiani assolutamente inconsapevoli del fatto che la scuola statale, che i loro figli frequentano o frequenteranno, è stata devastata da continui tagli ai fondi, mentre le scuole cattoliche hanno mantenuto inalterate le sovvenzioni statali.
Sono quegli italiani che lasciano che siano i prelati del Vaticano ad imporci i limiti della ricerca medica, della fecondazione assistita, della possibilità di una dignitosa fine della vita.
Sono quegli italiani che non sanno che potrebbero pagare la metà dalle tasse che pagano, se venissero aboliti tutti i privilegi fiscali alla Chiesa.
Sono quegli italiani infarciti di "teoria del perdono" che si lasciano ancora infinocchiare dall'idea che la giustizia debba farla Dio, e gli uomini che dicono di agire in suo nome, che hanno l'inumana pretesa che un uomo cui hanno ammazzato la moglie, un figlio, debba perdonare l'assassino. Io mi vergogno ogni volta che un giornalista decerebrato, di fronte ad un uomo cui hanno ammazzato la moglie, un figlio, pone l'inqualificabile domanda "Lei lo perdona?" e vedo lo smarrimento negli occhi di quell'uomo, lo smarrimento perchè sa che se dirà quel no che gli brucia in gola, quel no che gli urla negli occhi, quel no che gli devasta l'anima, una manica di stupidi imbecilli dal cervello disabitato penserà che sia un gesto ignobile non perdonare i propri nemici.
Io mi vergogno per quegli italiani che mettono la tonaca prima della bandiera, per quegli italiani che mettono le omelie prima della costituzione, per quegli italiani che mettono i vescovi prima della magistratura, per quegli italiani che prima di sentirsi italiani si sentono cattolici.
Mi vergogno per quegli italiani che si scandalizzano perchè un uomo abbraccia un altro uomo in un letto e poi scelgono a rappresentarli affaristi, corrotti e puttanieri. Mi vergogno perchè la loro morale è un elastico e se la accomodano come vogliono mentre quella che vorrebbero imporre agli altri è di piombo.
Mi vergogno per chi si è lasciato convincere che il "relativismo" sia un male, per chi crede che la disubbidienza sia un peccato, per chi s'illude che la sofferenza sia un dono di cui esser grati, per chi vuole ostinatamente, ottusamente, continuare a fingere che questa chiesa sia veramente quella che Cristo avrebbe voluto.

Nulla, nulla mai, può giustificare l'ignobile prassi, in uso nella gerarchia vaticana, di proteggere sacerdoti che hanno abusato di decine, centinaia, migliaia di bambini, trasferendoli di parrocchia in parrocchia, mettendo in pericolo ogni volta nuove creature, e sperando di riuscire a "guarirli" con la preghiera.
Non me ne vogliano i soliti difensori delle cause perse, quelli a cui piace immaginare la Chiesa sempre come perseguitata e oggetto di complotti, la stessa Chiesa che nei secoli ha fatto le crociate, l'inquisizione, i genocidi, la chiesa che non s'è fatta scrupolo di perseguitare Galileo Galilei, Giordano Bruno, gli illuministi, e chiunque nei secoli abbia mai messo in discussione il suo potere assoluto, la sua pretesa di essere proprietaria delle vite altrui, fino al punto da imporre cosa leggere, chi amare, cosa pensare.

Guardiamola da vicino, questa Chiesa, e giudichiamola dalle opere, come vuole il Vangelo. Senza risalire alle crociate, ai roghi, alle persecuzioni. Ci vuole davvero poco, basta prendere i fatti e confrontarli con le parole. E guardiamo da vicino anche i suoi difensori. Tanto per farci un'idea di chi siano e di cosa ci raccontano.

Nel 2007 pubblicai sul web Sex crimes and Vatican, un documentario della BBC sui preti pedofili e sulla loro costante copertura da parte delle gerarchie vaticane. Sono passati tre anni e ne è passata un bel po' di acqua (e di marciume) sotto i ponti. Però ho buona memoria. E un grande archivio. Credo sia il momento di ricordare cosa scrissero all'epoca, tra gli altri, sulle pagine di Avvenire, Andrea Galli prima e Massimo Introvigne poi:

"[...]Insomma, un insieme di norme rigorose, che nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali. E che il testo Crimen Sollicitationis non fosse pensato per tale fine lo dimostrava un paragrafo, il quindicesimo, che obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica. Misura che semmai dà l'idea della serietà del documento e di coloro che lo formularono [...]

“Senza contare che Joseph Ratzinger, più tardi diventato sì prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe firmato - ma siamo nel maggio 2001 - una Lettera ai Vescovi e altri Ordinari e Gerarchi della Chiesa Cattolica, pubblicata anche negli Acta Apostolicae Sedis, dove si prevede espressamente che "il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni", sia di competenza diretta della Congregazione stessa. Segno, per chi abbia un minimo di buon senso giuridico, della volontà romana non certo di occultare, ma di dare piuttosto il massimo rilievo a certi reati, riservandone il giudizio non a realtà "locali", potenzialmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede." (Infame calunnia via internet, Andrea Galli, Avvenire, 19 maggio 2007)

Certo Andrea Galli dimentica di dire che, se è vero che l'art. 15 del Crimen obbliga "a denunciare il tutto", l'art. 16 esplicita "a chi" deve essere fatta la denuncia: all'ordinario del posto o alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Delle autorità civili non se ne parla neppure. Non solo. Resta inspiegabile come possa un cattolico, a cui è stato imposto il vincolo della segretezza, pena la scomunica, denunciare alle autorità civili l'abuso subito senza infrangere quel vincolo e incorrere nella scomunica.
Inoltre, Andrea Galli sbaglia di grosso nel tradurre il testo del De delictis gravioribus, perché nel documento non si parla affatto di un "delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni" ma di “delictum contra sextum Decalogi praeceptum cum minore infra aetatem duodeviginti annorum a clerico commissum”, cioè di un delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico CON un minore di diciotto anni”. Com’è prassi, la vittima del prete pedofilo è considerata dalla Chiesa un complice del suo abusatore. Tanto per aggiungere un po’ di fango e di vergogna agli abomini che ha già dovuto subire.

Massimo Introvigne, invece, pose a presupposto del mio rendere noto il video una presunta "rabbia laicista". Ma io non ero arrabbiata per niente! Disgustata, semmai, sconvolta, nauseata. E, per farsi un'idea del tipo di "smentite" cui è aduso Introvigne, basta leggere quanto pubblicato su Avvenire:

"Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:

(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:

(b) dal momento che il "cattivo" del documentario dev'essere l'attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa "buono" è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 ha l'unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;

(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora («crimini più gravi»), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti." (Preti pedofili, le falsità del video Bbc, Massimo Introvigne, Avvenire, 30 maggio 2007)  

Ecco cosa c'è scritto nel documento che Introvigne vuole spacciare per "pubblico e palese": "Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento." Certo, deve trattarsi di una formula arcana per intendere: sbandierate ai quattro venti il contenuto di questo documento.
La lettera De delictis gravioribus, come Introvigne non dice, poneva sui procedimenti a carico dei preti pedofili il segreto pontificio, come se non bastassero le imposizioni di segretezza del Crimen. Il segreto pontificio viene fatto giurare con la seguente formula:
"[...]prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto."

Silenzio perpetuo: non si può parlare neppure per un bene maggiore, per cause urgentissime o gravissime. Dunque chi afferma il falso, il documentario della BBC o Introvigne? Non credo ci possano essere molti dubbi, anche perchè, se la Chiesa avesse voluto consentire la denuncia alle autorità civili, lo avrebbe scritto, visto che scrive tutto, sempre, anche i dettagli, e questo non lo è di certo, e prevede i più svariati casi, anche quelli più improbabili.
I fautori delle "interpretazioni" hanno stancato chi li legge. Possibile che si creda ancora che una vergognosa menzogna possa essere spacciata per verità solo perchè viene dal pulpito?

La nuova ondata di pseudointellettuali cattolici che accusano di complottismo e falsità il New York Times sono grosso modo gli stessi che si stracciarono le vesti anche tre anni fa. E come se vivessero nel Paese delle Meraviglie, o peggio, come se vedessero in noi delle sprovvedute Alice, gridano ai quattro venti che i documenti pubblicati dalla testata americana non provano nulla. Vediamo.

Le denunce piovono su Murphy nel 1974, una ventina di testimonianze giurate vengono consegnate al vescovo Cousins, che in un incontro con le vittime e padre Murphy ammette di essere a conoscenza del problema. Il sacerdote viene trasferito e nei suoi confronti non viene preso alcun provvedimento.
Il vescovo Weakland, che succede a Cousins, continua a ricevere denunce a carico di Murphy e scrive al cardinale Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, chiedendo lumi su quali procedure seguire. Risponde il cardinale Bertone: seguite il Crimen!
Si istruisce un processo canonico contro Murphy, che scrive, anche lui, al cardinale Ratzinger, chiedendo che il processo venga fermato. Il cardinale Bertone scrive al vescovo Weakland, chiedendogli di essere cauto nell'applicazione del canone. In un incontro avvenuto poco dopo a Roma, tra il cardinale Bertone e il vescovo Weakland, la Congregazione decide che la "pena" per Murphy è una ammonizione a pentirsi e il divieto di celebrare messa nella diocesi di Milwaukee. E tutto finisce lì.

Credo sia naturale che sorgano domande: il cardinale Bertone ha sempre tenuto nascosto al proprio superiore quanto stava accadendo nel Wisconsin? il cardinale Bertone leggeva di nascosto la posta del cardinale Ratzinger o non lo informava del contenuto delle lettere a lui indirizzate? Mi pare improbabile, soprattutto per chi conosce i meccanismi della gerarchia cattolica. Nessuno si assumerebbe la responsabilità di una tale decisione senza consultare il proprio superiore, soprattutto se ci sono già stati, per quel caso, due risarcimenti, uno da centomila dollari, l'altro da duecentomila.
Resta il fatto, comunque, che la Congregazione di Ratzinger nulla ha fatto.

Stessa faccenda in Germania, quando l'attuale pontefice era vescovo di Monaco. Un sacerdote pedofilo prima allontanato viene poi reintegrato senza che il vescovo Ratzinger ne sapesse nulla. Possibile? Improbabile, come nel caso precedente.

Possibile che il povero futuro papa fosse circondato, in Germania come a Roma, da personaggi che gli hanno tenuto nascosto cosa avveniva in casa sua, sotto i suoi occhi? Oppure, più semplicemente, è quello che la Chiesa pretende di farci credere? Perché anche la decenza impone dei limiti.
E non glielo avevano mai detto, a Benedetto XVI, che i tre cardinali con i quali si accompagnò nel suo viaggio negli Stati Uniti erano noti urbi et orbi per aver coperto preti pedofili? Né gli avevano fatto sapere che il cardinale Law, arciprete nella Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, ha lottato con le unghie e con i denti prima per coprire i sacerdoti come padre John Geogan, che abusò di almeno 130 bambini, e poi per non risarcire le vittime? Perché la tanto sbandierata pulizia non comincia a farla da qui?

