.
Annunci online

abbonamento
commenti


Riporto quanto hanno oggi battuto le agenzie:

Don Mauro Stafanoni colpevole di violenza sessuale su un minore. Lo ha deciso il tribunale di Como, al termine di oltre tre ore e mezza di camera di consiglio. Otto anni di reclusione per il sacerdorte, che si è sempre professato innocente, ma che i giudici di Como, quest'oggi, hanno ritenuto colpevole. Il dispositivo di sentenza è stato letto dal presidente Alessandro Bianchi poco prima delle 13.00, in corte d'assise. Non era presente don Mauro. C'erano i suoi avvocati, Marinelli e Bomparola che sono rimasti sicuramente sorpresi per questa sentenza, anche se hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Hanno comunque già preannunciato il ricorso in appello. La soddisfazione della parte civile, che ha rappresentato il giovane di Laglio, minorenne all'epoca dei fatti: "Volevamo solo giustizia", così l'avvocato Nuccia Quattrone ha commentato la sentenza, che pone fine ad una vicenda estremamente difficile, durata quasi quattro anni, tra il via delle indagini, dopo la denuncia del giovane, alla sentenza letta quest'oggi.

Indagati per favoreggiamento anche il vescovo di Como Maggiolini, Monsignor Enrico Bedetti e Monsignor Oscar Cantoni, attuale Vescovo a Crema.


commenti


Fino a qualche anno fa il DSM IV, il Manuale statistico diagnostico utilizzato da psicologi e psichiatri, classificava l'omosessualità tra le deviazioni sessuali, insieme ad altre espressioni della sessualità in cui l'oggetto sessuale è "deviato". Per un uomo adulto, di norma, l'oggetto sessuale è la donna adulta e viceversa. Biologicamente, serve a perpetuare la specie. Esistono tuttavia alcune forme di sessualità che, anche volendolo, non possono essere finalizzate alla perpetuazione della specie, pertanto erano definite come "devianze", e l'omosessualità era tra queste. L' Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 1993, depennò definitivamente l' omosessualità dal novero delle patologie o dei disagi psichici, come già aveva fatto l'APA nel 1973.
In alcuni Paesi del mondo, l'omosessualità è socialmente accettata mente in altri è addirittura punita con la pena capitale.

Sull'eziologia dell'orientamento omosessuale si sono espressi in molti, con teorie differenti. Ma quale che ne sia l'eziologia, la Chiesa istituzionale ritiene che l'omosessualità sia una "prova" alla quale alcuni vengono sottoposti e distingue tra l'orientamento omosessuale e l'atto omosessuale: ad essere condannato non è l'orientamento omosessuale, ma l'atto omosessuale, «abominio» in quanto contrario alla «legge naturale» e dunque precludente al dono della vita. Dunque, le persone che manifestano un orientamento omosessuale, sono chiamate alla castità.

Come sempre, si predica bene ma si razzola malissimo, e la Chiesa è pronta a guardare la "pagliuzza nell'occhio del vicino", glissando sulle proprie travi. Soprattutto perchè non pone sufficiente attenzione a quella che viene definita "omosessualità situazionale", fenomeno enormemente diffuso in tutti gli ambienti cosiddetti "a sesso unico", in cui si è costretti a stare insieme, per lunghi periodi, con persone del proprio sesso: per esempio i seminari. Facciamo un esempio diverso da quello dei seminari, e prendiamo le carceri. In molti casi, si instaurano relazioni omosessuali tra detenuti, sebbene in altri contesti, le stesse persone non abbiano mai espresso tendenze omosessuali. Lo stesso accadeva sulle navi di lungo corso, che restavano molti mesi in mare, così come nelle caserme. E’ un fenomeno che si manifesta regolarmente, e di cui prendere atto. E se accade in contesti di individui adulti, quindi maggiormente in grado di gestire le proprie pulsioni, accade anche in contesti adolescenziali, in cui i singoli individui sono meno capaci di gestire la sessualità, soprattutto sotto la forte spinta ormonale che contraddistingue l’adolescenza.
Nei seminari minori, in particolare, dove i ragazzini entrano a 11 o a 12 anni, l’educazione sessuofobica tipica di queste strutture può avere effetti devastanti: la donna può divenire, nell’immaginario inconsapevole, una figura angosciante e castrante, innescando così quella che viene definita “omosessualità situazionale”. Senza contare il fatto che, in un ambiente a “sesso unico” e con standards educativi di questo genere, si viene lasciati completamente soli ad affrontare le prime pulsioni sessuali dell’adolescenza. Sperimentando il sesso, in molti casi, in maniera onanistica o con rapporti omosessuali. In alcune circostanze, il processo di crescita individuale, che coinvolge anche la sfera della sessualità, si “fissa”all’adolescenza, dando luogo ad una sessualità efebofila: l’efebolifilo è, emotivamente, un adolescente, dal punto di vista sessuale, anche quando ha passato da decenni l’età dell’adolescenza. Tuttavia, essendo rimasto un “adolescente mentale”, ricerca il sesso con “coetanei”, quindi con altri adolescenti.


