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Alla trasmissione erano stati invitati a partecipare anche don Bruno, il vicerettore, il rettore, il vescovo. Ma non si erano presentati. Al loro posto c’era un avvocato, che non si assunse neanche l’impegno di andare fino a Roma. Fecero un collegamento con gli studi di Palermo. L’avvocato era avvocato fino all’ultimo bottone della giacca da avvocato. Tra mille, si sarebbe potuto dire, pur senza conoscerlo: ecco, quello lì è n avvocato. I capelli erano di un biondo slavato che ormai andava ingrigendo, come i baffi. Gli occhi tondi si affacciava-no dietro le lenti degli occhiali. Ma quello che più colpiva era la pelle del viso: sembrava come essergli scivolata un poco giù dalle ossa, cascando sulla linea della mascella, sul collo, e pareva che quel crollo fosse fermato solo dal colletto della camicia, abbottonato stretto, e dalla cravatta marrone. Si aveva come l’impressione che a sciogliere il nodo della cravatta, a sbottonare uel colletto, il crollo sarebbe proseguito, e la pelle sarebbe scivolata via lungo il corpo. Anche il suo modo di parlare era da avvocato. La voce era lenta, piena di pause tribunalesche. E in quel parlare lento, in quella voce piena di pause, le lettere dell’alfabeto si mischiavano.
«Io ddesideravo fare una premessa, perché è mio ddiritto farla, perché gredo che siano stade dette gose circa la validità della sendenza di appligazione di pena ghe non rispondono ai canoni legali.»
Parlava così, veramente. E aveva un’aria che era insieme sprezzante e indisponente. Più si ascoltava e più non si capiva cosa fosse andato a fare in trasmissione. Era l’avvocato di don Bruno, del seminario e della Curia, e c’era da chiedersi come questo fosse possibile: era andato davanti alle telecamere a dire che don Bruno non aveva mai ammesso la colpa. Lo avevano mandato davanti a milioni di persone a difendere l’indifendibile, a sostenere la posizione del seminario e del vescovo, a cavillare su codicilli.
«La sentenza di applicazione di pena non afferma responsabilità di alcuno, non è ammissione dei fatti, la storicità dei fatti deve essere provata anche nel processo civile per cui siamo stati chiamati. Non è stata la Curia a citare Marco, è stato Marco citare la Curia per una presunta “culpa in vigilando” che noi riteniamo non essere nei fatti storici della vicenda. Noi riteniamo che siano state dette, circa la responsabilità della Curia, dei fatti non veritieri e al limite della diffamazione. Nella procedura civile, alla domanda vi è la comparsa di risposta e nella difesa si può richiedere…»
Ecco quello che la Curia e il vescovo mandarono a dire.
Una montagna di parole da leguleio che in realtà non dicevano nulla. O meglio, sì, una cosa la dicevano: le accuse erano falsità, bisognava provare tutto. Erano stati abusati altri bambini, c’erano stati tre anni di indagini, il prete aveva patteggiato, e adesso il vescovo diceva: non è vero, bisogna provare tutto.
Un comportamento legittimo, d’accordo. Ma se era tutto così falso, perché don Bruno aveva patteggiato la pena e non era andato a protestare la sua innocenza in tribunale? E se anche don Bruno fosse stato colpevole e la Curia invece innocente, perché quel ragazzo abusato era stato trattato come un paria? E se davvero il vescovo e la Chiesa credevano in Dio, in Cristo, nell’amore che muore in croce per la salvezza degli uomini, perché non avevano aperto le braccia a Marco almeno per consolarlo?


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