Se questi particolari episodi, poi, si inseriscono nel contesto più ampio dell'operato del Vaticano, risulta ancora più inverosimile la favola che vogliono per forza raccontarci.

Richiamo due casi eclatanti, ma sono dei puri esempi, se ne possono citare centinaia. Nel caso di don Lelio Cantini, quanti anni ha impiegato la Congregazione di Ratzinger per arrivare ad almeno una parvenza di condanna? Più di venti. E se le vittime non si fossero rivolte ai giornali don Cantini sarebbe ancora, indisturbato, nella sua parrocchia. La condanna, poi, è un esempio di severità: recitare le litanie alla Madonna.

E nel caso del fondatore dei Legionari di Cristo? Le prime denunce sono del 1952, possibile che siano occorsi più di cinquant'anni per comminargli la pesantissima "pena" di una vita ritirata?

E poi, per dirle tutte, quanti sacerdoti pedofili condannati all'estero e ricercati dalle polizie dei paesi d'origine hanno trovato rifugio a Roma coperti dalla complicità del Vaticano? Padre Henn, per esempio. Ma perchè limitarci solo ai preti condannati per pedofilia? Sono stati nascosti in Italia anche preti genocidiari: padre Seromba, per dirne uno, o padre Emmanuel Uwayezu. I tribunali internazionali hanno dovuto trattare con il Vaticano per avere l'estradizione di criminali che non erano nascosti in Vaticano ma in Italia!
E che fine hanno fatto i sacerdoti pedofili italiani condannati dai tribunali italiani? Quali provvedimenti ha preso la Chiesa nei loro confronti? Sono sempre lì, magari solo spostati di parrocchia, come nel caso del sacerdote campano condannato dai tribunali civili per atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e attualmente consigliere dell’Istituto interdiocesano per il sostentamento del clero e membro del collegio presbiterale, nominato direttamente dall’arcivescovo. Sedici anni fa, al momento del reato contestato, insegnava religione in una scuola media di Pontecagnano Faiano e ha continuato a farlo anche dopo la denuncia inoltrata dai genitori delle vittime. Prima al preside dell’istituto e poi alla Procura di Salerno.
Condannato nel 1996 in primo grado, nel 1999 in appello e nel 2000 in Cassazione, per fortuna non fa più l’insegnate, ma siede tra i banchi dell’Istituto per il sostentamento del clero e del consiglio presbiterale.

E’ inaccettabile, è vergognoso, è immorale che si consenta ancora di parlare di attacchi senza fondamento, è scandaloso che non ci sia un’inchiesta seria su quello che accade nei seminari, nei collegi cattolici, nelle sagrestie. E’ oltraggioso che questi uomini senza morale si ergano a giudici della morale altrui.
Ed è mortificante constatare che c’è chi umilia la propria intelligenza credendo alle loro scuse.


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Il 28 agosto 1998, il vescovo Richard Skiba, celebrando un funerale, disse: "Ho una teoria sul giudizio finale che aspetta ciascuno di noi... solo una teoria, ma che mi da' molto conforto e molta speranza. Io non credo che il giudizio finale avvenga quando tutti i nostri segreti peccati sono rivelati al mondo intero. Infatti, sarebbe un po' arrogante pensare che il mondo intero sia interessato a conoscere i peccati segreti di ognuno."
Il funerale era quello di padre Lawrence C. Murphy, abusatore di oltre 200 bambini, coperto dalla Chiesa fino al giorno della sua morte.
Si sbagliava, il vescovo Skiba: i segreti peccati di Murphy avrebbero dovuto essere rivelati, almeno perchè il mondo potesse difendersi da lui. Ma quell'omelia era l'ultimo, pietoso tentativo di copertura, una copertura durata decenni, messa in pratica a tutti i livelli, fino a quelli più alti, che avevano consentito a Murphy di vivere indisturbato, protetto dalla tonaca e dal Vaticano, nonostante avesse rovinato almeno 200 giovani vite.

Ordinato sacerdote nel 1950, Lawrence Murphy fu assegnato alla St. John School, una scuola per bambini sordi, con la mansione di cappellano prima e di direttore poi. Una vecchia foto ritrae un gruppo di ragazzi, la squadra di pallacanestro della scuola, alcuni in piedi, altri accovacciati, e in mezzo a loro un uomo con una lunga tonaca nera e un pallone in mano. Cinque di quegli undici ragazzi nella foto erano vittime del sacerdote ritratto insieme a loro. Eppure nessuno lo avrebbe mai sospettato, nessun genitore ebbe mai neppure un dubbio. Padre Murphy sembrava un uomo eccezionale: non era molto alto, ma aveva un sorriso capace di sciogliere anche il ghiaccio, aveva preso a cuore il benessere dei bambini sordi e si faceva in quattro, organizzando raccolte di fondi, conferenze, eventi benefici, accettando contributi alla scuola per migliaia di dollari, allenando personalmente la squadra di pallacanestro. Nelle sue mani l'istituto si era trasformato: al vecchio edifico del secolo precedente s'era aggiunta una nuova ala, poi una piscina, poi una palestra, poi un campo da basket. I genitori dei bambini lo adoravano, e descrivevano la messa celebrata da padre Murphy come un grande evento spirituale.
E poi sapeva parlare "il linguaggio dei segni", cosa che non molti genitori erano in grado di fare. Così gli affidavano i loro figli con serenità, con gratitudine.

Il suo lato oscuro forse non sarebbe mai stato conosciuto se tre delle sue vittime, dopo aver lasciato la scuola, non si fossero raccontate l'un l'altro quello che avevano subito. Era il 1974. Un anno prima un ragazzo della St. John era andato al dipartimento di polizia e aveva accusato Murphy di abusi, ma Murphy, insieme ad un altro insegnante della scuola, si era presentato alla polizia sostenendo che il ragazzo fosse mentalmente disturbato, e il caso era stato archiviato. Del resto, padre Murphy era un pilastro della comunità, amatissimo, e aveva perfino ricevuto, pochi mesi prima, la American Legion Award per il suo impegno a favore del benessere dei bambini. Come non credergli?

"Eppure io sapevo che continuava a molestare i bambini" afferma Bolger, una delle sue vittime. Così, contattò altri ex allievi della scuola, e scoprì che altri erano stati abusati. Tuttavia, quando denunciarono il sacerdote alle autorità, scoprirono che il reato non rientrava nelle loro competenze. Murphy negò tutte le accuse e, di nuovo, le indagini si bloccarono.

Le vittime si rivolsero così all'arcidiocesi di Milwaukee, retta dal vescovo Cousins. Vennero raccolte una ventina di testimonianze giurate e furono consegnate al vescovo. Cousins chiese di incontrare alcuni degli accusatori e l'incontro fu fissato per il 9 maggio 1974. C'era anche padre Murphy.
"Ci sedemmo su cinque o sei sedie vicine all'arcivescovo" ricorda Conway. "Padre Murphy era seduto accanto a me. C'erano una dozzina di persone in tutto, nella stanza. Alcuni lavoravano al St. John. Padre Murphy fu quasi timido, durante quell'incontro. Non disse una parola. E non alzò gli occhi da terra"
L'arcivescovo spiegò ai presenti che da anni la diocesi era a conoscenza del problema degli abusi, affermò di capire le motivazioni di tutti coloro che chiedevano che padre Murphy fosse rimosso dalla scuola, e tuttavia padre Murphy era troppo importante per la scuola e non potevano rimuoverlo. Potevano però evitare che avesse contatti con i bambini. In fondo, Murphy aveva fatto molto per la comunità dei sordi. Un discorso, insomma, che lasciava tutte le cose com'erano e fece andar via le vittime piene di disgusto.
"Guidando verso casa, continuavo a piangere e piangere. Ero sconvolto dal dolore" racconta Budzinski, una delle vittime presenti all'incontro. Invece, il 18 maggio 1974, il Catholic Herald Citizen annunciò che padre Murphy aveva lasciato l'incarico di direttore della scuola e tutti gli incarichi sia di insegnamento che pastorali per occuparsi di altri doveri sempre relativi al St. John. Tuttavia, pochi mesi dopo, lo stesso giornale diede la notizia delle dimissioni di Murphy a causa di problemi di salute.
L'anno seguente, Murphy fu nuovamente portato in tribunale con l'accusa di abusi sessuali. Il vescovo Cousins testimoniò di fronte alla corte giurando che nel corso delle indagini che la diocesi aveva svolto non era mai emerso nulla a carico del sacerdote, che era un uomo onesto e si era sempre sacrificato per la scuola. Anche la nuova denuncia fu lasciata cadere.

Dal 1974 al 1994, Murphy collaborò con una delle parrocchie della diocesi, Sant'Anna, ma negli annuari dicesani non fu mai specificato che tipo di incarico ricoprisse. Si ritirò nel 1994 e morì quattro anni dopo.

Ma cosa era accaduto nelle segrete stanze della diocesi, come mai padre Murphy lasciò l'incarico col pretesto della salute cagionevole e soprattutto, che fine fecero le accuse contro di lui e le testimonianze scritte affidate al vescovo Cousins?
Un memorandum datato 11 settembre 1974 spiega alcune cose: la situazione è diventata scottante, è meglio allontanare il sacerdote. Sul giornale diocesano e sul Catholic Herald Citizen verrà pubblicata la notizia delle dimissioni di Murphy a causa della cattiva salute, e il prete sarà trasferito alla diocesi di Superior.
Non è dato sapere se il vescovo di Superior fosse informato dei trascorsi del sacerdote, ma dopo qualche anno dal trasferimento, il 9 luglio 1980, il vescovo ausiliario della diocesi di Superior scrive al vicario diocesano della diocesi di Milwaukee:

"Non molto tempo fa, in una conversazione con padre Murphy, è divenuto chiaro che è interessato a chiarire il suo status e la sua relazione con la diocesi di Milwaukee. E' molto desideroso di ottenere un incontro, ovunque e in qualunque momento, per mettere il suo talento e il suo apostolato al servizio della comunità dei sordi. E' molto desideroso di tornare nell'Arcidiocesi di Milwaukee, a riprendere il suo ministero nella comunità dei sordi adulti. Spera anche di avere altre possibilità, se necessario.
In una recente conversazione con l'arcivescovo Weakland, ho avuto l'impressione che non sia ravvisabile in questo momento un ritorno a Milwaukee di padre Murphy, per ripredere il suo lavoro con i sordi. Mi chiedo se posso imporre alla tua gentilezza e ai tuoi uffici di perorare questa causa con me. Io credo che padre Murphy abbia un grande dono da offrire, specialmente nell'apostolato con i non-udenti."