Mi sembra doveroso sottolineare questo atteggiamento dissonante della Chiesa, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo a Bologna negli ultimi tempi, dove l'omofobia sembra aver trovato appoggio nelle dichiarazioni di Ernesto Vecchi, vescovo ausiliare di Bologna, e del cardinale Carlo Caffarra, che ha pubblicamente stigmatizzato l'amore omosessuale come "di serie B". Il culmine s'è raggiunto qualche settimana fa, quando due persone sono state ferocemente picchiate perchè omosessuali. Monsignor Ernesto Vecchi ha dichiarato ai giornalisti: "Una società che spesso educa o quantomeno ammicca con indulgenza o compiacimento a comportamenti trasgressivi... non può poi far finta di meravigliarsi se tra le tante trasgressioni nasce anche il mostro aberrante e obbrobrioso della violenza".

Nei Vangeli si ricorda come Cristo abbia lasciato agli uomini il più grande dei comandamenti: Ama il prossimo tuo come te stesso. Anche se diverso da te. Anche se non lo capisci. Anche se lo ritieni un peccatore (Chi è senza peccato...). Ama il prossimo tuo come te stesso. Non mi pare vi abbia aggiunto dettagli, nè condizioni.

Monsignor Vecchi, sarà bene ricordarlo, è strettamente legato alla vicenda degli abusi sessuali in un asilo di Ferrara per i quali è stato condannato (in primo grado a sei anni e dieci mesi) un sacerdote della diocesi di Bologna.
Secondo le testimonianze rese in aula da diverse persone che frequentavano la scuola materna all’interno della struttura parrocchiale di cui il prete era responsabile (maestre trimestrali, bidelle, cuoche), l’uomo era stato visto palpeggiare alcune bambine nelle parti intime, accompagnarle in bagno per guardarle orinare, baciarle sulla bocca, infilare una caramella nelle mutandine per poi farla leccare. Le vittime avevano tutte tra i 3 e i 6 anni e frequentavano la struttura. Una struttura in provincia di Ferrara ma ricadente nella diocesi di Bologna.


Nel marzo del 2004, due maestre dell'asilo si erano accorte dei comportamenti del sacerdote e lo avevano riferito ad alcuni religiosi che avrebbero dovuto informare la Curia. Si presume che tale compito sia stato svolto: il comportamento del sacerdote accusato pare ritornare alla normalità e le due maestre vengono licenziate. A seguito delle accese proteste dei genitori degli alunni, le due maestre furono riassunte all'inizio del nuovo anno scolastico. Contestualmente, fu assunta anche una direttrice didattica. E fu proprio quest'ultima, accortasi delle attenzioni del sacerdote verso le bambine, ad informare i genitori di quanto accadeva nella struttura e a richiedere un colloquio con la Curia, per denunciare il sacerdote ai suoi superiori.

L'incontro avvenne l'8 gennaio 2005. La direttrice ed i rappresentanti dei genitori furono ricevuti proprio dal vescovo ausiliare, monsignor Ernesto Vecchi. Due sono le frasi rilevanti di monsignore: "Quell'uomo è malato", riferendosi al sacerdote, e "Quest'incontro non è mai avvenuto". Nei confronti del sacerdote non furono presi provvedimenti e gli abusi continuarono. Due mesi dopo, la direttrice e le educatrici denunciarono l'accaduto ai carabinieri di Ferrara.

L'incontro col vescovo ausiliare è stato riferito in aula, riportando anche le affermazioni in questione. Non ci sono state smentite. Interrogato dai giudici, monsignor Vecchi ha affermato di ricordare l'incontro ma di non ricordare quale fosse l'argomento di cui avevano discusso.

Il vescovo sapeva e, com'è prassi, non ha fatto nulla
, lasciando il sacerdote a contatto quotidiano con i bambini ed esponendoli a rischio. A fronte di questo suo specchiato comportamento,  condanna  la società che "ammicca con indulgenza" alla trasgressione e pare giustificare la violenza contro gli omosessuali.

