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E il gallo cantò tre volte

La decadenza dei tempi, il declino della morale, la necessità di ripristinare l'etica, la lotta per il diritto alla vita.
Parole.
Parole e basta.

Chiacchiere per distrarre. Per fornire nuovi spunti agli intellettuali, ai teorici, agli opinionisti, mai paghi di almanaccare sull'astratto senza andare a fare mai una verifica sul campo, senza dare uno sguardo ai fatti per appurare se corrispondano alle parole.
Fumo negli occhi.
La condanna della pedofilia clericale? Discorsi del Papa, durante qualche viaggio. Fatti? Nessuno. Cambiamenti reali? Neanche a parlarne. Qualche modifica nella prassi? Macché.
A dimostrazione, vale la vicenda dell'istituto Provolo di Verona, al centro di uno scandalo di proporzioni abnormi. Uno scandalo che ormai non fa più sensazione, al quale ci siamo abituati, come ci siamo abituati a vedere i bambini morti ammazzati in guerra al telegiornale.
Il trucco è proprio questo: "saturare" le notizie, darne tante senza approfondirne nessuna, finchè il "ricevente" (lettore, telespettatore) non è talmente stanco da non volere neppure sentire parlare dell'argomento. Come per una brutta indigestione: troppi dolci, fino a disgustarsene.

L'istituto Provolo è stato, fino alla metà degli anni Ottanta, un istituto per ragazzi sordi. Una specie di collegio dove si studiava, si mangiava, si faceva vita comunitaria, si dormiva in grandi camerate. Entravano a sei, sette, dieci, dodici anni. E avrebbero dovuto ricevere cure, educazione e sostegno. Invece ricevevano violenze e abusi. Le testimonianze sono raccapriccianti. Rapporti sodomitici nei bagni, nelle camere dei preti, in confessionale, sotto l'altare. Le vittime che hanno denunciato gli abusi sono 67, un numero impressionante. Violentati da sacerdoti e fatelli laici, da soli o in gruppo, costretti con punizioni fisiche e con percosse. Accusato anche un alto prelato, molto famoso a Verona, da un ex allievo, Bruno: seconda la testimonianza resa dalla vittima, due sacerdoti accompagnavano Bruno nel palazzo dell'ecclesiastico dove l'alto prelato abusava di lui. Ma non era il solo accusato: Bruno ha fatto nomi e cognomi di altri 15 sacerdoti e confratelli. E Bruno non è il solo.
Bambini provenienti da famiglie povere, colpiti da sordità, che spesso fra le mura dell'istituto sono stati costretti a rimanerci fino ai 18 anni. Bambini ai quali la vita aveva già tolto molto.

Ma ormai, per la legge italiana, i reati sono caduti in prescrizione. E gli unici che possono prendere provvedimenti sono i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria, che hanno sempre gestito l'istituto, e la Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha avocato a sè i procedimenti di questo genere fin dal 2001, con la lettera "De delictis gravioribus" firmata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. Così, le vittime si sono rivolte ai superiori della Compagnia di Maria, al vescovo di Verona, ai vertici del Provolo: non chiedono nè risarcimenti economici nè condanne penali. Chiedono solo che i sacerdoti e i confratelli che avrebbero usato loro violenza, e sono almeno 25, siano allontanati.
E' ovvio che non stiamo parlando di "casi isolati", come finora hanno tentato di farci credere i vari monsignor Rino Fisichella e le alte gerarchie vaticane. Perchè 25 casi isolati, tutti all'istituto Provolo, pare vadano oltre i più fantasiosi calcoli probabilistici.

Le vittime, riunite in associazione, hanno avuto almeno tre incontri col vescovo veronese, e diversi incontri coi vertici del Provolo. Raccontano un incontro con don Danilo Corradi, superiore generale dell'Istituto, durante il quale, di fronte a 50 ex allievi, don Danilo ha "chiesto 12 volte scusa, per gli abusi commessi dagli altri religiosi. I testimoni ricostruiscono una riunione dai toni drammatici: don Corradi che stringe il capo fra le mani, suda, chiede perdono, s'inginocchia." Un incontro che don Danilo nega, sostenendo di aver solo "sentito qualcosa" e di essere arrivato all'istituto solo nel 2003.