Al vescovo Cousins era succeduto il vescovo Weakland nella guida della diocesi di Milwaukee e, appena insediato, il nuovo ordinario si era trovato per le mani due patate bollenti, quella di Murphy e quella di un altro sacerdote pedofilo. Le vittime di padre Murphy non si erano mai rassegnate a "dimenticare e perdonare" e continuavano ad arrivare denunce, col pericolo che ad ogni momento scoppiasse uno scandalo.
Così, l'arcivescovo scrive al cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede:

"Sua Eminenza,
le scrivo per informarla di due situazioni nelle quali due preti di questa arcidiocesi sono stati accusati di adescamento di un penitente al fine di commettere peccato contro il sesto comandamento del Decalogo (c. 1387). I casi sono completamente scollegati e sono accaduti in due diversi periodi di tempo, ma solo di recente sono venuti alla luce. Ho bisogno quindi del suo parere sulla procedura da seguire.
Poco prima che cominciasse il mio periodo sabbatico, il 1 gennaio 1996, ordinai al mio vicecancelliere, il reverendo James E. Connell, di indagare sulle accuse fatte ai due sacerdoti. Al mio ritorno, il 1 luglio, padre Connell mi ha informato che in entrambi i casi le testimonianze giurate sostengono le accuse summenzionate. Padre Connell crede che le testimonianze siano state rese in buona fede e devono essere tenute in seria considerazione, e io sono d'accordo con lui.
Il primo caso riguarda il reverendo Lawrence C. Murphy, prima cappellano e poi direttore della Scuola per Sordi St. John, a Milwaukee, fra il 1950 e il 1974. Secondo le persone che hanno reso la testimonianza giurata, padre Murphy usava il confessionale per sollecitare atti peccaminosi contro il sesto comandamento del Decalogo, molti studenti furono adescati in questo modo e siamo sul punto di ricevere ulteriori testimonianze da altre persone.
Sebbene le prove contro padre Murphy siano state esaminate anche dal mio predecessore, poichè facevano parte di un processo civile, poi archiviato, contro il sacerdote, è questa la prima volta che vengo a conoscenza di abusi dal confessionale. Credo che la comunità dei sordomuti tenda a tenere per sè i propri problemi e certe faccende imbarazzanti, e questo spiega la riluttanza delle vittime a denunciare l'accaduto.
Padre Murphy è stato ordinato prete nel maggio del 1950, la sua assenza dura dal settembre del 1974 e non è mai vissuto nel territorio dell'arcidiocesi di Milwaukee da quando sono arcivescovo. Appena ricevetti l'incarico, mi fu reso noto che l'assenza di padre Murphy era dovuta a faccende sessuali, ma meno di un anno fa ho saputo che l'adescamento dal confessionale rientrasse nella questione. E' stato allora che ho chiesto a padre Connell di condurre un'indagine.
La mia attuale preoccupazione non è solo per la giustizia, è necessario soprattutto che la Chiesa dia una risposta alla comunità dei sordomuti di questa diocesi, in modo da placare la loro rabbia e ristabilire la loro fiducia nel ministero ecclesiastico.[...]
Ho discusso i particolari del caso col mio canonista e ci chiediamo se un processo canonico sia appropriato, considerando il tempo trascorso, o se questa particolare materia sia riservata alla Congregazione per la Dottrina della Fede [...]"

Nel dicembre del 1996, l'arcidiocesi di Milwaukee inizia un processo diocesano contro padre Murphy, in attesa di una risposta dalla Congregazione o da Ratzinger. Ma la risposta non arriva, e allora l'arcivescovo Weakland scrive al cardinale Gilberto Agustoni, Prefetto del Supremo Tribunale della Signatura Apostolica. Gli racconta di aver scritto a Ratzinger e di non aver ricevuto risposta, gli esprime il caso e affida la lettera al cardinale Agostini Cacciavillan, Nunzio Apostolico.
Il cardinale Agustoni risponde: la Signatura non ha competenza sul caso, inoltra tutto alla Congregazione di Ratzinger. E arriva anche la risposta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, firmata dal cardinale Tarcisio Bertone:

"Nella sua lettera del 11 dicembre 1996, ha chiesto quale fosse la procedura da seguire nei casi di Lawrence C. Murphy e Michael T. Neuberger, sacerdoti della diocesi accusati del crimine di adescamento dal confessionale.
La Congregazione chiede di istruire i rispettivi processi in accordo con l'allegato "Instructio de modo procedendii in causis sollicitationis" [il Crimen sollicitationis n.d.r.] con particolare riferimento agli articoli 5 e 55. Benchè le norme di quel documento siano in vigore, devono essere lette alla luce del nuovo diritto canonico, soprattutto rispetto ai rimandi al canone."

Il cardinale Bertone chiedeva quindi di istruire i processi come previsto dal Crimen, quindi segretezza assoluta. Tuttavia c'era un conflitto, poichè padre Murphy apparteneva diocesi Milwaukee ma risiedeva nella diocesi di Superior e il vescovo Fliss avocò il procedimento.

Il 12 gennaio 1998 padre Murphy scrisse a Ratzinger:
"Sono un prete della arcidiocesi di Milwaukee, vivo nella diocesi di Superior nel Wisconsin. Le scrivo per un procedimento a mio carico portato avanti dalla diocesi di Superior e iniziato nella diocesi di Milwaukee. E' un procedimento che chiede la mia dimissione dallo stato clericale, usando le norme istituite dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1962, intitolate "De modo procedendii in causis sollicitationis".
Il mio caso può essere riassunto così: nel 1974 mi dimisi dalla Scuola per Sordi St. John, St. Francis, Wisconsin, nell'arcidiocesi di Milwaukee, a causa di accuse di cattiva condotta sessuale. L'arcivescovo Cousins, all'epoca arcivescovo di Milwaukee, fu d'accordo nel farmi risiedere presso la casa estiva della mia famiglia, presso la diocesi di Superior. Sono vissuto lì finora.
Il mio ministero non è mai stato limitato, ma non ho più ricevuto incarichi pastorali. A causa della mia abilità nel "linguaggio dei segni", comunque, di tanto in tanto venivo chiamato ad aiutare in questo campo. E, poichè il mio ministero non è mai stato limitato, venivo anche chiamato ad assistere il parroco locale. Contro di me non ci sono state ulteriori accuse fin da quando ho lasciato la scuola St. John nel 1974.
Circa cinque anni fa, comunque, alcuni ex studenti della St. John contattarono la diocesi di Milwaukee, rilanciando accuse contro di me. Non c'erano prove di una mia cattiva condotta recente, ma erano accuse per offese perpetrate tra il 1963 e il 1969. Alcune delle prove riguardano adescamenti dal confessionale.

Dopo queste accuse, secondo le norme del 1962, l'arcidiocesi di Milwaukee cominciò un procedimento penale contro di me, per dimettermi dallo stato clericale. Quando il mio avvocato, il rev. Patrick R. Lagges, dell'arcidiocesi di Chicago, sottolineò che era intervenuta la prescrizione, l'arcidiocesi di Milwaukee tentò di istruire un processo basato sull'adescamento dal confessionale.
Il mio avvocato sottolineò che tale processo doveva essere istituito dalla diocesi di Superior, nella quale vivo, quindi l'arcidiocesi di Milwaukee chiese alla diocesi di Superior di cominciare un processo secondo le norme del 1962 pubblicate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Un decreto del 6 gennaio 1998 mi informava di questo fatto. La diocesi di Superior sta usando il personale dell'arcidiocesi di Milwaukee per portare avanti il caso.

Mi appello alla Congregazione per la Dottrina della Fede per questa ragione: chiedo che la Congregazione dichiari l'invalidità del decreto di citazione della diocesi di Superior. Le accuse contro di me risalgono ad azioni commesse più di venticinque anni fa. E' contro le norme del 1962, che stabiliscono che qualsiasi azione debba essere intrapresa entro un mese dalle accuse di adescamento.

Ho settantedue anni, Eminenza, e non sono in buona salute. Ho di recente avuto un nuovo attacco che mi ha lasciato indebolito. Ho seguito le direttive sia del vescovo Cousins sia del vescovo Weakland. Sono pentito per le trasgressioni del passato, e sono vissuto in pace nel nord del Wisconsin per venticinque anni. Semplicemente, voglio vivere il tempo che mi resta nella dignità del sacerdozio. Chiedo il suo intervento per questo."

Il cardinale Bertone scrisse quindi alla diocesi di Superior:
"Tenendo in considerazione quanto espresso da padre Murphy nella sua lettera, e prima di decidere circa un procedimento giudiziario per stabilire le responsabilità canoniche del prete accusato, questa congregazione invita Sua Eccellenza alla cautela su quanto il canone 1341 propone come misure pastorali destinate ad ottenere la riparazione dello scandalo e il ripristino della giustizia."

Il 30 maggio 1998, nella sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, si incontrano il cardinale Bertone, monsignor Girotti, Don Antonio Manna dell'Ufficio Disciplinare, padre Antonio Ramos con monsignor Weakland, arcivescovo di Milwaukee, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba, e monsignor Fliss, vescovo di Superior.
Ecco l'estratto della riunione spedito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede al vescovo Fliss.


Duecento bambini abusati contano molto meno di un sacerdote. Un ammonimento e il divieto di celebrare messa nella diocesi di Milwaukee possono bastare, suvvia. E i portavoce si stracciano le vesti tentando ancora di raccontarci la favola dei complotti anticlericali.
Io sono senza parole. Loro sono senza vergogna.

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Fa specie sentire il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, parlare di tentativi accaniti di "coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi" e dello scandalo della pedofilia. Non me ne voglia, padre Lombardi, ma non c'è bisogno di tentativi, i fatti parlano da soli, basta metterli in fila. A cominciare dal principio, sgomberando il campo dalle chiacchiere.

Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi non c'è bisogno di inventarselo, lo dice un papa, per la precisione Leone X, e lo dice in un atto ben conosciuto, la Taxa Camerae, un documento vergognoso che, ad onta del Vangelo che condanna la simonia come peccato imperdonabile, promette il perdono in cambio di denaro.
I primi due dei 35 articoli di cui si compone la Taxa Camarae riguardano proprio gli ecclesiastici e i loro "peccati", in particolare il secondo articolo:
"Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi."
Correva l'anno 1517. Poco meno di cinquecento anni fa. E la Chiesa già sapeva. Solo che fa più comodo, adesso, contare sulla memoria fallace o sulla non conoscenza di chi ascolta le chiacchiere dei vari portavoce.

Ho cominciato da troppo lontano? Veniamo ai giorni nostri, allora.

Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis. Questo documento, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c'è scritto, in stampatello e ben evidente: "Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda", che vuol dire "Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento"

Il Crimen, in pratica, stabiliva una serie di norme da seguire nei casi di pedofilia clericale. Il processo canonico al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Il Crimen va analizzato e "studiato" con cura, poichè è il vademecum che hanno seguito sempre i vescovi nei casi di pedofilia clericale. E fin dal principio risulta chiaro che la stessa esistenza del documento deve essere mantenuta segreta. Perchè?