Travi e pagliuzze, come sempre...


commenti


E, di monsignore in monsignore, di copertura in copertura, si arriva anche a Como. Inevitabile, dopo i fatti di questi giorni.
La storia, si capisce, è sempre la stessa. Trovo perfino stancante ripeterla: copione trito e ritrito, recitato mille volte da migliaia di attori diversi. Un sacerdote accusato di abusi sessuali, un vescovo che lo sposta e lo copre.
I fatti (gli arrangiamenti ogni volta un poco diversi di una musica che resta sempre la stessa) sono noti: don Mauro Stefanoni, sacerdote di Laglio, fu accusato di abusi sessuali su un ragazzino di 14 anni, per giunta con un problema di difficoltà cognitive. L'allora vescovo di Como, Alessandro Maggiolini, lo spostò da Laglio a Colico, avvisandolo, tra l'altro, di una indagine della magistratura a suo carico.

Quello che si sta svolgendo in aula, in questi giorni, è un dibattimento difficile e poco chiaro, in cui la vicenda degli abusi sessuali si mescola ad altre vicende relative sia alla gestione della parrocchia che a questioni di soldi.

Dalle indagini in canonica sono emersi alcuni elementi: in possesso di don Mauro sono state trovate alcune videocassette contenenti materiale pornografico; tra settembre 2003 e agosto 2004 ben 19 film sono stati acquistati con smart card residenziale dall'utenza Sky della parrocchia, parte di quei film erano a carattere omosessuale; sui 4 computer sequestrati a don Mauro sono stati rinvenuti almeno un centinaio di collegamenti a siti e chat omosessuali; in 53 giorni di intercettazioni risultano 2.800 chiamate (tra quelle effettuate e quelle ricevute), e di queste 2300 sono state fatte all'utenza di un suo amico (la cui fidanzata e i cui familiari, tra l'altro, si opponevano alla frequentazione del sacerdote).

Don Mauro prende le distanze: le videocassette gli sono state regalate da un parrocchiano, lui non le aveva mai neppure guardate; dei film acquistati su Sky e dei collegamenti a siti omosessuali non sa nulla, la sua casa e la canonica sono frequentate da tanti parrocchiani, da amici e da conoscenti, chiunque avrebbe potuto acquistare i film o collegarsi a internet; le telefonate sono la testimonianza di una fraterna amicizia.

Personalmente, trovo incredibili certe affermazioni. Se ricevo in dono una cesta di videocassette, trovo naturale dare un'occhiata almeno ai titoli dei film, prima di metterli via: possibile che don Mauro non sia stato un tantino curioso? Inoltre, molti collegamenti a siti e chat gay, così come l'acquisto dei film su Sky, risultano effettuati a tarda sera, intorno o dopo la mezzanotte: Laglio è un paesino di meno di mille anime, possibile che i parrocchiani siano ancora in canonica, o anche solo in giro, a quell'ora? E poi, per quale ragione la fidanzata e la famiglia del "fraterno amico" si opponevano alla frequentazione del sacerdote, al punto che dovevano incontrarsi di nascosto?


All'accusa di abusi sessuali si mescola una vicenda di soldi, donati dalla famiglia della vittima per il restauto dell'abside e utilizzati da don Mauro per altri fini: 25.000 euro, ai quali il sacerdote aveva chiesto di aggiungerne almeno altri 10.000, per coprire l'intero costo dei lavori.
La procedura seguita dal vescovo è stata quella di sempre: ha chiamato il sacerdote, gli ha chiesto spiegazioni riguardo a quanto gli era giunto all'orecchio, si è fidato dei dinieghi del prete, lo ha trasferito ad un'altra parrocchia. Non ha mai ascoltato o incontrato il ragazzo che accusa don Mauro. Non lo conosce neppure, e lo dice ai giornalisti quasi con orgoglio. Con il suo sacerdote, invece, si è comportato "da papà", come dice lui stesso.
Evidentemente, per certi vescovi, i figli di Dio non sono tutti uguali. Però, quando si avverte uno di questi "figli" di un'indagine della magistratura a suo carico, poi non ci si deve indignare se si viene indagati per favoreggiamento...
 

commenti


Che sia prassi comune, per le gerarchie ecclesiastiche, predicar bene e razzolar male, è un fatto assodato. E non c'è bisogno neanche di andare oltre oceano per trovare fulgidi esempi di modi di agire e di "pastorali" che con il Vangelo non hanno assolutamente nulla a che spartire, anzi. Basta lasciarsi Roma alle spalle e scendere un poco lungo la costa tirrenica, deviando verso l'entroterra fino ad arrivare alla diocesi di Aversa. Una diocesi che comprende anche cittadine "difficili" come Caivano e Casal di Principe, territorio di camorra. Una diocesi che vide morire ammazzato don Peppino Diana, per il suo impegno sociale e religioso contro la camorra. Lo ammazzarono una domenica mattina, il 19 marzo del 1994, mentre si preparava, nella sacrestia della sua parrocchia, a celebrare la messa di San Giuseppe.

