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Gli avvenimenti degli ultimi giorni mi spingono a tornare a fare in conti nelle tasche della Chiesa cattolica. Non è una pretesa illegittima, trattandosi di soldi che provengono dalle nostre tasse e che questo governo gestisce in barba agli interessi degli italiani. La pietra dello scandalo sono 120 milioni di euro che la Chiesa ha preteso che non le venissero toccati: i finanziamenti alle scuole paritarie cattoliche.

Non paghi dell'otto per mille, dell'esenzione Ici, di svariati altri privilegi e del cinque per mille ricevuto da numerose associazioni cattoliche, la Chiesa ha saputo infiltrarsi in due settori cardine dello Stato: la sanità e l'istruzione. Si sa, quando si tengono saldamente in mano la cultura e la salute delle persone, si tiene tra le mani la loro vita intera. Ma fin qui nulla di male: qualsiasi azienda privata può aprire una clinica o una scuola.
I problemi cominciano a sorgere quando le cliniche e le scuole private pretendono che sia lo Stato a contribuire, il più largamente possibile, alla loro esistenza. E in tempi di recessione, quando si tagliano i fondi alle scuole pubbliche (per i più distratti, ricordo che in Italia lo studio è ancora un diritto), pretendere che i finanziamenti alle scuole paritarie non vengano toccati è quanto meno da irresponsabili. Ma ovviamente è accaduto.

Il governo italiano, sordo alle proteste di migliaia di studenti e insegnanti scesi in piazza, ha immediatamente fatto retromarcia di fronte alle minacce di protesta della Chiesa, facendo rientrare dalla finestra quello che aveva fatto uscire dalla porta. Nello specifico, alle scuole cattoliche erano stati tagliati fondi per circa 130 milioni di euro, ma un emendamento del senatore Saia del Pdl gliene restituisce 120. Ai primi rumoreggiamenti provenienti dalle sacre stanze vaticane, i
l sottosegretario dell’Economia Giuseppe Vegas ha fatto sapere che la commissione Bilancio del Senato ripristinerà i fondi alle scuole cattoliche: “C’è un emendamento del relatore che ripristina il livello originario, vale a dire 120 milioni di euro. Possono stare tranquilli, dormire su quattro cuscini”.
Del resto, era intervenuto addirittura il pontefice: "Gli aiuti per l'educazione religiosa dei figli sono un diritto inalienabile".

La verità dei fatti è che la salute e l'istruzione sono diventati un business. La scuola è il campo di battaglia delle case editrici, che ogni anno propongono (e impongono) nuovi libri di testo. Da comprare obbligatoriamente e che l'anno seguente saranno ritenuti, dalla stessa casa editrice, obsoleti.  E se così potrebbe anche essere, per esempio, per un libro di geografia (negli ultimi anni la geografia politica mondiale sembra essersi rivoluzionata), la necessità di cambiare testo di anno in anno diventa incomprensibile  quando il testo è "La Divina Commedia", "I promessi sposi" o addirittura il dizionario! Una famiglia con un figlio che frequenta le scuole medie si trova a spendere, in tre anni, un migliaio di euro solo in libri. Libri che, trattandosi di scuola dell'obbligo, sarebbe giusto avere dalla scuola in comodato d'uso.

Nel sistema scolastico la Chiesa s'era già insinuata con gli insegnanti di religione, fin dal 1923, quando la riforma fascista della scuola rese obbligatorio l'insegnamento della religione cattolica. Col Concordato del 1929, si rese obbligatorio anche nelle scuole medie e in quelle superiori. Nel 1984, con la modifica al Concordato firmata da Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli, il cattolicesimo perse lo status di religione di Stato. A fronte della perdita, si istituiva il famigerato otto per mille, oltre ad una serie di immunità e privilegi per le figure ecclesiastiche (art.4). E infine, col Nuovo Concordato l'ora di religione nelle scuole passò da obbligatoria a facoltativa.
Ma quanta voce hanno gli italiani in capitolo? Nessuna, si tratta semplicemente di un accordo fra due caste. Non può essere proposto un referendum per l'abolizione o la modifica del Trattato, del Concordato o delle leggi collegate ad esso perché non sono ammessi, nel nostro ordinamento, referendum riguardanti i trattati internazionali. Anche una proposta di legge popolare per l'abolizione del Concordato è ugualmente inammissibile perché la legge ricade in una dei casi previsti dall'articolo 80 della Costituzione.

L'insegnamento della religione cattolica resta un argomento piuttosto controverso, così come l'affissione del crocifisso nelle aule scolastiche o nei tribunali. Da una parte si fa appello alla matrice culturale cattolica del Paese, dall'altra alla laicità costituzionale della Repubblica Italiana.