Analizzando il testo nel dettaglio se ne comprende perfettamente il motivo. Intanto viene definito cosa intendere come peccato di provocazione: "Il crimine di provocazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione." Insomma, praticamente sempre.

Un'altra prerogativa del Crimen è quella di accomunare l'abusatore all'abusato: entrambi peccatori per aver "fornicato", anche se l'abusato è stato circuito, plagiato, e, in molti casi, violentato. Nel testo, infatti, (art.73, pag.23 del documento in latino) parlando di "crimine pessimo", intendendo l'abuso di un bambino o gli atti sessuali con un animale (perchè la Chiesa continua a paragonare, accomunare ed equiparare i bambini agli animali, come ai tempi della Taxa Camerae, a meno che il bambino non sia ancora nato e lì allora la sua vita diventa sacra e inviolabile), si legge che tale peccato è commesso dal sacerdote "cum impuberibus", cioè "con" il bambino, non "contro". Perchè, prima di tutto, viene la condanna del sesso, anche quando è fatto contro la propria volontà; poi tutto il resto.

Nei 74 articoli di cui è composto il Crimen, si impartiscono direttive precise. Quella più pressante riguarda sicuramente la segretezza, di cui tutto il documento è imbevuto. Ma cosa prescrive il Crimen? Fondamentalmente questo: coprire, celare, trasferire. L'articolo 4 dice infatti che non c’è nulla che impedisca ai vescovi "se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che l’Ordinario del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine." Quindi, se si sa che il sacerdote è un pedofilo ma non è stato aperto un processo canonico a suo carico, non c'è nulla che impedisca al vescovo di trasferirlo.

E se invece c'è una denuncia al vescovo? Prima di tutto, la segretezza. Viene fatto giurare a tutti (esistono formule apposite, riportate nel Crimen) di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che "indagano" sulla denuncia, deve mantenere il segreto l'accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata, ipso facto e latae sententiae. Sì, certo, anche la vittima ed eventuali testimoni: "Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all'accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni." (Crimen sollicitationis, art. 13, pag. 8 del testo in latino)
"Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell'esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento" recita la formula A del Crimen. Tuttavia, all'articolo 11 viene specificato che tale silenzio deve essere perpetuo: "Nel trattare queste cause la cosa che deve essere maggiormente curata e rispettata è che esse devono avere corso segretissimo e che siano sotto il vincolo del silenzio perpetuo una volta che si siano chiuse e mandate in esecuzione. Tutti coloro che entrino a far parte a vario titolo del tribunale giudicante o che vengano a conoscenza dei fatti per la propria posizione devono osservare il rispetto più assoluto del segreto - che dev’essere considerato come segreto del Santo Uffizio - su tutti i fatti e le persone, pena la scomunica ‘lata sententiae’ ‘ipso facto’ e senza nessuna menzione sulla motivazione della scomunica che spetta al Supremo Pontefice, e sono obbligati a mantenere l’inviolabilità del segreto senza eccezione nemmeno per la Sacrae Poenitentiariae."

Tutto questo si è tradotto per decenni in una prassi vergognosa che includeva il trasferimento dei preti pedofili di parrocchia in parrocchia e la richiesta alle vittime di mantenere il segreto, magari tacitandole con piccole somme, sapendo che in molti casi le vittime venivano da ambienti già disagiati e mai avrebbero affrontato la vergogna e le spese di una denuncia alle autorità civili.
Una volta concluso il processo diocesano, se c'erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all'allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede. In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Anche qui, il Crimen detta prescrizioni precise. Innanzitutto, a decidere se la denuncia è fondata o meno è l'ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: "Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficenti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l'accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi, secondo le norme del Canone 2307 [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull'accusato."
Chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l'ordinario diocesano.

Il Crimen prescrive anche cosa fare nel caso in cui il sacerdote sia stato ammonito ma il vescovo riceve nuove denunce contro di lui: "Se, dopo la prima ammonizione, arrivano contro lo stesso soggetto altre accuse riguardanti crimini di provocazione precedenti l’ammonizione, l’Ordinario dovrebbe vedere, secondo la propria coscienza e giudizio, se la prima ammonizione può essere considerata sufficiente o se procedere a una nuova ammonizione oppure ad eventuali misure successive."

Con queste premesse, è ovvio che siano in pochissimi i sacerdoti condannati dai tribunali diocesani: i vescovi si limitavano ad ammonire e trasferire, molto spesso solo a trasferire. E la tutela dei bambini? Mai presa in considerazione.

A fare un bilancio della situazione a posteriori, il Crimen non è servito in alcun modo ad arginare il problema della pedofilia clericale, è stato invece utile alla Chiesa a "lavare i panni sporchi in famiglia". Solo che, con l'andare del tempo, i panni sporchi sono aumentati in maniera sproporzionata. La politica dello struzzo non paga mai, e in questo caso si è dimostrata letale. Negli anni, infatti, gli abusi non sono diminuiti, anzi, il problema si è incancrenito e le vittime sono diventate migliaia.

Non è neppure lontanamente credibile la professione di ignoranza fatta da vescovi e prelati chiamati a rispondere nei tribunali penali, e non diocesani, del loro operato. E sono sempre i fatti a smentirli. Primo fra tutti l'esistenza di una congregazione religiosa dedicata esclusivamente alla cura dei sacerdoti: i Servi del Paraclito. Poco nota, se non agli "addetti ai lavori", la congregazione dei Servi del Paraclito viene fondata nel 1942 dal sacerdote statunitense Gerald Fitzgerald, a Jemez Springs (Nuovo Messico), con lo scopo di dedicarsi all'assistenza ai sacerdoti in particolare condizioni giuridiche e morali.
Inizialmente, arrivavano a Jemez Springs soprattutto sacerdoti con problemi di alcolismo, ma dal 1965 i Servi del Paraclito cominciarono a trattare anche i sacerdoti pedofili. Con scarsissimi, se non nulli, risultati. Lo stesso fondatore, che dal principio si era opposto alla possibilità di accogliere preti con tali problematiche, fin dagli anni cinquanta inviò numerose lettere a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti coinvolti in casi di pedofilia. In una di queste lettere, indirizzata anche al cofondatore della congregazione, scriveva:

"Reverendissimo e Carissimo Arcivescovo,
Carissimo cofondatore

Spero che Sua Eccellenza sia d'accordo e approvi quello che io considero una decisione vitale, da parte nostra: per prevenire uno scandalo che potrebbe danneggiare il buon nome di Via Coeli, non offriremo ospitalità ad uomini che abbiano sedotto o tentato di sedurre, bambini o bambine. Eccellenza, questi uomini sono diavoli e l'ira di Dio ricade su di essi e, se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma per chiedere la loro forzata riduzione allo stato laicale. E' blasfemo lasciare che celebrino il Santo Sacrificio. Se i singoli vescovi fanno pressione su di lei, Eccellenza, può dire loro che l'esperienza ci ha insegnato che questi uomini sono troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e per il vicinato, sicchè siamo giustificati nel nostro rifiuto di accoglierli qui. Sua Eccellenza può inoltre dire, se lo desidera, che non intende interferire con la regola che l'esperienza ha dettato.
Proprio per queste serpi ho sempre auspicato il ritiro su un'isola, ma anche un'isola è troppo per queste vipere di cui il Gentile Maestro ha detto che sarebbe stato meglio se non fossero mai nati; il che è un modo indiretto di maledirli, non crede?
Quando vedrò il santo padre, dirò a Sua Santità che devono essere ridotti ipso facto allo stato laicale, immediatamente."

Inutile dire come andò a finire: la politica dello struzzo prevalse e la congregazione accolse i preti pedofili per quello che, caritatevolmente, può essere definito un tentativo di cura. Un caso fra tutti può essere esemplificativo: padre James Porter arrivò a Jemez Springs nel 1967, dopo essere stato destituito da tre incarichi, ogni volta per problemi di pedofilia. Eppure, padre John B. Feit, superiore dei Servi del Paraclito, scrisse per lui accorate lettere di raccomandazione che gli fecero ottenere, alla fine del "trattamento" una diocesi nel Minnesota, dove, appena arrivato, ricominciò gli abusi.
In realtà, Jemez Springs divenne nota come "il carcere dei preti" e funzionò come un "parcheggio" per i sacerdoti su cui pendevano denunce di abusi. Nel 1994, la congregazione dovette chiudere l'esperimento di riabilitazione dei preti pedofili: 17 preti furono coinvolti nel '91, in 140 cause per abusi sessuali e la Curia pagò 50 milioni di dollari in accordi stragiudiziali.

Identica politica fu seguita dalla Chiesa ogni qualvolta fu messa di fronte alla problematica della pedofilia clericale. Nel maggio 1985 a tutti i vescovi statunitensi fu consegnato un documento noto come "Il manuale", redatto da due preti e un avvocato: padre Michael Peterson, psichiatra della clinica di S. Luke, il domenicano canonista padre Thomas Doyle e l’avvocato Ray Mouton. Il manuale analizza il problema della pedofilia clericale e le conseguenze, economiche e morali, per la chiesa cattolica. Fornisce direttive per affrontare il problema, ma viene totalmente ignorato. Il risultato anche in questo caso è evidente: milioni di dollari in risarcimenti, diocesi in fallimento o prossime alla bancarotta, un drastico calo di fedeli e soprattutto delle loro generose donazioni.

Lo scandalo, venuto a galla negli Stati Uniti, è solo l'inizio. Altrettanti scandali travolgono l'Australia, il Sudamerica, il Messico, il Canada, l'Alaska, la Polonia, l'Irlanda, la Spagna, l'Inghilterra, la Germania, l'Olanda e moltissimi paesi africani. Una vergogna dietro l'altra, si svelano i retroscena di sacerdoti che hanno molestato, abusato, violentato decine di bambini, alcuni piccolissimi.

Così, nel 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 25 novembre 1981 fino alla sua nomina al soglio pontificio, promulgò un epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam. In essa richiamava il Crimen sollicitationis e avocava un diretto controllo, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui "crimini più gravi", compresi gli abusi sui minori.
Per quella lettera, il cardinale Ratzinger fu citato in giudizio dall'avvocato Daniel Shea davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas), dove fu accusato di "ostruzione alla giustizia". Secondo l'accusa, infatti, il documento della Congregazione avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu emanato dalla corte un ordine di comparizione per il cardinale Joseph Ratzinger. Il 19 aprile 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato chiedendo l'immunità diplomatica per il loro assistito. L'Amministrazione Bush acconsentì e Joseph Ratzinger fu esonerato dal processo.

Tuttavia, anche non tenendo conto di questo "incidente di percorso", sorgono naturali molti interrogativi sull'operato di Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E, altrettanto naturali, sorgono molti dubbi sulla sua "presa di posizione" drastica e rigorosa nei confronti della pedofilia clericale.
Che fosse ben informato di quanto fosse grave e profonda la piaga degli abusi fra il clero lo afferma lo stesso Ratzinger, nella memorabile nona stazione della Via Crucis del 2005, quando sostituì Giovanni Paolo II ormai morente: "Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!"