La diocesi di Aversa è retta dal 1998 da un vescovo che con il cuore e il coraggio di don Peppino Diana non ha mai avuto niente a che spartire: Sua Eccellenza Monsignor Mario Milano. Poco più di un mese fa, è stato insignito della cittadinanza onoraria. I "meriti sul campo", infatti, sono indiscutibili.

Innanzitutto, Sua Eccellenza si è saputo distinguere, negli ultimi anni, per il suo comportamento a dir poco discutibile. Intanto, la Chiesa locale aversana, sebbene sollecitata da diversi gruppi di fedeli e associazioni, non ha mai voluto iniziare il processo di beatificazione di don Diana.  La Curia si premurò, inoltre, di vietare la presentazione di un libro  intotolato alla memoria di don Diana ed edito dalle Edizioni Paoline, con una motivazione degna dell'Inquisizione: il libro conteneva una velata critica alla Chiesa aversana. Sempre la stessa Curia, si premurò di cancellare all'ultimo minuto l'intervento del vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, alla manifestazione “Io c’ero”, intitolata alla memoria di don Peppe Diana.
In compenso, però, il vescovo Mario Milano ha ritenuto opportuno inaugurare il centro pastorale di San Cipriano d’Aversa, dedicato ad un imprenditore morto dopo essere stato arrestato per mafia.

Inoltre, circa un anno fa, Sua Eccellenza è balzato agli onori della cronaca nazionale per un edificante esempio di azione pastorale: il parroco di Pescarola, frazione di Caivano, aveva dato vita ad un gruppo di preghiera dedicato ai gay e alle lesbiche. Un gruppo, per dirla con le parole del parroco padre Edoardo Capuano, “nato per combattere l’emarginazione sociale che vivono gli omosessuali. L’intento era quello di integrare queste persone parlando dei loro problemi, della loro vita ordinaria, ma questo a qualcuno non è piaciuto.” Così come non era piaciuto un altro gruppo parrocchiale, quello composto da genitori in difficoltà, genitori di tossicodipendenti e di disabili, coppie in attesa di adozione e giovani in crisi. Il vescovo ordinò al parroco di sciogliere i due gruppi, pena l'allontanamento immediato dalla parrocchia.
Ma non era stato Cristo ad accogliere l'adultera e a dire "Chi è senza peccato scagli la prima pietra?" A quale episodio del Vangelo s'è ispirato monsignor Milano, quando ha ordinato di non accogliere in Chiesa gli omosessuali?

Tuttavia, questa morale medievale così rigorosa non si applica certo indiscriminatamente. Così, il 19 dicembre 2007, i carabinieri arrestarono in flagranza di reato don Marco Cerullo, sacerdote della diocesi aversana. Il reato in questione era quello di abuso sessuale su un minore. Don Marco, approfittando della sua posizione di insegnante di religione (per amor di precisione, gli insegnanti di religione sono nominati dai vescovi locali), aveva condotto un bambino di 11 anni fuori dalla struttura scolastica, senza permesso. Lo aveva portato, in macchina, in una località isolata, e lì i carabinieri lo avevano trovato mentre costringeva il bambino a subire un rapporto orale. Durante l'incidente probatorio, che ha avuto luogo qualche giorno fa, il bambino ha raccontato che non era quella la prima volta che il sacerdote lo insidiava.

Don Marco Cerullo fu arrestato e tradotto in carcere, in isolamento. I detenuti, si sa, hanno un preciso codice deontologico, e non amano molto chi si macchia di colpe tanto inqualificabili. Pochi giorni di galera, e poi gli arresti domiciliari presso una comunità tenuta segreta. Pare che, ufficiosamente, ci sia stata una visita al vice parroco in carcere da parte del prelato. Ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla vicenda, il vescovo Milano si limitò a dire: “Non è che non voglio dire nulla, non posso dire nulla visto che ci sono ancora le indagini in corso”.
Ma, a parte le scuse arrivate da Città del Vaticano alla famiglia del bambino, non è stata loro rivolta una sola parola di vicinanza e di conforto da parte di Sua Eccellenza.

Pochi mesi prima dell'arresto, don Marco Cerullo era stato trasferito da un'altra parrocchia a quella del Santissimo Salvatore a Casal di Principe. Un trasferimento di cui, confesso, vorrei conoscere le vere motivazioni. Così come vorrei conoscere il tipo di educazione che viene impartita agli aspiranti sacerdoti nel seminario di Aversa, nel quale don Marco ha studiato. Si tratta di un seminario che recluta ragazzi a partire dalle scuole medie. Mi sembra doveroso chiedersi chi, oltre a questo discusso vescovo, controlla cosa accade ai bambini e ai ragazzi che lo frequentano.


sfoglia aprile        giugno
PROSSIMI APPUNTAMENTI