Dal vescovo, invece, ci andarono in 52. Giorgio Dalla Bernardina, presidente della Associazione sordi Antonio Provolo, scrive al vescovo nel dicembre 2008: "Nonostante i nostri incontri in Curia durante i quali abbiamo fatto presente anche e soprattutto gli atti di pedofilia e gli abusi sessuali subiti dai sordomuti durante la permanenza all'istituto, a oggi non ci è stata data alcuna risposta". Pochi mesi prima, a settembre, avevano inviato una raccomandata al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti. Senza risposta, "nonostante le sue rassicurazioni e promesse di intervento".

Ma monsignor Zenti, evidentemente non soddisfatto da quello che le vittime avrebbero già subito, aggiunge l'infamia di un'accusa pretestuosa: "Per quanto attiene l'accusa di eventuale pedofilia, rivolta a preti e fratelli laici, che risalirebbe ad alcune decine di anni fa, la diocesi di Verona è del tutto all'oscuro" ha affermato rispondendo alle domande del giornalista dell'Espresso. "A me fecero cenno del problema alcuni di una Associazione legata al Provolo, ma come ricatto rispetto a due richieste di carattere economico, nell'eventualità che non fossero esaudite. Tuttavia a me non rivolsero alcuna accusa circostanziata riferita a persone concrete, ma unicamente accuse di carattere generico. Non ho altro da aggiungere se non l'impegno a seguire in tutto e per tutto le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico e nelle successive prese di posizione della Santa Sede. Nella speranza che presto sia raggiunto l'obiettivo di conoscere la verità dei fatti".

Il meccanismo è ben conosciuto, fin dai tempi di Voltaire: "Calunniate, calunniate, qualcosa resterà". I bambini del Provolo non solo avrebbero dovuto subire percosse, violenze e abusi, ma da adulti, quando hanno osato rendere pubblico quanto sarebbe loro accaduto, vengono accusati di essere dei ricattatori. Tanto per gettare altro fumo negli occhi e seminare qualche dubbio sulla veridicità di quanto hanno testimoniato. Tanto qualcuno che ci casca si trova sempre.

E mentre dai pulpiti vaticani piovono condanne sull'interruzione di gravidanza, sull'uso degli anticoncezionali e del profilattico, sulla ricerca sulle staminali, sul diritto a morire con dignità rifiutando l'accanimento terapeutico, la vicenda del Provolo passa in sordina, dimenticata già qualche ora dopo averla letta. Una voce, quella delle vittime, soffocata dalle voci di chi grida più forte e solleva polemiche che non riguardano la legislazione di uno Stato ma la coscienza dell'individuo. Solo che al Vaticano non interessa parlare alle coscienze, da molto tempo il dialogo non è più con i cattolici, sebbene alcuni lo credano. Non basta, alle alte gerarchie, imporsi in termini di fede e di coscienza. Perchè quello che vediamo ogni giorno non è una Chiesa che parla ai suoi seguaci, ma una Chiesa che intende dimostrare a tutti la propria supremazia, la propria influenza, il proprio potere. Una Chiesa che di "ecclesiale" non ha più nulla e che, pur difendendolo a parole, sta nei fatti cancellando il Concilio Vaticano II. Una Chiesa che ha la pretesa di prevaricare l'individuo, imponendogli con le leggi dello Stato quello che molti cattolici non si lasciano più imporre dalla "legge morale" della Chiesa.

Parole, dunque.
Prediche che vengono da pulpiti screditati dai fatti. Da pulpiti che pretendono l'impunità per le proprie colpe e al contempo pretendono di additare, vagliare, giudicare e condannare le idee e i comportamenti altrui. E lo fanno in nome di una parola divina strumentalizzata a propria convenienza, storpiata, resa monca del suo vero messaggio d'amore.
In nome di una "ecclesia" in cui lo stesso Cristo non si sarebbe mai riconosciuto.

Pubblicato il 22/2/2009 alle 12.21 nella rubrica Diario.

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