E tuttavia, pur consapevole della "sporcizia", il Prefetto non si armò mai di ramazza per far pulizia. Anzi, in molti casi "celebri" la Congregazione fu assurdamente lenta e le vittime dovettero ricorrere ai giornali per avere almeno una parvenza di giustizia.
Il caso più tristemente famoso è senza dubbio quello che riguarda il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Il Vaticano era a conoscenza di molte ombre sull'operato del sacerdote, fin dal 1956, quando il cardinale Valeri lo trovò nella clinica romana Salvator Mundi molto malridotto per l'abuso di morfina. Tuttavia, i procedimenti a carico del fondatore dei Legionari di Cristo non ebbero mai alcun esito, neppure quando, nel 1978 l´ex presidente dei Legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, accusò Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand´era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta, sebbene Ratzinger fosse già dal 1981 a capo dell'ex Santo Uffizio. A febbraio del 1997 con una denuncia pubblica, otto importanti ex Legionari accusano Maciel di aver abusato di loro negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall´avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma sempre senza alcun risultato.
Finchè, nel 2006, appena cinquant'anni dopo le prime denunce, finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede prende una risoluzione esemplare: invita padre Maciel a ritirarsi ad una vita di preghiera e meditazione. Oggi, a distanza di pochi anni, continuano a spuntare scandali che riguardano Maciel e i Legionari, come la presenza (accertata) di una figlia in Spagna, frutto di una violenza ad una minorenne, diversi presunti figli in Messico, dei quali, tra l'altro, non si sarebbe fatto scrupolo di abusare. Insomma, il Vaticano ha aperto un'inchiesta. Molto rassicurante.

Stessa sorte subita, più o meno, da procedimenti a carico di sacerdoti italiani. Celebre il caso di don Cantini in Toscana, per esempio. Stranamente, la Congregazione guidata da Ratzinger ha sempre impiegato decenni ad indagare sui sacerdoti pedofili, soprattutto quando si trattava di sacerdoti influenti, salvo poi scoprire che, a causa del tempo trascorso, il delitto era caduto in prescrizione. Ad onor del vero, c'è da dire che in alcuni casi sono anche state comminate condanne da far tremare i polsi: litanie alla Madonna, rosari, perfino divieto di celebrare messa in pubblico. Se non è "tolleranza zero" questa...

Poi viene fuori che il fratello del papa distribuiva scapaccioni ai membri del coro da lui diretto e che sapeva che il rettore dell'Internat, il convitto in cui i coristi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione. E tuttavia non aveva mai fatto nè detto nulla perchè, essendo il convitto un'istituzione indipendente, non aveva il potere di denunciarlo. Certo, perchè serve "essere autorizzati" per denunciare violenze e abusi. Non basta l'amore per il prossimo, quello per cui Cristo s'è fatto mettere in croce. Non basta il senso di giustizia, non basta il desiderio di tutelare i bambini. Salvo poi scusarsi, vent'anni, trent'anni dopo, e solo dopo che si è sollevato lo scandalo. Questo desiderio di scusarsi come mai non è mai stato avvertito prima che l'ex direttore del coro finisse nell'occhio del ciclone e sulle pagine dei giornali?

Senza parlare delle prese di posizione nettissime di papa Ratzinger. Un esempio? Il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, nel corso del quale, tra i festeggiamenti del suo compleanno con Bush alla Casa Bianca e la visita a Ground Zero, il Papa ha sostenuto l'inconciliabilità tra il sacerdozio e la pedofilia. Praticamente la scoperta dell'acqua calda.
Senza contare che in quella visita non era stato neppure previsto un incontro con le vittime. Ratzinger fu spinto dall'opinione pubblica e dai media americani ad un incontro estemporaneo con quello che i giornali italiani hanno caritatevolmente definito "un gruppo di vittime": cinque persone ricevute in piedi, meno di mezz'ora in tutto, nella cappella privata della nunziatura apostolica di Washington. Contemporaneamente, però, ospiti del papa durante quel viaggio sono stati tre vescovi celebri per aver coperto i preti pedofili: il cardinale Egan e il cardinale Mahony, che sono stati gli anfitrioni di Ratzinger durante i giorni trascorsi a New York, e il cardinale Francis George, che ha accolto il papa a Washington.
Dunque, fuori dalle chiacchiere e dai proclami, i fatti, nudi e crudi, parlano da soli.
E' questa la "tolleranza zero" di cui il Vaticano fa tanto parlare?

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Il 2010 non è cominciato sotto i migliori auspici, per la chiesa tedesca. Dopo l'ondata di rivelazioni e rapporti che hanno svelato una serie infinita di abusi sistematici in Irlanda, è la volta della Germania. Un'ondata che, di giorno in giorno, assomiglia sempre di più all'ingrossarsi di uno tzunami.

Una faccenda gravissima per le tasche della Conferenza Episcopale Tedesca, una delle più "finanziate" dalla generosità dei fedeli, generosità che rischia di venir meno ad ogni rivelazione che si aggiunge a quelle, fin troppo scottanti, già rese note ai media.

Lo scandalo parte da una scuola, una delle più prestigiose della Germania, nella quale "si formano i leader". La scuola si chiama Canisius College, si trova a Berlino, è gestita dai gesuiti ed è effettivamente l'alma mater di molti politici, imprenditori e scenziati tedeschi.
Tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio di quest'anno, nel più assordante silenzio dei media italiani, una ventina di ex studenti della prestigiosa scuola hanno rivelato di essere stati vittime di sistematici abusi sessuali da parte dei sacerdoti dell'istituto.

I sacerdoti accusati sono due, Peter Riedel e Wolfgang Stab, che hanno lasciato la scuola già da diversi anni, per essere destinati ad altri incarichi. Stefan Dartmann, a capo dell'ordine dei Gesuiti in Germania, ha ammesso che i vertici dell'ordine avevano le prove degli abusi commessi dai due sacerdoti, e tuttavia non avevano mai informato i genitori, gli studenti o le autorità. Semplicemente avevano trasferito, come sempre accade, lasciando che i due sacerdoti continuassero ad abusare dei bambini nelle loro nuove sedi in Germania, Messico, Cile e Spagna, dove erano di volta in volta trasferiti.


Di fronte alle rivelazioni delle vittime, i due sacerdoti hanno avuto reazioni  completamente differenti. Peter Riedel, che nel 1986 fu aggredito con un coltello da una delle sue vittime che in seguito si tolse la vita, non ha mai ammesso gli abusi. Tuttavia le accuse contro di lui sono pesantissime. Una delle vittime ha raccontato, tra l'altro, di un abuso avvenuto in uno scantinato nel giardino della scuola: padre Riedel lo aveva portato dentro e gli aveva ordinato di masturbarsi davanti a lui. "Chiunque volesse andare avanti in quella scuola doveva passare attraverso un simile degrado" ha affermato il testimone.

Del resto, già nel 1981 l'allora rettore del Canisius, Karl Heinz Fischer, aveva informato i vertici dell'ordine, delle accuse di abusi a carico di padre Riedel. In particolare aveva informato Rolf Dieter Pfahl, Padre Provinciale dei Gesuiti e, a sua volta, ex rettore del Canisius. Padre Pfahl, aveva convocato Riedel e  poco dopo era arrivato il trasferimento del sacerdote ad altro incarico.

L'altro prete, padre Wolfgang Stab, che attualmente vive in Sudamerica dopo aver lasciato il Canisius nel 1992, ha invece ammesso gli abusi. E non solo. Ha affermato, infatti, di aver informato fin dal 1991 le autorità cattoliche tedesche dei propri crimini: 19 anni di abusi sistematici su bambini affidati alle sue cure. Il 20 gennaio, in una lettera aperta alle sue vittime, padre Stab ha chiesto loro perdono ed ha affermato di aver informato il Vaticano, dicendo la nuda e cruda verità sui propri trascorsi.
"Mi dispiace per quello che vi ho fatto" scrive Stab. "E, se potete, vi chiedo di perdonarmi."

Ovviamente, i vertici dei Gesuiti sembrano cadere dalle nuvole. Anche padre Rolf Dieter Pfahl, il Padre Provinciale che aveva trasferito a suo tempo Riedel a causa delle accuse contro di lui. In una dichiarazione al Berliner Morgenpost ha sostenuto di non sapere nulla degli abusi: "Se avessi saputo, trent'anni fa, avrei agito immediatamente!" E infatti agì: trasferì il prete in un'altra zona.

Stefan Dartmann, a capo dei gesuiti in Germania, e il direttore del Canisius, Padre Klaus Mertes, in una conferenza stampa congiunta si sono scusati "per non aver reagito, all'epoca, nel modo appropriato". Ma ormai lo scandalo era già dilagato. E come nel gioco del domino, basta che caschi un pezzo perchè caschino tutti gli altri in sequenza. Le accuse e le testimonianze, e non solo nei confronti dei sacerdoti del Canisius College, si sono moltiplicate in brevissimo tempo, finchè la Conferenza Episcopale tedesca è stata costretta a prendere provvedimenti, incaricando il vescovo di Treviri, monsignor Stephan Ackermann, di aprire una sistematica inchiesta nei ranghi della Chiesa stessa e delle scuole religiose per fare luce su ogni caso di abuso e molestia sessuale.

E così, di accusa in accusa, di rivelazione in rivelazione, si arriva a Ratisbona, luogo già noto per essere stato, in passato, teatro di un discorso papale tristemente famoso.
Il vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Müller, ha ammesso infatti che sono stati commessi abusi sessuali nell'ambiente del famosissimo coro di ragazzi di Ratisbona all'epoca in cui esso era diretto dal fratello di Papa Benedetto XVI. Il vescovo lo ha scritto in una lettera ai genitori pubblicata sul suo sito internet in cui afferma che «siamo fortemente impegnati a chiarire tutti i possibili casi». Il portavoce del vescovo, Clemens Neck, ha poi dichiarato alla France Presse di «avere informazioni su presunti abusi commessi tra il 1958 e il 1973», sui quali «vogliamo si conduca un'inchiesta trasparente».
I responsabili dei presunti abusi sessuali su alcuni bambini del coro del duomo di Ratisbona sarebbero due religiosi, ambedue morti nel 1984, che per questo sarebbero stati anche condannati a pene detentive. Uno era un ex insegnante di religione e vice direttore della scuola frequentata dai coristi che era stato rimosso nel 1958 dall'incarico. Anche l'altro religioso era stato per alcuni mesi direttore del collegio annesso al ginnasio del coro del duomo, prima di essere condannato nel 1971.
La diocesi di Ratisbona ha reso noto che istituirà una commissione d'inchiesta interna sul caso. Ai giornalisti l'ex direttore del coro e fratello del Pontefice, Georg Ratzinger, ha dichiarato di non essere mai venuto a conoscenza di alcun episodio di abuso sessuale.