Nei fatti, gli insegnanti di religione (in Italia sono circa 25.000) hanno uno status particolarissimo, che nel corso del tempo ha subito varie trasformazioni. Prima di tutto, sono retribuiti dallo Stato Italiano, con una spesa annua di 620 milioni di euro. Ma fino al 2004 la loro nomina era esclusivamente a cura e discrezione dei vescovi locali, con un contratto annuale e senza nessuno statuto giuridico di ruolo. Inevitabilmente, si creava un carosello di incarichi e ore assegnate che prescindeva dall'anzianità di servizio: un insegnante poteva essere considerato idoneo e rivevere un incarico e un certo numero di ore mentre un altro, con pari requisiti, poteva restare disoccupato. A discrezione del vescovo. Senza contare il fatto che, in qualsiasi momento, l'incarico e le ore potevano comunque essere revocate.

Nel 2004, il Ministero della Pubblica Istruzione istituì il concorso di immissione in ruolo per circa 15.000 insegnanti di religione, che sono entrati a tutti gli effetti nell'organico scolastico.
Creando immediatamente un problema, legato alla possibilità di passaggio da una cattedra all'altra: in pratica, un insegnante di religione laureato, ad esempio, in filosofia, una volta entrato in ruolo poteva anche "passare" all'insegnamento della filosofia, per esempio, scavalcando tutti gli altri colleghi che, per acquisire punti in graduatoria, avevano accettato incarichi di supplenza anche in condizioni di grave disagio (a grande distanza dalla loro residenza, per esempio, affrontando costi e spese che le retribuzioni ricevute spesso non riuscivano neppure a coprire). Attualmente, la nomina degli insegnanti di religione compete, per il 70%, all'Ufficio Scolastico Regionale (per i docenti che hanno superato il concorso), e per il 30% dalla Curia  Diocesana (per i docenti che non hanno superato il concorso).
L'autorità diocesana si riserva comunque di revocare l'idoneità dell'insegnante per alcuni gravi motivi, come incapacità didattica o pedagogica, o condotta morale non coerente con l'insegnamento. In questo caso, se si tratta di un insegnante di ruolo, questi passa all'insegnamento di altre materie scolastiche, se invece si tratta di un insegnante non di ruolo semplicemente torna ad ingrossare le file dei disoccupati.

Restano altri problemi, primo fra tutti quello riguardante coloro che decidono di non avvalersi dell'insegnamento, essendo questo facoltativo. La percentuale dei "non avvalentesi" si è attestata nel 2007 intorno al 10%: che cosa fanno questi ragazzi in quell'ora di "buco"? Si limitano, per abitudine ormai generalmente invalsa, ad allontanarsi dall'aula, senza che sia loro offerta l'opportunità di svolgere altre attività di valore culturale e formativo
, ma soprattutto senza che vi sia qualcuno responsabile della loro sicurezza. Un piccolo vuoto normativo che, da oltre vent'anni, non viene colmato. Forse per il timore che le defezioni degli studenti, in caso di alternativa, siano molto più alte.

Le scuole cattoliche parificate hanno superato il problema degli insegnanti: trattandosi di scuole private, possono assumere come insegnante chiunque sia ritenuto in possesso dei requisiti, senza dover attingere alla "graduatoria" del Ministero della pubblica istruzione, pur ricevendo dallo Stato sostanziosi contributi.
Il problema dei tagli alla scuola privata parificata si era già presentato nel 2004, sempre col ministro Tremonti, ma, come ammette candidamente monsignor Bruno Stenco, direttore dell'Ufficio nazionale della Cei per l'educazione "li abbiamo recuperati anno per anno con emendamenti, con fatica e con ritardi".

Inutile sottolienare la rapidità con la quale i politici di destra, di sinistra e di centro si sono schierati a favore della Chiesa e delle sue necessità. Maria Pia Garavaglia, del Partito Democratico, sostiene: "Mancano all'appello ancora molti dei milioni che il precedente governo aveva assegnato alle scuole paritarie'', e il suo collega di partito, il senatore Antonio Rusconi, specifica che, per la precisione, mancano ancora 14 milioni di euro.
Il capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori, Massimo Donadi,  ritiene che sia positivo che il governo abbia accolto le richieste della Cei, ma aggiunge anche che  il governo "ora dovrebbe fare lo stesso per quelle altrettanto legittime che provengono dal mondo della scuola pubblica e della ricerca".


E mentre assistiamo al massacro della scuola pubblica e delle università, quelle che dovrebbero davvero formare gli uomini di domani e che dovrebbero costituire l'impalcatura dello Stato, e mentre il governo ignora e reprime le manifestazioni di migliaia di studenti, docenti e ricercatori della scuola pubblica, basta un cipiglio del Vaticano e il Governo scatta sull'attenti.

Sarebbe una farsa, se non fossimo alla tragedia.


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