L'ondata di scandali investe anche l'Olanda, dove sono state rese note 15 denunce contro dieci sacerdoti del collegio salesiano Don Rua. Il vescovo di Rotterdam, che presiede la Conferenza Episcopale olandese, ha aperto un'inchiesta. A sua volta, anche il ministro della Giustizia olandese ha avviato indagini sulla vicenda.

E tuttavia, tutti sono pronti a dichiararsi ignari, tutti sono pronti a chiedere scusa e asserire di non esser mai stati a conoscenza di nulla. Anche quelli che sapevano e trasferivano, incuranti di esporre nuovi bambini ai rischi di abuso.
Del resto, uno dei motti dei gesuiti recita "Prendeteli da piccoli e le possibilità sono infinite".

Da: bispensiero.it

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Spenti i fari sull'ultimo viaggio papale, spostati i riflettori sulla presenza del Vaticano su Facebook e Youtube, nonchè sulla prossima "trasferta" del Pontefice nella Repubblica Ceca, si può adesso fare il punto sull'ultimo "pellegrinaggio" pontificio, quello che dall'otto al 15 maggio ha portato Benedetto XVI in Giordania, in Israele e nei terrotori palestinesi.

"Sono venuto in Giordania come pellegrino", ha affermato Ratzinger nel suo primo discorso in Terra Santa. Ma la percezione dei media mondiali (esclusi quelli italiani, si intende) è stata ben diversa. La visita del Papa è stata più una visita politica che non un pellegrinaggio. I discorsi del Pontefice non sono apparsi permeati dalla spontaneità del suo predecessore, quanto piuttosto preparati soppesando parola per parola e valutando ogni possibile reazione, e Ratzinger ha sottolineato in varie occasioni il proprio rispetto per la cultura islamica: una necessità politica e diplomatica, dopo la crisi di Ratisbona.
La tappa giordana ha visto, secondo i giornali italiani, un rafforzamento dei legami con i musulmani, fino alla stuoia stesa nella moschea al-Hussein di Amman, perché il papa potesse visitarla senza togliersi le scarpe, al contrario di quanto accadde in Turchia, nella Moschea Blu, quando Ratzinger, cavatosi le scarpe all'ingresso, si raccolse in preghiera accanto l Gran Mufti di Istanbul.

Ma se i giorni in Giordania sono stati tutto sommato "facili" da affrontare, il viaggio in Israele è stato un lungo esercizio di diplomazia, soprattutto dopo la crisi seguita alla revoca della scomunica del vescovo lefebvriano e negazionista Williamson.
A tal proposito, la lefebvriana Fraternità sacerdotale San Pio X ha espresso molto chiaramente la propria opinione, fin dall'annuncio del viaggio: "Il peso dei fondamentalisti nella società israeliana, il ruolo degli ultranazionalisti al governo, gli accordi giuridici e finanziari mai conclusi tra il Vaticano ed Israele dal momento del riconoscimento dello Stato ebraico da parte della Santa Sede nel 1993, la polemica attorno al preteso silenzio di Pio XII di fronte all'olocausto, il tutto sullo sfondo del conflitto israelo-palestinese, tale - scrive l'ufficio informazione dei seguaci di mons. Lefebvre - è la situazione che il Papa troverà".
Ma anche le stesse comunità cattoliche della Terra Santa erano contrarie allo svolgimento del viaggio in questo momento, e avrebbero preferito rimandarlo di qualche mese, temendo che, dopo le polemiche sul caso Williamson, il Papa rischiasse di apparire troppo teso al recupero del rapporto con il mondo ebraico.

E polemiche ne ha sollevate anche da padre Peter Gumpel, relatore per la causa di beatificazione di Pio XII, che ha definito il viaggio di Ratzinger in Israele come un segnale di disponibilità offerta in cambio di una rivalutazione, da parte della storiografia israeliana, dei meriti di Pio XII; rivalutazione che dovrebbe presupporre, in primo luogo, la cancellazione della didascalia che compare attualmente sotto la fotografia di Pio XII al museo dello Yad Vashem di Gerusalemme. Il testo al centro del contenzioso tra Santa Sede e Stato Ebraico, infatti, è composto da una decina di righe poste sotto un'immagine di Papa Pacelli, che racconta: "eletto nel 1939, il Papa mise da parte una lettera contro l'antisemitismo e il razzismo preparata dal suo predecessore. Anche quando i resoconti sulle stragi degli ebrei raggiunsero il Vaticano, non reagì con proteste scritte o verbali. Nel 1942, non si associò alla condanna espressa dagli Alleati per l'uccisione degli ebrei. Quando vennero deportati da Roma ad Auschwitz, Pio XII non intervenne"

Il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Yossi Levy, ha ricordato che Papa Ratzinger è e resta per Israele "un ospite gradito ed amato", mentre, per quanto riguarda la questione della rimozione della targa storica su Pio XII, ha tenuto a precisare che "proprio nel contesto del dialogo aperto e buono con la Chiesa non possiamo chiudere gli occhi di fronte al controverso ruolo storico di Papa Pio XII ed al suo comportamento nei giorni in cui migliaia di ebrei venivano quotidianamente mandati al massacro".

Parole ferme che sono state seguite da un altro attacco di Gumpel, il quale ha affermato: "Finché quella didascalia, di cui persino lo studioso ebreo Sir Martin Gilbert, massimo storico della Shoah, ha chiesto la rimozione, rimane nel museo, Benedetto XVI non si può recare in Israele perché sarebbe uno scandalo per i cattolici". Nella versione di padre Gumpel, il Pontefice per facilitare la rimozione della targa avrebbe anche messo momentaneamente in "standby" la causa di beatificazione di Pio XII, come gesto di conciliazione. "La causa di beatificazione di Pio XII ormai conclusa e su cui manca solo la firma di Benedetto XVI non si sblocca perché il Papa vuole avere buoni rapporti con gli ebrei".

Un viaggio difficile fin dall'inizio, quindi non gradito nè agli estremisti musulmani, nè alla radio dei coloni israeliani. Tovia Singer e Tamara Yonah, conduttori del programma radiofonico "Tamar & Tovia Dynamite", non hanno usato mezzi termini e in 47 minuti hanno espresso molto chiaramente le proprie opinioni: il Papa viene qui da «crociato» per chiederci «di svendere parte della Terra Santa alla sua Chiesa». «Si legga il libro di Zaccaria o la Genesi, al posto di Agostino: questa terra è legata a un'Alleanza, non appartiene a Roma». «Pretende di venir qui nei nostri posti più sacri indossando la croce, senza nessun rispetto: vada a farlo alla Mecca». «Deve venire come una persona umile, non come un usurpatore». «Speriamo che quando va all'aeroporto di Roma il motore dell'aereo non parta». E poi via con tutto il libro nero sulla Chiesa e i cristiani: i crociati che quando arrivarono a Gerusalemme nel 1099 uccisero tutti gli ebrei. I bambini ebrei «rapiti dalla Chiesa anche in Italia». «Certo, non tutti i cattolici sono cattivi. Ma è un dato di fatto che quelli che sono amici di Israele lo sono nonostante la Chiesa di Roma».

Che Israele, in questi cinque giorni, non sia stata conquistata dal papa tedesco, lo testimonia già il fatto che - mentre il papa è ancora nella città vecchia di Gerusalemme - si comincino già a smantellare in tutta fretta i cartelloni e le decorazioni di benvenuto che decoravano strade e muri dei colori bianco e giallo della Santa Sede. Il "Jerusalem Post", in un editoriale non firmato che analizza le prospettive della "decisiva" visita del premier israeliano Netanyahu a Washington la prossima settimana per incontrare Barack Obama, afferma categoricamente che il papa ha dimostrato di "non capire" il conflitto israelo-palestinese. Il quotidiano liberal "Haaretz", in un articolo che fa il punto della visita di Ratzinger, parla, invece, di un papa "che lascerà dietro di se' molti spiriti delusi". La sua visita è definita "molto politica" e, in questi giorni, si legge nell'articolo, "le liturgie sono servite come mero riempitivo tra un'affermazione politica e l'altra".

Le parole piu' difficili però, il Papa le cerca per affrontare ancora una volta la questione del conflitto israelo-palestinese: Ratzinger ribadisce di essere venuto come "amico" degli israeliani e dei palestinesi e rilancia l'appello per la fine di ogni "spargimento di sangue", "combattimento", "guerra" e "terrorismo"; auspica che fra "ebrei, cristiani e musulmani ci sia decisa volontà di collaborazione tra le religioni, non per motivi politici", quasi rimarcando la concezione che il conflitto in Medio Oriente sia originato da questioni religiose e non dal mancato riconoscimento, da parte dei palestinesi, della legittimità dello stato di Israele.
Soprattutto, il pontefice torna ancora a parlare del muro israeliano, "una delle immagini per me piu' tristi di questo viaggio", riconoscendo le ragioni che ne hanno motivato la costruzione ma ribadendo la preghiera affinchè, un giorno, "i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace ed armonia senza il bisogno per questi strumenti di sicurezza e di separazione".

C'erano tante cose che il Papa avrebbe potuto dire e non ha detto. Basti pensare al "ritardo con cui il Vaticano ha "riconosciuto" lo stato di Israele, proclamatosi nel 1948 e riconosciuto dal Vaticano solo nel 1993!
Benedetto XVI é stato molto attento - alcuni sostengono troppo - al rapporto con gli ebrei. Alcuni hanno apprezzato, e tra questi l'associazione dei superstiti del'Olocausto, ma c'é stato chi ha criticato la visita allo Yad Vashem: non ha ricordato di essere tedesco, non ha citato il nazismo, non ha specificato il numero delle vittime della Shoah.
Ancora una volta, le cose importanti, veramente importanti, sono state taciute.


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In quanto a scuse, la Chiesa cattolica non le lesina di certo: si scusa con gli ebrei (dopo aver revocato la scomunica ai lefevbriani), si scusa con le vittime dei preti pedofili (guardandosi bene dal cacciarli dalle gerarchie ecclesiastiche), e, dulcis in fundo, si scusa con gli indigeni del Canada per la "deplorevole condotta" dei sacerdoti e delle suore all'interno delle scuole residenziali canadesi.

Le scuse non solo non costano nulla e fanno fare bella figura, ma non cambiano neppure una virgola dello stato delle cose. Parole. Ecco: le scuse sono solo parole. Quanto ai fatti, c'è invece parecchio da dire.
Intanto, la notizia dell'incontro di Ratzinger con Phil Fontaine, Grande Capo dell'Assemblea delle Prime Nazioni del Canada, e con l'Arcivescovo James Weisgerber, presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici del Canada, insieme ad altri leader e rappresentanti indigeni, sui giornali è passata quasi sotto silenzio. Argomento scomodo, si sa, meglio non sollevare clamore.

Nel corso dell'incontro, Benedetto XVI ha ricordato, come sottolinea una nota del Vaticano "come fin dai primi giorni della sua presenza in Canada la Chiesa, soprattutto attraverso il suo personale missionario, abbia accompagnato da vicino le popolazioni indigene". Inoltre, il Papa ha "espresso il proprio dolore e l'angoscia provocati dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa e ha mostrato la propria simpatia e solidarietà". L'arcivescovo James Weisgerber, inoltre, si è fatto portavoce delle difficoltà che gli indigeni canadesi vivono tuttora: "I popoli aborigeni continuano ad essere emarginati e impoveriti. Le loro necessità sociali, economiche e culturali sono oggi così urgenti che tutti i canadesi devono compiere nuovi e decisi sforzi per collaborare con le popolazioni indigene per assicurare loro rispetto, accettazione e uguaglianza". Nobilissimi sentimenti, nobilissime parole. Ma, di fronte ai fatti, si rivelano per quello che sono: parole e nient'altro. Vediamo di fare un po' di chiarezza.

La "conquista del Canada" avvenne ad opera prima dei francesi e poi degli inglesi. I francesi arrivarono nel 1534, e dal 1615 arrivarono in Canada i primi missionari cattolici, che tentarono di convertire gli indigeni dei luoghi dove si stabilirono. La dominazione francese durò fino al 1763, quando, al culmine della guerra dei Sette Anni, il Canada passò sotto la dominazione della Gran Bretagna. E' importante sottolineare che, quando i francesi giunsero sul territorio canadese, lo trovarono abitato da popoli giunti lì molte migliaia di anni prima, che si dedicavano alla coltivazione, alla caccia al bisonte e vivevano in comunione con la terra. In base a quale principio, dunque, presero possesso, in nome del re Francesco I, del territorio canadese?

Tutto comincia il 4 maggio 1493, con un Papa, Alessandro VI Borgia, e una bolla. La bolla è conosciuta come "Inter caetera Divinae", e con essa l'allora pontefice, in virtù della Donazione di Costantino (documento rivelatosi in seguito assolutamente ed incontrovertibilmente falso), "donava" a sua volta le terre scoperte da Colombo ai sovrani di Spagna e Portogallo, purchè si obbligassero a convertire i popoli indigeni alla religione cristiana. Un'altra bolla, emanata da Niccolò V nel 1455, autorizzava i popoli "civilizzatori" a invadere, ricercare, catturare, vincere e soggiogare i pagani, a schiavizzarli e a confiscare le loro proprietà. Del resto, le bolle trovavano legittimazione nel Deteuronomio:
"Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni [...] quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l'ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra."

La sorte degli indigeni canadesi era quindi già scritta. Il potere religioso e quello politico-economico si allearono, come sempre accade, con due diversi obiettivi: il primo, quello politico-economico, mirava ad appropriarsi delle terre degli indiani canadesi per lo sfruttamento, soprattutto dei boschi, il secondo, quello religioso, mirava alla conversione (anche forzata) al cristianesimo. Per fare questo fu necessario approntare un'apposita commissione che affrontasse il problema dell'assimilazione degli indigeni. Nacque così la commissione Bagot, sostenuta dal Vaticano, che studiò il problema e indicò le linee guida di quello che sarebbe stato l'Indian Act, uno dei documenti più vergognosi che siano mai stati emessi.
Con l'Indian Act, gli indigeni divenivano "cittadini di seconda classe", e potevano essere arrestati, imprigionati, privati dei loro beni e delle loro terre anche senza giustificazioni. Ma non bastava. L'obiettivo dell'assimilazione prevedeva anche che i bambini indiani, alle soglie dell'età scolare, venissero sottratti (spesso forzatamente) alle loro famiglie, per essere rinchiusi in quelle che vennero chiamate Scuole Residenziali, che nei fatti si rivelarano veri e propri lager. La tutela legale dei bambini indiani veniva tolta ai genitori e assegnata al direttore della scuola di cui facevano parte, che in pratica poteva disporre delle loro vite come voleva. E quello che accadde ai bambini indigeni canadesi ha un unico nome: genocidio.

All'interno delle scuole residenziali, oltre il 60% delle quali era retta da religiosi cattolici, fu messo in opera il dictat alla base dell'Indian Act: l'assimilazione o l'annichilimento. E fu l'annichilimento, fin dal principio. Ai bambini veniva assegnato un numero, come nei campi di concentramento nazisti, e dovevano sottostare a regole rigidissime: era proibito parlare la propria lingua, era proibito qualsiasi contatto con la famiglia d'origine, era proibito professare la propria religione o dedicarsi ad attività "da indiani" come intagliare il legno, era proibito perfino ridere. La disciplina rigidissima mirava al totale annichilimento della volontà. I bambini furono torturati, picchiati, violentati e uccisi in modo terribile. Massacrati a calci e pugni, buttati fuori dalle finestre, impiccati, frustati fino alla morte, torturati e uccisi con scariche elettriche, passati di mano come merce sessuale, sodomizzati, sottoposti ad esperimenti medici terrificanti, forzatamente sterilizzati, deliberatamente esposti alla tubercolosi, costretti di fatto alla schiavitù e costantemente vittima del terrore.

I loro cadaveri furono sepolti ovunque, nei dintorni delle scuole residenziali, o gettati nei boschi e nei dirupi. In pochissimi sopravvissero alle infamie e alle torture. Legittimate dal governo canadese, le scuole residenziali furono i lager del Canada, votati allo sterminio di un intero popolo, colpendo dove era più falice e soprattutto dove i risultati sarebbero stati decisivi: distruggendo i bambini. I pochi sopravvissuti oggi sono in gran parte sbandati, spesso suicidi, votati all'autodistruzione perchè quello che hanno loro inculcato era la loro indegnità a vivere, spesso dipendenti da alcol e droghe, nel migliore dei casi senza più radici certe e con un bagliaglio di ricordi terrificanti.
Suonano dunque quasi beffarde, le parole di Giovanni Paolo II del 18 settembre 1984, quando rivolse un messaggio radiotelevisivo alle popolazioni indigene del Canada: "Sono al corrente della gratitudine che voi, popoli Indiano e Inuit, avete nei confronti dei missionari che hanno vissuto e sono morti tra di voi. Ciò che essi hanno fatto per voi è ben noto a tutta la Chiesa; è noto al mondo intero. Questi missionari hanno cercato di vivere la vostra stessa vita, di essere come voi per servirvi e per portarvi il Vangelo di salvezza di Gesù Cristo. [...] I missionari rimangono tra i vostri migliori amici, dedicano la loro vita al vostro servizio, perché predicano la parola di Dio."

Il governo canadese ha chiesto scusa alle popolazioni indigene appena un anno fa. Alle vittime, il governo canadese ha offerto un risarcimento di 5 miliardi di dollari. L'ultima scuola residenziale fu chiusa nel 1996. Solo sulla West Coast canadese vivevano 2.000.000 di indigeni. Oggi sono poco più di 20.000. Le scuole residenziali hanno funzionato, lo sterminio ha avuto successo.
Buona ultima, si dispiace anche la Chiesa cattolica, a cui non verranno chiesti risarcimenti, poichè  il governo del Canada proibisce qualsiasi tentativo di rivalsa legale nei confronti degli esecutori materiali del genocidio: la Chiesa cattolica e la Chiesa Unita del Canada. A Ratzinger le scuse non costano quindi proprio nulla, e del resto il Vaticano si è ben guardato dall'assumersi responsabilità per quanto accaduto. Come nel caso dei preti pedofili, nel caso dei religiosi genocidiari si trattava di "casi isolati".

Suscita tuttavia perplessità il comportamento di Ratzinger, soprattutto alla luce di quanto avvenuto a luglio del 2008. Vale la pena ricordarlo, considerando che anche in quel caso sui giornali è comparso ben poco. Lo scorso anno il Concilio Internazionale delle 13 Anziane Indigene, un organismo che si occupa della tutela delle diverse culture mondiali, chiese udienza a Benedetto XVI. Lo scopo delle Tredici Anziane era quello di consegnare al Papa una dichiarazione con la quale si chiedeva di recedere dalla bolla papale che ha dato origine alla colonizzazione delle terre indigene e dai documenti e bolle papali che dimostrano come il papato abbia svolto un ruolo preponderante nel genocidio nordamericano. L'udienza pubblica fu concessa con un permesso scritto, ma le Anziane si ritrovarono di fronte ad un palazzo vuoto: Ratzinger aveva improvvisamente deciso di ritirarsi a Castel Gandolfo "per riposare in previsione del viaggio in Australia". Comportamento quanto meno poco cortese. Senza contare l'atteggiamento delle forze dell'ordine nei confronti delle Tredici Anziane che, comunque, si erano riunite in preghiera a piazza San Pietro: quattro funzionari di polizia del Vaticano chiesero alle donne di interrompere la cerimonia di preghiera sostenendo che tali preghiere fossero in contraddizione con gli insegnamenti della Chiesa, affermando che il gruppo violava la politica del Concilio Vaticano II e accusando le Tredici Anziane di idolatria.

A distanza di un anno, Ratzinger "ha sottolineato che gli atti di abuso non possono essere tollerati nella società. Ha pregato perché tutte le vittime sperimentino la guarigione e ha incoraggiato i Popoli delle Prime Nazioni ad andare avanti con rinnovata speranza" (Comunicato della Sala Stampa del Vaticano) ed ha espresso il proprio dolore.
Tanto, le parole non costano niente.

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Altro giro, altra corsa. Il Papa vola in Australia e ripropone un copione già recitato negli Stati Uniti. E anche in questo caso, già sull'aereo dà la stura alle dichiarazioni, con i giornalisti lì pronti a raccogliere ogni parola. Argomento? Il solito: i preti pedofili. Novità? Sì, una esternazione di Ratzinger che definirei illuminante: il sacerdozio è incompatibile con la pedofilia.

E i giornalisti lì a scrivere. Tant'è che l'hanno riportata tutti i giornali, questa dichiarazione papale. E nessun giornalista ha detto: "Scusi, sa, ma finora mica era compatibile! Eppure i preti pedofili si sprecano! Per non parlare di quanto sia incompatibile con la legge!". Io me lo sarei aspettato, un commento così. Fossi stata lì, io lo avrei detto. Invece nulla. Forse non è previsto dal protocollo Vaticano far presente al Pontefice che sta dicendo una castroneria.

E, a riprova,  è  interessante un provvedimento emanato dal governo del Nuovo Galles del Sud, dove si svolgeranno gli eventi più importanti della Giornata Mondiale della Gioventù: disturbare le manifestazioni, o anche solo infastidire i partecipanti potrebbe costare caro, fino a un equivalente di circa 3.500 euro. Cosa si intende per disturbare? Anche mettersi una maglietta con la scritta "Il Papa si sbaglia: usate il preservativo". Ma l'Australia, considerata il Paese meno religioso al mondo, non è l'Italia. E il comitato "No al Papa" si è subito mobilitato: due attiviste, Amber Pike e Rachel Evans, sono state portate in tribunale, colpevoli di aver diffuso materiale relativo all'uso del preservativo. E il tribunale, che non essendo un tribunale italiano è veloce nell'emettere sentenza, ha subito messo in chiaro che limitare la libertà di parola è incompatibile (quello sì) con i diritti fondamentali dell'uomo e con le leggi dello Stato. Quindi le due ragazze sono state rilasciate, e con tante scuse.

E, continuando sulla falsariga di quanto avvenuto negli Stati Uniti, ad accogliere Ratzinger c'era anche il cardinale George Pell, massimo esponente della Chiesa australiana e accusato di aver coperto i preti pedofili. Diversi preti pedofili. Ma in particolare, hanno molto da ridire le vittime di un sacerdote di Ballarat, Gerald Francis Ridsdale, che sta scontando 19 anni di carcere per aver abusato di 49 bambini, anche se sembra che le vittime siano oltre un centinaio.

Risdale, che oggi ha 74 anni, apparteneva alla diocesi di Ballarat, a 120 chilometri da Melbourne negli anni in cui, sostiene la Broken Rites (l'associazione australiana delle vittime dei preti pedofili), vi era una "radicata cultura degli abusi sessuali nel clero, come dimostrato dai casi portati in tribunale negli anni Novanta".

Gerald veniva da una famiglia di forte matrice cattolica, lasciò la scuola a 14 anni e si impiegò come contabile. Fu in quel periodo che prese coscienza dell'attrazione che provava per i ragazzini. Tuttavia, incoraggiato da un sacerdote, decise di entrare in seminario. Dopo un periodo di studi tra Melbourne, Genova e Dublino, fu ordinato sacerdote a Ballarat nel 1961. E, praticamente da subito, cominciarono gli abusi. Dagli anni Sessanta al 1993, anno in cui fu arrestato, Ridsdale fu spostato di parrocchia in parrocchia; i trasferimenti, qualche volta, arrivavano appena dopo qualche settimana dal suo insediamento. Così per oltre trent'anni.

Gli abusi avvenivano all'interno della chiesa, nel presbiterio (la casa parrocchiale), nell'auto del sacerdote, in casa delle vittime, durante gite, e nei giorni festivi con il sacerdote. Molestò un bambino e sua sorella poche ore dopo il funerale del loro padre. Spesso gli abusi avvenivano durante la confessione, e Ridsdale provvedeva anche all'assoluzione. Molti reati si sono verificati prima e dopo la celebrazione della Messa, prima di comunioni, cerimonie, matrimoni e funerali. Molte delle vittime sono stati chierichetti. Uno di essi è stato ancora vittima di abusi sessuali presso l'altare, quando la chiesa era vuota e chiusa, dopo la Messa.

A metà degli anni Sessanta, Ridsdale trascorse un periodo a Mildura, sotto la supervisione di monsignor John Day, uno dei più feroci pedofili nella storia della Chiesa. Altri trasferimenti, altre parrocchie, fino ad arrivare, nel 1971, a Ballarat. Alcune delle vittime denunciarono alla curia gli abusi subiti, tuttavia non furono presi provvedimenti, se non spedire il sacerdote a fare qualche seduta di psicoterapia, per poi assegnarlo ad una nuova parrocchia, dove tutto ricominciava da capo.

Alla fine del 1971, Ridsdale fu assegnato alla parrocchia di San Alipius, come assistente del parroco. Nel 1973, arrivò un altro sacerdote, padre George Pell. I due sacerdoti condivisero perfino la casa, per un lungo periodo ed è assolutamente improbabile che Pell non fosse a conoscenza degli abusi commessi dal suo collega, soprattutto perchè la scuola parrocchiale (dove anche Ridsdale insegnava) era un vero e proprio covo di pedofili: padre Robert Best, padre
Edward Dowlan, padre Fitzgerald, padre Stephen Francis Farrell, tutti in seguito condannati per abusi sessuali.

Il 27 maggio 1993, molte parrocchie e molti abusi dopo, il tribunale di Melbourne aprì un processo a carico di Ridsdale, per aggressione sessuale ai danni di nove ragazzi. Il sacerdote fu accompagnato in tribunale e sostenuto da George Pell, che nel frattempo era divenuto vescovo ausiliario. Non c'erano invece nè vescovi nè sacerdoti a sostenere le vittime. Ridsdale fu condannato, ma uscì di prigione dopo appena tre mesi, "sulla parola". Un mese dopo, la Broken Rites aprì una linea telefonica alla quale potevano rivolgersi le vittime degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti. L'associazione fu l'anello di collegamento tra le vittime e la polizia, che riaprì le indagini su Ridsdale.

E, come accade in questi casi, il vescovo
Ronald Mulkearns chiese al Papa la riduzione del sacerdote allo stato laicale, ottenendola immediatamente.

Il 19 gennaio 1994 si aprì il nuovo precesso, ma stavolta non c'era alcun vescovo a sostenere Ridsdale. Fu condannato a 19 anni di carcere per un numero impressionante di abusi sessuali. E contestualmente fu aperta una nuova indagine, denominata Operazione Arcadia, al fine di stabilire le responsabilità del vescovo
Mulkearns. Il rapporto Arcadia stabilì che il vescovo era a conoscenza delle "molestie" ma non fu in grado di provare che fosse a conoscenza degli abusi veri e propri, pertanto non fu possibile procedere. Tuttavia il rapporto Arcadia circolò, e meno di un anno dopo il vescovo si dimise. Al suo posto fu nominato George Pell.

Il 6 agosto 2006, il tribunale di Melbourne aprì un nuovo procedimento a carico di Ridsdale, per altri abusi fino ad allora non denunciati. Fu condannato ad ulteriori 4 anni di carcere. Il giudice Bill White criticò la Chiesa cattolica per non aver preso seri provvedimenti, dopo aver saputo della condotta di Ridsdale, e soprattutto per non aver mostrato alcuna compassione per le vittime. Trasferire Ridsdale di parrocchia in parrocchia aveva solo dato la possibilità, al sacerdote, di continuare liberamente ad abusare dei bambini.

In una conferenza stampa, il cardinale Pell ha affermato:
“Una vita senza Dio e modelli sbagliati di famiglia, sessualità e matrimonio sono i pericoli da cui dobbiamo mettere in guardia i giovani”.
Se almeno Ratzinger sapesse scegliere delle compagnie più credibili, forse qualcuno sarebbe anche disposto a credere alle sue scuse, alle sue esternazioni, alla sua vergogna. Ma stando le cose così come stanno, non sarebbe meglio stare zitti?

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Dopo Sex Crimes and Vatican, Hand of God.
Finalmente online anche in Italia, con i sottotitoli in italiano.
Grazie a Joe e a Paul Cultrera che hanno voluto scegliere Bispensiero per pubblicarlo online.

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Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù, il Nazareno". Disse loro Gesù: "Sono io!". Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse "Sono io", indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: "Chi cercate?". Risposero: "Gesù, il Nazareno". Gesù replicò: "Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano". 
                                                                                                                            
Vangelo di Giovanni

Sul Corriere della Sera di ieri, così come su altri quotidiani, è apparso un articolo che riportava una comunicazione del cardinal Bertone, segretario di Stato Vaticano, in cui si annunciava che, nella prossima visita del Papa negli Stati Uniti, il Pontefice chiamerà i cattolici statunitensi a una «purificazione» collettiva, dopo lo scandalo dei preti pedofili.
Viene specificato, inoltre, che nel programma della visita papale, non ci sarà nessun incontro con le vittime dei preti pedofili, sebbene le associazioni e i gruppi che si occupano delle famiglie colpite lo abbiano richiesto a gran voce.
Ratzinger terrà invece un discorso ai sacerdoti, nella cattedrale di San Patrizio, a New York, e  parlerà del "fatto doloroso" che «ha ferito la Chiesa cattolica negli Stati Uniti come la Chiesa cattolica in tutto il mondo».

Perchè terrà questo discordo ai sacerdoti e invece rifiuta di incontrare le vittime? Non è compito del vicario di Cristo essere vicino ai deboli, agli oppressi, a chi ha fame e sete di giustizia? Non dovrebbe essere rivolta principalmente a loro la sua compassione, la sua visita? Non c'è forse scritto nel Vangelo "Beati gli afflitti, perché saranno consolati" e "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati"?

Il Vaticano ha nuovamente scelto la strada dell'emarginazione delle vittime, facendo finta di non vedere e non capire, piuttosto che la strada del Vangelo. Saranno dette belle parole, come sempre, certo. Ma parole e basta. I fatti non vi corrispondono. E non sono certo i cattolici statunitensi a doversi purificare: molte famiglie cattoliche sono state distrutte da sacerdoti che hanno abusato dei loro figli. E' il clero a doversi "purificare", semmai. Il clero che ha abusato, il clero che ha insabbiato, coperto, trasferito. Qual'è la colpa dei cattolici, se non quella di aver subito quello che Ratzinger chiama "fatto doloroso" e che per quelle famiglie è stata la tragedia, la distruzione della loro vita? Alcune vittime dei sacerdoti pedofili, negli Stati Uniti, si sono suicidate. Per la vergogna, per l'impossibilità di andare avanti, per l'incapacità di sopportare un peso enorme, schiacciante. Andrà a far visita a quelle tombe, Ratzinger, oppure li considererà indegni del perdono di Dio perchè hanno posto fine alla propria vita, alla stregua di Welby? E sono loro ad essersi tolti la vita, oppure è stato il sacerdote che li ha abusati, violentati, gli ha imposto il silenzio, ad uccidere in loro ogni scintilla di vita?

Troppo comodo fare discorsi ai sacerdoti, nella cattedrale di San Patrizio. Perchè sottrarsi a tutto il resto? Ma a questo sottrarsi, si sa, Ratzinger non è nuovo. Qualche anno fa, per esempio, si sottrasse ad un processo, negli Stati Uniti, che lo vedeva imputato per aver ostacolato la giustizia, quando ricopriva la carica di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, consentendo il trasferimento dei sacerdoti pedofili da una parrocchia all'altra (per non parlare del fatto che alcuni di questi sacerdoti pedofili, ricercati dalla polizia nei Paesi di provenienza, sono stati accolti e nascosti in Italia e in Vaticano). L'accusa fu formulata dall'avvocato Daniel Shea, e il tribunale era quello di Houston, in Texas. Il Vaticano fece di tutto per tenere lontano Ratzinger dalle aule giudiziarie, e alla fine, non appena fu eletto pontefice, richiese l'immunità riservata ai Capi di Stato.

Molto diverso, questo modo di fare, da quello di Gesù nel Getsemani. "Chi cercate?" "Gesù, il Nazareno" "Sono io". A Roma, sull'Appia Antica, lì dove incrocia la via Ardeatina, c'è una chiesetta. Si dice che essa sorga là dove Pietro, in fuga da Roma per sfuggire alla persecuzione di Nerone, incontrò Gesù, che invece andava verso Roma. Pietro si fermò e gli chiese "Signore, dove vai?" E Gesù rispose: "A Roma, a farmi crocifiggere al posto tuo."
Quante altre volte Cristo dovrà essere crocifisso ancora?


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